Matteo 18, 1-5.10

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».

Sono arrivato da un viaggio, sono in terra mozambicana. Sono sceso davanti alla cattedrale pensando di essere in ritardo all’appuntamento con colui che doveva prendermi e portarmi a destinazione. Ero in anticipo. Volevo quasi entrare nella cattedrale ma i miei passi si sono mossi in tutt’altra direzione.

Avevo sete. Mi sono messo a cercare un bar. L’ho trovato ma non mi piaceva per cui ho proseguito la mia ricerca. Passando sul marciapiede ho visto alcune donne che vendevano i loro prodotti a chilometro zero. C’erano anche due bimbi con gli occhi sgranati. Sono passato oltre e sono arrivato al semaforo. Dall’altra parte della strada ho visto che c’era un banchetto dove vendevano coca cola. Mi stavo incamminando in quella direzione, era verde, ma mi sono fermato.

Avevo sete, ma non ho attraversato la strada. Il semaforo è diventato verde. Ho preso un’altra direzione e ho attraversato la strada. Vado a vedere se c’è qualcosa dall’altra parte. La strada è una strada a doppia corsia con in mezzo un grande marciapiede alberato.

Mi sono fermato in mezzo, mi sono girato verso quelle donne coi loro bimbi e i loro prodotti e ho visto che la più giovane vendeva arachidi sbucciate e seccate in casa.

Avevo sete e ho visto mia figlia!

Quella donna ha venduto alcune arachidi. Io ero appoggiato ad un cartello pubblicitario. Strano un bianco fermo, a piedi in mezzo alla strada. Ho guardato in direzione di quella donna e ho visto mia figlia.

La donna ha cominciato a raccogliere le sue arachidi. Si è piegata in due. Ha appoggiato sua figlia, la nostra figlia, sulla sua schiena. Mentre legava la figlia ha dovuto fermarsi perché qualcuno gli ha chiesto delle arachidi, degli amendoin, per pochi centesimi di meticais. Con la nostra figlia appoggiata a braccia e gambe aperte sulla sua schiena, ha servito il cliente. Ma nostra figlia non rischiava di cadere.

Ho sete, mia figlia non si muove, sembra appiccicata alla schiena di sua madre, con un abbraccio crociato pieno di fiducia e di amore.

In mezzo alla strada passano poliziotti in divisa antisommossa. Automobili con le bandiere di vari partiti che vogliono vincere le elezioni, perché loro sono i più bravi. Interessa vincere, non interessa il bene della gente. È l’eterna deriva del potere che ci avvolge con le sue spire e i suoi tentacoli demoniaci. A volte mi sembra che l’uomo sia stato creato dal Diavolo, non da Dio Padre!

Ma ho sete! Finalmente posso vedere che la mamma prende la sua capulana e avvolge la figlia assicurandola alla schiena. La mamma ha il velo, è musulmana. Mia figlia è musulmana! Finalmente una cristiana musulmana, una musulmana cristiana.

La mamma con la bimba, nostra figlia legata alla schiena, si mette in moto. Prende le sue cose e va via.

Ho sete! Mi giro dall’altra parte. Vado nella direzione opposta con mia figlia nel cuore che si appoggia sullo stomaco.  Ho sete ma sono commosso. Ho sete ma ho ancora un po’ di liquidi corporali per due lacrime di bellezza e di commozione. Ho sete e penso ai tanti bimbi pieni di tutto ma non amati in Italia. Questa bimba vive con sua madre.

Sono fermo al semaforo, attendo che diventi verde. Mentre attendo mi guardo in giro. Guardo alcuni giovani che seduti ad un baretto in mezzo alla strada chiacchierano. Compare mia figlia con la donna. Sembra quasi invisibile, sembra che non dicano nulla, ma quei giovani comprano un po’ di amendoin. E mia figlia, che sete, rimane sulla schiena della madre mentre lei fa tutto questo.

Rimango fermo con la mia sete mentre guardo mia figlia sulle spalle di sua madre. Finito con loro, mentre mi sto girando per attraversare la strada, mi accorgo che mia figlia viene verso di me.  Mi fermo. Siamo soli al semaforo. Io, mia figlia, sua madre e la mia sete sempre più forte.

La guardo e chiedo alla madre, una giovane madre con un bello sguardo, quanto costano i suoi arachidi. Mi dice il prezzo. Gli chiedo di comprarli tutti.

Devo ripetere alcune volte la richiesta perché non capisce bene. A me dà l’impressione che capisca solo il macua, il dialetto del posto che io non conosco. Alla fine mi dice: 150 meticais. Dei buoni soldi per lei, poco più di due euro per me. Li compro tutti. Mentre li sta prendendo lei li versa nel cesto che ha con sé, gli arachidi, e li mette in un sacchettino nuovo, più bello.

Gli chiedo come si chiama nostra figlia: Fatima. Accarezzo la testolina di Fatima che mi guarda con due occhioni. Non piange, non grida, non dice nulla. Mentre la mamma fa tutte le operazioni del caso, piegata in due, si avvicinano altri che vogliono vendere qualcosa. Ho dato dei soldi alla mamma, lei se li mette fra le labbra e lavora celermente. Gli dico che alcuni meticais in più che le do sono per Fatima, nostra figlia: che gli faccia un regalino.

Gli chiedo se abita in città, mi dice di sì. Gli chiedo se a casa ha il marito, mi dice di sì. La lascio parte delle arachidi. Prendo il sacchetto, faccio una carezza a Fatima figlia mia, saluto lei che mi fa un gran sorriso e mi avvio nella direzione del mio appuntamento.

È strano: non ho più sete. Mia figlia mi ha dato da bere dell’acqua bevendo alla quale non senti più la sete, perché è l’acqua viva che sgorga dal costato trafitto. Una madre e una bimba musulmana, Fatima, mi hanno dissetato semplicemente con la loro presenza in mezzo al traffico caotico della città.

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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