Luca 11, 1-4

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”.

Gesù, Figlio incarnato del Padre, è la santificazione del Nome del Padre grazie alla sua vita su questa terra. Lui è l’inauguratore del Regno di Dio, che è più grande della chiesa e che la chiesa è chiamata a servire. Gesù è il Pane di vita che ci ricorda, proprio con la sua Incarnazione, che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola di vita che esce dalla bocca di Dio. Gesù è perdono che grida il suo annuncio di realizzazione di una nuova umanità dall’alto della croce: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Da quel punto scaturisce la forza e la fiducia nella vita che trova le sue radici nella debolezza, nella sapienza della croce che è stoltezza per gli uomini, ma è sapienza di Dio Padre che è donata ai piccoli, non ai sapienti e agli intelligenti.

            Questo Gesù, incarnazione della benevolenza del Padre, è il Buon Samaritano che viene a noi, gente mezzo morta, senza genealogia, senza padri né madri. Viene a noi preso da compassione e si prende cura di noi. Abbiamo sempre pensato di dovere qualcosa a Dio, non abbiamo mai capito che Dio Padre e Dio Madre sono la nostra vita, totalmente donati a noi: chiedono solo di amarci. L’amore per loro è solo un rimbalzo del loro amore per noi. Non è sforzo, è solo apertura. Non è abbracciare Dio ma lasciarci abbracciare da Lui aprendoci alla sua vita.

            Noi mezzi morti, senza padri né madri, siamo visti dal Samaritano che, preso da compassione, si ferma e si prende cura di noi. Lui incarnazione del Padre e della Madre, ci mostra il volto del vero Dio. La sua missione è una sola: che tutti possano dire Abbà! Che tutti possano ritornare a scoprire la loro vera identità di figli.

            Questo è il dono oggi di Dio per noi nel Figlio. Se ascoltiamo come Maria, se non ci lasciamo distogliere dai molti impegni, se rimaniamo fermi nella contemplazione come Maria, avremo scelto la parte migliore che non ci sarà tolta.

La contemplazione del volto del Padre è cosa quotidiana, non è cosa da ebeti. È cosa concretissima, è cosa vitale. O ti fai distogliere dai molti problemi oppure ti soffermi a contemplare tua madre che alle tre di notte si lava con cura convinta che sia giorno. Cosa c’è di più bello di questo volto del Padre, cosa c’è di più bello del fatto che lei, appena terminato di lavarsi le braccia, ti prende sotto braccio e ti dice: bene, ora andiamo a letto perché sono stanca. Qui c’è tutta la sapienza della croce di questa creazione. Ascoltiamo come Maria il respiro del mondo che dice Padre, saremo beati perché lo coglieremo in ogni dove. In ogni realtà di vita noi possiamo contemplare la vita o farci abbracciare dalla stretta della morte. La stretta delle morte è il falsus merdis che ogni giorno ci accompagna con la filastrocca di problemi sempre più accentuata. Sembra che senza questa filastrocca che ha un fondo di verità, ma che è falsa e infingarda perché vive di esagerazione, noi non possiamo vivere. Distogliamo lo sguardo da questa apparenza e cogliamo ciò che solo il cuore e gli occhi del cuore possono vedere: la mano del Padre che è presente in noi e con noi. Svuotiamoci di tutte queste carabattole e lasciamoci riempire solo dalla presenza vitale del Padre.

            Gesù è Figlio, Gesù è fratello. Gesù oggi ci prende per mano mentre prega e ci porta davanti al volto del Padre. Tale contemplazione diventa cibo, diventa vita, diventa eucaristia mangiata e accolta. È Pane che ci riempie di vita, pane nostro vita sua, non pane mio o vita mia.

È una contemplazione che chiama danza, danza dello Spirito in noi che gioisce per i figli del Padre nostro. È danza di amore che è fine di tutta la creazione. È danza che dice sofferenza ma anche sofferenza nelle doglie: dona la vita. Una danza che scaturisce dal grembo Materno del Padre: è sorgente di ogni vita vera.

            Il volto del Padre contemplato nei fratelli è preghiera che è dialogo diretto tra il tu del Padre e il noi dei fratelli: questo è il vero io. L’io vero del noi è comunione col Figlio e coi fratelli. Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

            La scoperta della paternità che ogni giorno siamo chiamati a fare chiamando Lui col nome di Abbà è fondamento di ogni nostro passo, di ogni nostra scelta, di ogni fraternità. Il noi è il fondamento di ogni preghiera perché davanti al Padre si sta uniti ai fratelli, non separati. Lasciarmi amare e perdonare dal Padre nel Figlio, è via per perdonare e amare il fratello senza il quale io squalifico la natura stessa del Padre e dunque del mio essere figlio. Chiamiamo Dio col nome di Padre, ci sentiremo figli che chiedono quel pane vivo che viene dal cielo, necessario ogni giorno: il suo amore e il suo perdono saranno via per amare e perdonare i fratelli, via di vita.

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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