Luca 10, 13-16

 In quel tempo, Gesù disse:

«Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

Esco in giardino e lo spicchio di luna dice presenza. L’acqua della fontana continua a scorrere mentre molti hanno sete. Il mondo si sta risvegliando e i rumori delle macchine si fanno sentire inframmezzati al suono delle campane della Madonna della Gamba. Tutto questo dice presenza, se lo sappiamo ascoltare.

Ascoltare la Parola di Dio è sì leggerla scritta ma anche e, soprattutto, leggerla nella vita. Leggere la Parola sulla Scrittura rimane cosa vuota, spartito di musica vitale, non suonato e non ascoltato: rimane lettera morta. Ascoltare la Parola nel battito del cuore del mondo è il passo in più che ci attende sulla soglia di casa. Senza questo passo il precedente rischia di diventare lettera morta, fede personale, cosa intima che non c’entra con la vita, con la politica, con l’economia, col lavoro.

Ritornare ad ascoltare il ritmo della vita di ogni giorno, è incarnazione della Parola scritta. Ritornare a vedere il bello che il Signore ci dona è ritornare a respirare lo Spirto di Dio che è in noi. Scorgere nelle pieghe del tempo la presenza sua ci dice che noi siamo Spirito Santo donato a noi dall’Incarnato, ma soprattutto donato a noi dal Padre Creatore nel momento stesso in cui ci ha creati. Non siamo nati bastardi e poi riconosciuti, siamo nati figli che ogni giorno debbono imparare a riconoscersi come figli dello stesso Padre.

            Ascoltando i miracoli della vita che ci sono e che sono la cosa più naturale della nostra esistenza, passeremo dall’essere Corazin e Betsaida e Cafarnao, predilette dal Signore per la sua presenza ma maledette da se stesse per la non accoglienza e mancanza di ascolto, ad essere Tiro e Sidone città degli affari e dello sfruttamento, città del nostro quotidiano che non disdegnano di ascoltare e di vedere.

Vedere la mano di Dio nel quotidiano significa camminare verso la liberazione, la liberazione dal proprio io che mi porta a dire che tutto ciò che possiedo è mio. Significa ritornare a sentire il respiro del Padre Nostro che non è solo mio. Significa ritornare a cogliere la bellezza del Pane Nostro che non può essere solo mio. Ritornare a mettere la luce della Parola non sotto il moggio ma sul lucerniere delle nostre giornate, significa ritornare a vedere la Parola incarnata che mi parla di Lui, l’Amante per eccellenza, e mi mostra come la mania autoreferenziale di pensarci i costruttori del mondo è una follia che ci porta ogni giorno sempre più a distruggerlo questo mondo, rendendolo irrespirabile.

La lampada accesa della sua Parola illumina quello stare con Lui che si fa trasparenza davanti ai e per i fratelli. È stare con Lui associati a quella croce che salva il mondo. Non più il bisogno di salvare noi stessi, quanto invece il bisogno di salvare il prossimo, di essere salvezza per lui, di essere amore che dona respiro e spirito al mondo.

            L’incarnazione di tutto ciò, che è quanto il Signore ha donato ai discepoli mandati in missione ad annunciare la Buona Notizia, diventa incarnazione del desiderio di scegliere la povertà perché non sono io che costruisco il mondo, ma io sono la mano di Dio per accarezzare la vita di questo mondo. Essere povero questo significa: rinunciare a possedere per godere della vita insieme ai fratelli, condividendo la vita con loro. La scelta della povertà diventa accoglienza della stoltezza della croce, che è dono e non accumulo, che è vita e non fuga, che è immersione nella luce della luna e non fuga dalla stessa accendendo tutte le nostre luci costose e accecanti. Tutto questo è follia? Direi proprio di sì. Ma è follia che sana la nostra mente impazzita; è follia che sana il nostro cuore arido riportandoci alla bellezza del piccolo dono oggi.

Il desiderio di ciò diventa purificazione da ogni paura trasbordando in un desiderio di amore che non si spegne nel possesso ma illumina nel dono. È lampada di vita ricevuta ed alimentata con l’olio di saggezza che ci viene dal donare la nostra vita anziché volerla salvare.

Così il nostro cuore può ritornare a vedere Dio, a comprendere il suo desiderio di bene per noi incarnato in noi e nei fratelli. Ritornare a vedere l’amore di Dio al di là dell’opera dell’uomo e nell’opera nostra, è dono di grazia che sana la vita e ci riporta a dei lidi dove è ancora possibile vedere la luna che risplende, le nuvole che si attorcigliano in abbracci di pace in cielo, a sentire il gorgoglio dell’acqua che disseta il nostro cuore e non appesantisce il nostro portafoglio e non impoverisce il creato che è dono per la nostra esistenza.

            Quanto Gesù dice non è minaccia ma ricordo, è messa, è memoriale per ritornare a sentire la bellezza del battito del suo cuore in questa nostra città rumorosa. È affinare il nostro udito per andare oltre il rumoreggiare del nostro darci daffare, cogliendo sempre e comunque, qualsiasi cosa noi facciamo, una presenza di amore che prende tutto il tuo corpo, che avvolge le tue spalle, che muove il tuo stomaco non al ritmo di una vita compressa da ulcera, ma al ritmo di una vita che sgorga dal costato trafitto e scorre in mezzo al nostro correre crocifisso quotidiano, rendendo tale crocifissione non più una condanna ma una scelta di vita.

Il dolore è qualcosa che fa male nel cuore dell’amore

già lo senti nell’assenza della sua presenza o nella presenza dell’assenza.

Ciò che racconti con la tua vita

può essere un amore unico, assoluto ed esclusivo

che doni e dedichi intimamente alla tua amata vita,

alla tua vita amata.

Francesca Rossi

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

Commenta questo post

commenta

Share This