Matteo 17, 22-27

Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà”. Ed essi furono molto rattristati.

Quando furono giunti a Cafarnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Rispose: “Sì”. Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?”. Rispose: “Dagli estranei”. E Gesù replicò: “Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”.

            Cerco di capire, di fronte a questo vangelo, se è ancora possibile entrare in contatto con la nostra sete. Sempre meno sentiamo la sete e sempre più siamo in realtà assetati. Brutta cosa non sentire la sete e ancor più brutta è la risposta alla sete stessa con una bevanda che non disseta, ma solo illude. Sentire la sete significa evidenziare le impermeabilizzazioni che mettiamo in atto per non ricevere l’acqua viva. Il nostro mondo impermeabilizza la terra ad ogni piè sospinto con strade, cortili, cemento che cola da ogni parte. Il risultato, a parte la comodità di viaggiare per strada, è quello di rendere la terra irrespirabile. La terra non respira più, la terra non riceve più. Le inondazioni sono la logica conseguenza di questa scelta dissennata che rischia di portare il nostro mondo alla distruzione. Non subito e non in un colpo solo, ma poco alla volta in modo tale che noi umani non ce ne accorgiamo.

            La nostra sete di libertà rischia di fare la stessa fine. I figli sono liberi, liberi dal pagare il tributo, ma proprio perché liberi, noi, con Gesù in prima fila, li paghiamo.

La libertà è ciò che di più bello ci è stata donata, perché ci rende come Dio. Noi nella nostra libertà siamo chiamati ad essere figli di Dio, niente più, ma proprio per questo come Dio.

Ma questa libertà che chiede di pagare il tributo a Cesare, si evidenzia in un modo tutto particolare: Gesù, Figlio del Padre, paga il tributo consegnandosi nelle mani degli uomini. Agli inaffidabili Gesù consegna la sua vita, si mette nelle loro mani. Questo mettersi nelle mani degli inaffidabili, diventa invito per la prima comunità cristiana a fare lo stesso con alcune attenzioni particolari che vedremo in seguito.

            La tentazione nostra è quella, come lo era per le prime comunità provenienti dal giudaesimo, di osservare rigorosamente le leggi e le tradizioni, dimenticando, quasi volentieri, la verità del Vangelo e la libertà dei figli.

Altra tentazione che si presenta a noi è quella di vivere la propria libertà senza rispettare quella altrui.

La libertà cristiana è invito non a osservare la legge, propria dei movimenti religiosi, e non è neppure invito a trasgredirla giocando ai libertini. La libertà cristiana è libertà di amare il fratello come compimento della Legge. Questa è la legge di libertà che ha come criterio ciò che giova all’altro. Il vero tributo al tempio, tributo che ci dona l’accesso a Dio, Gesù l’ha pagato con la sua libertà di Figlio giocata nel dare la vita per i fratelli.

            Sentire la sete di libertà, riscoprire la bellezza della libertà, giocare questa sete di libertà nel donare la propria vita per la bellezza del mondo che si concretizza nel bene per l’umanità, è la vera scommessa e la vera moneta con cui pagare il tributo a questo mondo. È il chicco di frumento che cadendo in terra muore per portare frutto; è il pizzico di lievito che impastato con la farina permette alla farina di divenire pasta buona.

È la libertà giocata senza l’oppressione del demone della diffidenza. Questa bellezza di libertà da riscoprire, rende la vita nostra più bella e quindi più vivibile. Questa libertà bella ci permette di costituire una comunità di fratelli dove ognuno è debitore all’altro del perdono fraterno, vero tributo da pagare al Padre.

Troppo bello per essere vero? Troppo bello, ma veramente vero. Questa è la via di vita vera che ha percorso Gesù, precedendoci nella via della vita. A noi lasciarci coinvolgere in questo cammino dalla bellezza di una vita che trasborda. Ascoltiamo la nostra sete profonda di verità e di libertà. Smettiamo le nostre impermeabilizzazioni che servono a farci perdere la nostra vita tutta indirizzata a salvarcela. Lasciamo emergere il nostro bisogno che “come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere fecondato la terra”, avvenga anche per la nostra terra di figli dello stesso Padre, fecondata da Gesù Parola che piove dall’alto.

Così non ricercheremo più compulsivamente di fare cadere l’altro, ma saremo liberi di edificarlo, di fargli del bene. Che la libertà stessa di Dio, di dare la vita per la nostra salvezza, possa essere anche la nostra, è l’augurio che ci facciamo quest’oggi.

 

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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