Luca 10, 17-24

In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome».

Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

            Guardando il tronco di un albero tagliato possiamo vedere di tutto. Io mi metto a contare gli anelli per capire quanti anni, quanta storia è passata sotto quell’albero. Tenendo le mani di una anziana in un letto dell’ospedale, cosa puoi vedere? Guardi le sue rughe e ti sembra di scorgere i tanti anni di anelli di vita passati. Vedi avvenimenti e storie, vedi luci e ombre, vedi un mondo che rischia di sfuggirti di mano. Puoi vedere tutto questo, che è vita, oppure solo malattia e morte che avanza. Puoi passare giornate intere ad attendere in pronto soccorso e arrabbiarti per le lungaggini e i ritardi. Oppure puoi guardare gli occhi stanchi e spaventati della dottoressa di turno, o la gentilezza di un infermiere, o la rudezza di un altro. Puoi scorgere mentre sul lettino un essere umano trema sbattendo tutto il suo corpo e puoi udire le discussioni dei vari medici e paramedici che cercano responsabilità anziché vita.

Puoi passare in un bosco e non accorgerti neppure degli alberi, oppure li puoi vedere cercando di capire se possono essere una fonte di guadagno, oppure ancora puoi semplicemente contemplarne i rami, i tronchi, i loro intrecci e il loro slancio verso il cielo. Quel cielo che non guardiamo e non vediamo più. La bellezza di un cielo coperto noi la definiamo brutto tempo. Mentre invece quella coltre di copertura è un manto di bellezza, provate voi a guardarlo da sopra semplicemente un incanto, che Qualcuno stende perché possiamo ancora avere la pioggia senza la quale non avremo più acqua, non avremo più vita. Questo noi chiamiamo brutto tempo. Quanto tempo passiamo ogni giorno a guardare il cielo anziché le previsioni del tempo? Una bellezza a noi donata ogni giorno che rischia di essere sprecata. Ci sono le stelle? Cosa è la luna? Solo un baraccone da circo che tutti devono vedere quando c’è l’eclissi che per tanti anni non vi sarà più, o un motivo di contemplazione, di ascolto, di dialogo, di incontro?

            Che cosa vedono i nostri occhi quando guardiamo Dio, l’altro o la natura? La beatitudine del nostro sguardo dipende tutto da noi. Sono cose che i sapienti non vedranno mai. La natura per i nostri scienziati è cosa da laboratorio, cosa da capire, non la capiranno mai, anziché da amare per vedere come poterla meglio sfruttare. La sfruttiamo, poi, o la usiamo? Non so quanti treni merci, ogni treno è lungo più di un chilometro, passano per il Mozambico, pieni di carbone: viene dalla provincia di Tete e va verso il porto di Nacala. Ne basterebbe uno per rifare la città di Nampula, strade e opere pubbliche. La gente non ne vede nulla. Questo è progresso? O è ancora una volta vedere nel prossimo solo uno schiavo da sfruttare fino a che mi va bene?

            La beatitudine di occhi che vedono il Padre in Dio, è una beatitudine impagabile. Ti porta persino a giocare con la sua lunga barba dipinta su tanti nostri affreschi, mentre sotto sotto, giocando con la speranza, tiri le gonne di quel Dio Mamma che non sappiamo più vedere e riconoscere.

I luoghi che noi viviamo sono luoghi di vita dove si guardano gli occhi dell’altro e si ascolta magari il pianto di un bimbo, o sono luoghi maledetti dove ciò che conta è potersi lamentare dell’altro? Riusciamo a vedere il Padre abbracciandolo come fonte di vita? Quanti hanno desiderato questo ma si sono persi nelle loro manie di grandezza.

Padre significa radice e frutto, li vedremo oggi? Padre è presente e futuro lo scorgeremo nei nostri sguardi furtivi sempre meno contemplanti? Padre è memoria di amore e progetto di festa del Figlio insieme ai fratelli, sentiamo l’usta nell’aria avvicinarsi a noi e avvolgerci? L’usta è l’odore che la selvaggina lascia nell’aria nei luoghi dove è passata, la sentiamo ancora questa usta di Dio Padre, sempre più selvaggio nei confronti dei nostri schemi religiosi o meno, ma sempre più vivo per noi?

Andiamo ancora a cercare miracoli e demoni da scacciare, o ricominciamo a vivere la beatitudine di occhi che vedono la mano del Padre continuamente all’opera? Andiamo ancora a cercare parole grandi o riusciamo ancora a goderci la beatitudine di un orecchio solleticato dalla Parola di vita che ci mordicchia il lobo dell’orecchio muovendo a vita tutto il nostro corpo?           

In questa beatitudine di Paternità diventiamo ciò che siamo: figli! Il nostro essere creature nude è rapporto col Creatore, non vergogna e distanza. Il limite assoluto della morte non è più una minaccia ma è contatto con Colui dal quale siamo ciò che siamo. Qui sta la medicina di ogni male. Beatitudine del vedere che il lasciare è il vero segreto della vita, non l’avere. Ascoltare la vera liberazione annunciata da Cristo, liberazione dal male originario, ritorno nell’utero del Padre/Madre, questa è beatitudine, questa è perfetta letizia.

«Ho spesso la sensazione che nulla ha importanza. 
Questa sensazione non è funesta. 
Piuttosto è tranquilla, calma. 
Del resto più che una sensazione 
è un’evidenza – una verità venuta da lontano, 
una neve che copre quasi tutto.» 
«Perché quasi tutto? Cosa resiste a questa “verità”?»
«Tre cose e soltanto tre. O piuttosto una sola, 
la stessa intravista nei suoi tre stati: 
solitudine, silenzio, amore.»

Christian Bobin

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Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

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