Matteo 23, 23-26

 In quel tempo, Gesù parlò dicendo:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Gli scribi sono quelli che sanno, i farisei quelli che fanno. Intorno queste due categorie di vita gira intorno molto del nostro mondo sociale e religioso. Sono due categorie che, normalmente, noi usiamo per condannare e per squalificare il prossimo. Taci tu, che non sai! Diceva spesso un confratello scriba. Cosa vuoi che venga di buono dal sud o dall’Africa, non hanno voglia di fare niente; non sono come noi che lavoriamo come asini.

Quanto spesso sentiamo queste due affermazioni girare fra di noi.

            Questo è un fare e un sapere ipocrita. Il fare e il sapere in sé sono cose buone, ma quando il sapere e il fare hanno come fine il nascondere la realtà anzichè esprimerla, squalificano la realtà stessa. Questo avviene perché lo scopo è l’apparire intelligenti e buoni, non l’amore. Vi è un sapere e un fare che sono espressione di amore e che aprono al Regno; vi è un sapere e un fare che sono tutt’altro che amore, e che chiudono al regno.

            Se il fariseismo e lo scribismo, il fare e il sapere non per servire ma per dominare e gestire, sono ciò che muovono le nostre scelte, allora anche la Parola è sub judice. A me pare che spesso la Parola per noi scribi e farisei, sostituisca Dio Padre stesso. Ci interessa di più l’interpretazione della Parola e l’uso che ne facciamo, che non la relazione col Padre. Cadiamo facilmente nell’uso della Parola per manifestare la nostra sapienza e l’uso della stessa per mostrare il nostro darci daffare bene, da buoni cristiani.

Quando la Parola sostituisce Dio che parla e al quale siamo chiamati a rispondere, allora la Parola non è più una persona in mezzo a noi, ma diventa un idolo che utilizziamo per la nostra bella faccia.

Lungo i secoli cambia l’uso della Parola e cambia quello a cui diamo importanza. A volte si idolatrizza un aspetto, altre volte un altro, ma lo scopo non cambia: potere avere potere sull’altro. Mentre invece ciò che è essenziale ed importante rimane la giustizia, la misericordia e la fedeltà.

            La Parola non può sostituire Dio, anche quando ha la lettera maiuscola. La Parola o è luce per i nostri passi e si presenta a noi come Gesù incarnato, oppure è un pio esercizio da biblisti o da gente buona che non porta a Dio ma risulta centrata su noi stessi.

Ciò che muove non può essere il legalismo e neppure il ritualismo, non può essere la perfetta interpretazione della Parola e il suo utilizzo in un quadro teologico perfetto. O ciò che muove, e non è mai cosa da dare per scontata, è l’amore del Padre e dei fratelli sopra tutto e sopra tutti, oppure noi stiamo usando la Parola per ben altri scopi.

Così il dettaglio diventa l’oggetto dell’ossessione rituale, come le rubriche del messale o come l’appartenenza ad una parrocchia o a una diocesi, al clero diocesano o ad una comunità religiosa. Sembra che ci interessi di più una coazione meccanica a fare e ripetere che non la vita stessa. Coazione che porta solo all’uccisione dell’altro e al suicidio di noi stessi.

            In questo caso si evidenzia come tutto sembra ridotto ad un tentativo di rapire gloria cadendo schiavi di ogni bisogno e di ogni passione. Il sogno muore, il desiderio si atrofizza, l’amore liberante non lo si conosce e riconosce più.

            Il Signore mentre ci dice guai a voi, evidenzia come ciò che conta è il cuore puro che vede Dio e vive dell’amore del Padre diventando come Lui: misericordioso verso ogni miseria.

 

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

20 ottobre 2018 Luca 12, 8-12

Testimonianza non è tanto questione di parole da dire e da dire nel modo giusto, quanto invece croce quotidiana, nel senso del dono di sé, propria di chi segue il Signore lasciando che lo Spirito gridi dentro di noi Abbà, Padre!

19 ottobre 2018 Luca 12, 1-7

La folla intorno a Gesù è talmente tanta che si calpestavano a vicenda. Ci si calpesta all’interno dei discepoli di Gesù, per questo Gesù ci mette in guardia perché non avvenga proprio quanto sta avvenendo. Ci mette in guardia perché noi riteniamo tutto questo cosa buona, mentre invece, per Gesù, cosa buona non è.

18 ottobre 2018 Luca 10, 1-9

Niente di eccezionale. Cosa quotidiana. Cosa naturale. Cosa di amore. Il frutto del prendersi cura è la pace. La relazione che ne nasce ci porta a vivere l’eucaristia con il nostro Signore e con il nostro fratello, mangiando quanto ci viene messo davanti. Un cibo che è significativo e buono perché espressione di cura e di pace interiore.

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