Marco 11, 27-33

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».

Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Perché questa polemica tra Gesù i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani? Quale è il motivo di tale polemica? Verrebbe da chiedersi anche come mai non c’è un punto di dialogo di partenza? E come mai questa mancanza di dialogo si è prolungata lungo la storia dei tempi della chiesa? Non vi può essere proprio incontro? Cosa temiamo che ci rende così rigidi? Come mai due religioni così vicine non riescono ad avere un dialogo di fede?

            Noi, come i capi dei giudei, ci avviciniamo a Gesù con quale atteggiamento? È un atteggiamento di curiosità o è un atteggiamento di sete? Una religione legalistica non è al centro delle attenzioni di un discepolo di Gesù. Al centro c’è una fede di libertà che fa paura ai cristiani come agli ebrei come ai mussulmani. A me dà l’impressione che più la nostra fede è debole e ha poca identità e più ha bisogno di conferme e più diventa rigida ed escludente degli altri fratelli di fede.

Una costatazione: compiere delle riflessioni di fede sulla Scrittura in Italia per poi tradurla in tutte le lingue di questo mondo, è cosa proprio così saggia? Cosa vogliamo che capisca un cinese, traducendo in cinese queste riflessioni, di quanto andiamo ad affermare noi occidentali? Dove è andata a finire la cosiddetta inculturazione del messaggio cristiano così cara al Vaticano II°? A me pare che stiamo ancora giocando al vecchio missionario che va a conquistare il pagano a partire da una sua visione di mondo, magari anche biblico, ma che nulla ha a che vedere con la vita di coloro che incontriamo. Rischiamo una nuova colonizzazione culturale e di fede, anziché un incontro coi semina verbi che sono seminati in ogni cultura. Incontro e dialogo richiedono ascolto, ma se questo ascolto dei cinesi non c’è mai come possiamo parlare loro di un Dio Padre per loro, col loro linguaggio e con la loro lingua?

            Ma tornando al vangelo di oggi, credo sia essenziale cogliere quale è la motivazione con cui ci avviciniamo a Cristo e al fratello. Ciò che ci spinge all’incontro è la curiosità o è la sete dell’incontro? Abbiamo bisogno dell’altro o abbiamo desiderio dell’altro?

Il bisogno dell’altro, se assoluto, parla delle nostre inconsistenze e incapacità a stare in piedi da soli. Andiamo alla conquista dell’altro perché non stiamo bene a casa nostra. Non possiamo credere né al Battista né al suo battesimo perché sconvolge le nostre categorie. Ma non possiamo credere neppure a Cristo non sapendo riconoscere nel suo essere un segno di presenza.

             Se il punto di partenza è la curiosità e il bisogno, noi ad un certo punto ci fermiamo, ci chiudiamo, molliamo. Quando l’altro mi serve ci sto, quando l’altro non mi serve più lo mollo. È la negazione di quell’amore tanto essenziale per ogni relazione vera.

Se il punto di partenza è questo non possiamo che rimanere legati all’incredulità chiudendoci ad ogni possibile sbocco positivo. Rimaniamo incapaci di prendere una posizione vera sia nei confronti di Giovanni Battista sia nei confronti di Gesù. Mi pare che il degrado della sete a curiosità sia uno degli atteggiamenti più deleteri che accompagnano le nostre relazioni.

Ci rendiamo incapaci di riconoscere i segni veri di vita nel prossimo e in Dio Padre che nel prossimo vive. Neghiamo la figliolanza e la fraternità, mettendo a tacere ogni possibile Paternità da parte di Dio.

            Dice il salmo 62: O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.

Riconoscere la sete riconoscendo la nostra aridità è via per metterci in relazione sana. Non è questione solo di bere è questione anche di sentire la nostra aridità e la freschezza dell’acqua che sgorga dal cuore di Cristo. La sete diventa coscienza e mezzo per l’incontro, non per lo sfruttamento. Non mi interessa la relazione fra qualità e prezzo, tanto cara ai nostri giorni. Mi interessa la bellezza di quanto incontro. Tanto il prezzo lo so già: è il prezzo della croce come dono di vita.

            Chiedere a Dio, come fanno i capi dei Giudei e come facciamo spesso noi nelle nostre esistenze, una prova è fuggire dalla responsabilità di dare una risposta su ciò che si ha davanti agli occhi. Esserci significa metterci in dialogo con la vita. Non esserci significa avere bisogno di entrare in conflitto con la vita.

Gesù non risponde alla domanda dei capi sul chi dà a lui l’autorità per fare quanto stava facendo. Non risponde perché è una domanda da talk show, finalizzata al nulla, a riempire un vuoto non riconosciuto ma semplicemente coperto da un mare di fogliame. Solo se siamo pronti a riconoscere la nostra sete, saremo pronti a cogliere i segni nuovi capendo la presenza di Dio nel nostro quotidiano.

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

21 agosto 2018 Matteo 19, 23-30

È questione di essere poveri nel cuore, più che nelle mani. Un cuore povero ci rende capaci di liberarci le mani che divengono in tal modo capaci di accogliere ciò che viene da Dio.

20 agosto 2018 Matteo 19, 16-22

“Che altro mi manca?”. Domanda fondamentale per ogni vita. Cercare l’assente che ci può fare vivere. Cercare l’assente per ricevere vita. Cercare l’Assente non tanto per possederlo quando invece per poterlo accogliere e vivere.

19 agosto 2018 Giovani 6, 51-58

Il Signore che ci prepara il banchetto di grasse vivando e di vini succulenti, grazie al suo corpo e al suo sangue, stimola la nostra fame e sete di sapienza.

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