Giovanni 3, 13-17

 In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo:

«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Gesù è disceso dal cielo, si è incarnato, si è fatto uno di Dio, è stata l’incarnazione del Dio con noi, non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui.

Quello stesso Gesù che è salito al cielo abbarbicato su di una croce. La sua salita di salvezza di ognuno di noi al cielo, non è avvenuta nell’ascensione quanto invece nella crocifissione.

Ora, chi crede in Lui ha la vita di Dio, la vita eterna. Possiamo chiederci come si fa a credere ad un Dio che non è più Dio perché si fa uomo e ad un Dio che muore crocifisso come l’ultimo dei delinquenti? I cittadini romani avevano diritto ad essere decapitati, i malfattori non romani venivano crocifissi.

Gesù non è mai diventato cittadino romano, non è mai stato cittadino del potere del tempo, non è mai stato cittadino europeo, occidentale, russo o americano. Gesù è venuto nel mondo ed è divenuto cittadino del mondo e cittadino del mondo rimane, a costo di rimanere in Libia in attesa di un barcone.

Ci ripetiamo la domanda: come si fa a credere a uno così? Che convenienza c’è a credere ad un Dio siffatto? Come si a credere ad un crocifisso? Uno che è morto in croce come fa a darci vita e a comunicarci la vita di Dio, la vita eterna di Dio?

            Gesù non è venuto né per condannare e neppure per rapire, per tirarci dalla sua parte, Gesù è venuto dalla nostra parte per donarci se stesso e la sua vita. Lui che è vite dona vita ai tralci, senza i tralci si è condannato a non potere portare frutto. Questa è la vita di Dio in noi, questa è la volontà del Padre, questa è la realtà della nostra salvezza.

            Noi vorremmo rapire la vita di Dio. Lo ha fatto Adamo, lo hanno fatto i Titani, ha tentato la stessa impresa Prometeo, lo tenta continuamente l’umanità. Dare la scalata al cielo, volere conquistare il mondo, avere sempre più potere, difendere i cittadini americani a discapito di tutto il mondo. Questa è la stupidaggine che noi continuamente inseguiamo come miraggio della nostra esistenza.

E siamo ciechi, il nostro cuore è inaridito, la nostra mano paralizzata. Non ci accorgiamo che il Dio con noi è tutto questo per noi come dono. Non lo vediamo, non lo percepiamo, non lo sentiamo perché troppo presi da quello che abbiamo in testa noi. Sembriamo dei padri di famiglia troppo presi dal loro lavoro e dalle loro paturnie di scalata sociale. Si ritrovano alla fine della vita senza avere mai passato del tempo coi propri figli.

            Dio è amore che scende nel Figlio verso tutti i fratelli. Essere figlio è dono non può essere rapina. Ogni figlio riceve in dono la vita di figlio da un padre e da una madre, non potrà mai decidere di nascere e di venire al mondo e di essere figlio lui.

            Alla fine credere in Dio è credere in un Padre/Madre che ci dona vita. Credere in Dio è aderire a Lui, è vivere per incontrare. Il segreto di tutto sta nell’incontro con un bimbo in una capanna, quello stesso bimbo che ritroviamo in croce. Così riceviamo la vita del Padre che ci rende figli. Così ritorniamo alla vita vera.  Così si concretizza il desiderio di Dio: amare il mondo fino a donare se stesso per noi, perché la vita sua che è lo Spirito in noi, possa gridare Abbà, Padre! Così possiamo fare la nostra professione di fede dicendo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze: Padre!

 

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

17 gennaio 2019 Marco 1, 40-45

Il lebbroso è guarito. Di fronte a questo dato di fatto che facciamo? accettiamo la testimonianza del guarito stesso oppure la viviamo in modo da disattenderla?

16 gennaio 2019 Marco 1, 29-39

L’incontro tra la mia malattia, il mio limite, il mio peccato e quelli dei miei fratelli è in un solo luogo dove si celebra la grandezza della croce e la bellezza della risurrezione, dove si esprime che non c’è amore più grande di questo dare la vita per i propri amici. Il luogo altro non è che l’utero Materno di Dio dove si gioca la bellezza della sua misericordia. È l’utero materno di Dio che sorride perché noi possiamo ritornare alla vita, perché noi possiamo essere liberati, perché noi possiamo essere guariti.

15 gennaio 2019 Marco 1, 21b-28

Mi sovviene la bellezza delle liturgie in Mozambico dove durante l’eucaristia o la liturgia domenicale si riportano le notizie di tutti e di tutto, le si condivide. Mi sovviene la bellezza di dove sono stato in parrocchia del suono della campana non solo quando vi è un morto, ma anche e soprattutto quando vi è una nascita, cristiana o musulmana che fosse.

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