Matteo 13, 54-58

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

            Gesù viene da una intensa predicazione sul Regno dove ciò che emerge è da una parte la piccolezza dello stesso e la incapacità di vederlo e di udirlo dall’altra. Questo è proprio ciò che capita anche a noi oggi. Presi come siamo dal dovere riformare strutturalmente la chiesa d’occidente, perdiamo di vista l’essenziale. Perdendo di vista l’essenziale cosa facciamo? Non crediamo più che il Regno sia in mezzo a noi. Tutto è in crisi, coloro che aderiscono al cristianesimo sono sempre meno e sempre più lo fanno per convenienza. Le nostre chiese si svuotano e le nostre canoniche rimangono vuote. E noi rivediamo le nostre strutture senza fede. Siamo infatti ancora convinti che dalla nostra bravura e intraprendenza dipenda il futuro del Regno di Dio.

            Il rischio è quello di non accettare di vivere l’oggi di Dio: non crediamo che Cristo sia incarnato in questo tempo e in questo mondo. Facciamo la stessa cosa che hanno fatto i suoi: non hanno accettato Gesù a causa della sua carne, della sua incarnazione, del suo corpo. Non accettiamo, come non lo accettavano ai suoi tempi e ai tempi dei primi cristiani, la debolezza dell’umanità di Gesù, di questa umanità crocifissa.

Per questo ci lasciamo prendere da vacui misticismi o da teologie sincretiste che rischiano di non credere neppure al pan cotto. In fondo noi siamo quelli della sua patria nella quale Gesù viene oggi. Siamo dei suoi, conosciamo i suoi parenti, sappiamo da che razza e da che famiglia Gesù venga fuori. Questa forza della nostra “conoscenza” di Lui provoca in noi lo scandalo. Ci scandalizziamo che l’Onnipotente parli ed entri nella storia di tutti tramite la storia e dunque l’incarnazione di Gesù. Svuotiamo Cristo non riconoscendo che Lui è il Dio con noi, l’incarnato. Non crediamo alla sua ciccia e alla sua croce. Pensiamo ancora di dovere costruire un regno umano, riconosciuto e potente.

            Di fronte a questo nostro peccato originale che ci portiamo dietro, risuona ciò che è l’esperienza di Paolo: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Non quello che di bello hai fatto e fai, quanto invece il fatto di riconoscere che è grazie alla sua vita, alla sua grazia, che noi viviamo e siamo servi della vita del mondo. La debolezza diventa allora non un limite ma un luogo di vita, luogo dove la vita si sprigiona, esce dalle carceri nelle quali la costringiamo con la nostra insipienza ed entra a pieno nella vita scatenando vita. Il luogo in cui maggiormente questa grazia vitale si scatena, come principio di vita, è la carne di Gesù, il suo essersi incarnato: il cardine della salvezza è la sua carne (cardo salutis caro).

            Noi che siamo continuamente alla ricerca di essere come Dio e grazie ai santi e grazie alle nostre bravure, ci ritroviamo al centro del Regno e della piccolezza del Regno: Gesù si fa carne, Gesù seme della Parola viene seminato in noi e in mezzo a noi, Dio si è fatto come noi. Noi, deboli e incapaci, diventiamo il luogo di incarnazione dove Dio sprigiona tutta la sua grazia, la sua vita, il suo amore.

Noi pensiamo, come i contemporanei di Gesù, di sapere chi Lui sia e da dove venga. Il nostro sapere diventa motivo di chiusura. Cosa vuoi che venga di buono da quel lì e da quella famiglia lì! La debolezza della carne diventa luogo per ascoltare la vita di Dio che batte col cuore del Padre, diventa motivo di vedere quanto nasce da quella nostra debolezza grazie al Dio con noi, incarnato in noi e divenuto come noi. Mi basta la tua grazia, mi basta la tua vita.

Il rifiuto dei compaesani di Gesù non è un episodio di cronaca che non ci tocca. È episodio che richiama a noi quanto siamo propensi a questo rifiuto. Riconosciamo la grande tentazione che alberga in noi, quella di volere dividere la Parola dalla carne, ottenendo una parola vuota e una carne senza senso. Da questa tentazione partiamo e lasciamo che questa nostra debolezza diventi luogo di incontro con la grazia di Dio, perché redenta possa divenire strumento di salvezza e di vita per i nostri fratelli.

 

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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