Matteo 12, 1-8


In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».

Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma solo ai sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

La fame è un bisogno che necessita di essere soddisfatto: non vi sono valori che possono costringerla a non raggiungere il cibo. Non vi è proprietà privata che tenga: la fame è un bisogno primario vitale che è più importante sia della proprietà privata, di ciò che è mio, sia dei confini che noi uomini amiamo mettere per salvaguardare beni che sono secondari rispetto al bene primario del mangiare.

Non li fermeremo mai perché hanno fame mentre noi siamo obesi, non illudiamoci. Il dramma di un figlio che muore di fame mette in moto una scarica di rabbia e di desiderio di reagire che noi non ci immaginiamo. Figuriamoci se una legge, quella del sabato, può bloccare i discepoli dal raccogliere spighe perché hanno fame, per potere mangiare e sfamarsi.

Poche chiacchiere: date voi stessi loro da mangiare.

Il vangelo, come le storie, iniziano con un tempo, una volta, che ci fanno pensare sempre ad un altrove, mentre invece dovrebbero spingerci a pensare al qui ed ora. Ciò che ci viene raccontato nella Bibbia noi siamo abituati a leggerlo come se guardassimo da una finestra, mentre invece stiamo guardando ad uno specchio. Se guardiamo come fossimo alla finestra ci sembreranno cose lontane che non ci riguardano. Se guardiamo come fossimo davanti ad uno specchio avremo la possibilità di riconoscerci e di riconoscere l’oggi. Se vediamo allo specchio riconosceremo il luogo dell’incarnazione, il luogo dove oggi la Parola e la carne si uniscono nell’amore.

            Centrale per la nostra fame è la bocca. La bocca mangia prima di parlare. Mangiare precede il parlare ed il mangiare è un primo modo per esprimerci, per parlare senza emettere suoni. Il cibo, e con lui la fame, precede la parola. A ben guardare il parlare è qualcosa che lungo tutta la nostra vita è un modo di mangiare. E noi siamo ciò che mangiamo. Il bimbo conosce la saggezza del cibo e rifiuta quello che gli fa male. Se è celiaco e ciò che mangia gli fa male lo vomita fino a che non ci accorgiamo che ciò di cui ha bisogno per nutrirsi è un altro tipo di cibo. Il suo intestino si ribella perché non sopporta il glutine che lo fa infiammare.

Noi parliamo perché il nostro essere ha fame di ogni cosa. La grande fame che abbiamo si esprime nel nostro desiderio. Parlare è soffrire di una malattia del corpo che dice fame. La fame è il nutrimento del desiderio che non è mai sazio per sua natura. Il desiderio non mangia, il desiderio esprime fame. Le parole sono il surrogato del cibo che ci manca.

La bocca del bimbo conosce la metafisica fondamentale della vita: non c’è legge del sabato che tenga. Tale metafisica ci dice che la realtà non è fatta di pensiero e di materia. La metafisica del bimbo ci dice che la realtà è fatta di fame e di un oscuro oggetto di desiderio che in parte soddisferà questa fame. La bocca del bimbo succhia il vuoto prima ancora di avere toccato il seno della madre, fiducioso che quel seno esiste.

Fame e cibo, vuoto e pienezza, desiderio e appagamento, cuore inquieto e Dio, sono il campo esistenziale del nostro esistere.

La bocca che succhia ci dice che noi sappiamo che la vita non è cosa posseduta: viene dall’esterno, è dono. Il movimento primordiale della bocca è un dire: Venga il tuo Regno, Venga il tuo Seno!

Quel seno che è mezzo di sussistenza, fornisce latte, ma che è anche oggetto di godimento. Succhiando il seno il bimbo gode della benedizione della presenza della madre. Mangiare allora è vivere, mangiare è un piacere, mangiare è il nostro rapporto vitale con Dio Padre e Madre!

La bocca è utile anche per discernere il mondo: c’è qualcosa che si può mangiare e qualcosa che mangiare non si può. C’è il cibo e il non cibo, cose da mettere all’interno del corpo e cose da lasciare all’esterno. C’è il buono e il cattivo, il buono e il buono che non è cibo da masticare, il seno da succhiare per avere il latte ma non da mangiare. È l’etica della vita della quale noi ci dimentichiamo quando ci trattiamo da animali e non da umani che vivono non solo dei bisogni ma anche dei desideri che ci portano a comprendere la bellezza del mangiare in vista di uno scopo di vita.

Così noi diventiamo ciò che mangiamo. Se abbiamo fame e mangiamo, non c’è legge del sabato che tenga. Se abbiamo voglia di vita, non ci sono confini che tengano. Se abbiamo in braccio un figlio morto di fame ne inventiamo di ogni perché questo non avvenga e perché le nostre mani possano essere piene di cibo.

L’uomo deve mangiare per vivere: di tutto e di più!

 

Nell’abbraccio tutto rimane sospeso:

il tempo, la legge, la proibizione.

Niente si esaurisce, niente si desidera.

I desideri sono aboliti

perché sembrano essere definitivamente appagati.

Ronald Barthes

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20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

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18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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