Matteo 11, 28-30

In quel tempo, Gesù disse:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Inchiniamoci verso la Parola che dona cuore al giorno che si apre. Inchiniamoci noi stanchi delle mille leggi da rincorrere. Leggi che succhiano sangue e non danno vita. Leggi statali e leggi regionali, leggi ecclesiali e leggi di convivenza. Non ci crediamo che le leggi non possono risolvere i problemi. Facciamo le leggi per proteggere gli onesti e non ci accorgiamo che chi conosce bene le leggi sono i disonesti che imparano presto come evitarle e girarle a proprio favore. Chi vuole essere bene, rischia di rimanere imprigionato in miriadi di leggi che ogni politico che va al governo vuole cambiare. Vogliamo cambiare la legge perché una legge è meglio di un’altra. Vogliamo una legge che rilanci la vita, ma una legge, anche se la faccio io, chiede vita non può dare vita.

            Inchiniamoci alla Parola che si inchina su di noi donandoci vita, facendo cadere sul nostro capo gocce di vita e di sapienza vera, quella che dona vita.

Mettiamoci a cuore aperto davanti a questa parola che sembra un giogo pesante ma che in realtà è vita, è un giogo che giova ed è un peso che non pesa.

Ci dice il libro dei Proverbi al capitolo 15:

14Un cuore intelligente desidera imparare, la bocca dello stolto si pasce della sua ignoranza. 16È meglio aver poco con il timore di Dio che un grande tesoro con l’inquietudine. 17È meglio un piatto di verdura con l’amore che un bue grasso con l’odio”.

            È un invito a rimetterci ad ascoltare la sapienza che parla a noi ogni giorno, una sapienza che serpeggia nel cuore del prossimo e cammina in mezzo a noi. Una sapienza silenziosa ma vera e reale. Una sapienza vera e vitale.

È la sapienza dei figli che sono liberi di essere amati e gioiscono nel loro essere amati. Non vi sono distinzioni se non fra coloro che accolgono la Luce che viene nel mondo e coloro che della Luce non sanno che farsene.

            Anche quelli di Corazim, quelli di Betsaida, quelli di Cafarnao sono chiamati in quanto ultimi, sprofondati nella loro disobbedienza. Noi uomini e cristiani del giorno d’oggi, che siamo disobbedienti perché incapaci di ascoltare la sapienza che parla a noi, siamo invitati a partecipare al banchetto della misericordia che è imbandito per noi e davanti a noi. È il banchetto imbandito dal Padre delle misericordie dove viene preparato il vitello grasso, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, per fare festa per tutti i figli disobbedienti. Non è più questione di legge o meno, è questione di chiamata e di accogliere l’invito a partecipare al banchetto della vita. Mangiando di lui noi ritorniamo alla vita. Essere vivi non è una premessa di degnità per partecipare al banchetto. Essere stanchi ed oppressi è la premessa per partecipare al banchetto ascoltando la voce del Figlio che gocciolando su di noi desidera solo donare cuore al nostro giorno.

            Siamo tutti affaticati ed oppressi sotto una legge di vita che è omicida, che vuole la nostra vita per alimentare mercati di ogni genere. Noi che siamo stati creati liberi siamo continuamente alla ricerca di un Moloch a cui sacrificare la nostra vita. Rimettiamoci alla ricerca del nostro essere figli, liberi grazie ad un Padre libero. Alla legge degli dei subentri la libertà dei figli; alla legge che opprime coi suoi inutili gravami subentri la libertà del Vangelo.

Passiamo oggi dalla lettera che uccide allo Spirito che ci dona vita, dalla legge che è fonte di morte alla libertà che è generata dalla Vita e alla Vita, dalla fatica al riposo (2Cor 3, 1-18).

 

“Forse è troppo arduo essere portatori

di speranze collettive: troppe le invidie

e le gelosie di cui si diventa oggetto,

troppo grande il carico di amore per l’umanità

e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono,

troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò

che si riesce a compiere.”

Alexander Langer

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17 gennaio 2019 Marco 1, 40-45

Il lebbroso è guarito. Di fronte a questo dato di fatto che facciamo? accettiamo la testimonianza del guarito stesso oppure la viviamo in modo da disattenderla?

16 gennaio 2019 Marco 1, 29-39

L’incontro tra la mia malattia, il mio limite, il mio peccato e quelli dei miei fratelli è in un solo luogo dove si celebra la grandezza della croce e la bellezza della risurrezione, dove si esprime che non c’è amore più grande di questo dare la vita per i propri amici. Il luogo altro non è che l’utero Materno di Dio dove si gioca la bellezza della sua misericordia. È l’utero materno di Dio che sorride perché noi possiamo ritornare alla vita, perché noi possiamo essere liberati, perché noi possiamo essere guariti.

15 gennaio 2019 Marco 1, 21b-28

Mi sovviene la bellezza delle liturgie in Mozambico dove durante l’eucaristia o la liturgia domenicale si riportano le notizie di tutti e di tutto, le si condivide. Mi sovviene la bellezza di dove sono stato in parrocchia del suono della campana non solo quando vi è un morto, ma anche e soprattutto quando vi è una nascita, cristiana o musulmana che fosse.

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