Matteo 11, 25-30


In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

È senz’altro uno dei passi più rivoluzionari del vangelo, quello di oggi. Rivoluzionari per la mentalità del tempo di Gesù, per la mentalità odierna, per la mentalità sapienziale del popolo ebraico.

            “Un ignorante non evita il peccato, un analfabeta non può essere pio”, diceva Hillel. Mentre noi sappiamo che un ignorante non può peccare, perché il peccato è un gesto di libertà non un gesto inconsulto o sconosciuto. Così come chi non sa magari non può essere pio ma non è senz’altro impedito ad amare. Anzi una delle caratteristiche dell’amare, che è la gratuità oltre che la libertà, a volte si manifesta proprio nel non accorgersi, nel non farlo a posta.

            Dice il Talmud: “Non vi è altro povero, se non chi è povero di sapere”. Ma noi sappiamo che gli infanti, che non solo ignorano e sono poveri, ma neanche parlano, sono i benedetti del Padre benedetto da Cristo per questo dono.

A loro, infatti, che neanche parlano è rivelata la Parola Abbà! È lo Spirito che grida dentro di loro Abbà, Padre la vera rivoluzione culturale.

È la sapienza silenziosa del povero che viene a noi donata, non viene conquistata. È la sapienza del povero che non si oppone a Dio mettendo sotto il suo naso le sue doti, ricchezze, capacità, conquiste. Il regno del Padre è roba da eredità, non conquista nostra. Proprio perché ereditato per amore, noi viviamo secondo il Regno.

È la dotta ignoranza del puro di cuore al quale il Padre si mostra e nel cui cuore risuona la preghiera: Padre Nostro!

La sapienza del furbo è invece una sapienza ignorante secondo Dio. Una sapienza che gli permette di percepire Dio ma non di conoscere e amare il Padre. A questa sapienza il Padre resiste, non si mostra, anzi si vela così che chi ascolta non senta, e che chi guarda non veda. Ottusi sono i sensi del sapiente ignorante secondo il Padre, perché non sa o si rifiuta di percepire la sapienza della Croce.

            Il Padre non può essere oggetto di rapina da parte della nostra intelligenza. Diceva un nostro fratello che aveva la quinta elementare: non si è coi libri che si è intelligenti. Più evangelicamente sapiente di questa affermazione.

E un sordomuto che da sempre viveva con noi allo studio teologico di Bologna gridava spesso: studenti, studiare molto, capire niente.

Il Padre è principio e fine del nostro amore, non è oggetto della nostra intelligenza e delle nostre ricerche teologiche. L’uomo è tale se ama non se pensa. Non è l’intelligenza che ci rende uomini, secondo la Sacra Scrittura, ma il cuore. Questo non nega l’intelligenza come parte della nostra umanità, ma non è certamente l’intelligenza che umanizza le nostre scelte. Guardiamoci intorno e ne avremo una prova ad ogni piè sospinto.

            Per il questo o Dio lo percepiamo come Padre oppure lo useremo per i nostri comodi. Lui infatti non si affaccia alla finestra della nostra mente, ma bussa alla porta del nostro cuore.

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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