Il testo che di seguito pubblichiamo (parte di una relazione di mons. Sergio Colombo) è uno strumento che ci permette di continuare la nostra riflessione e ricerca  (come quella della Diocesi di Bergamo a cui è proposto nella sua integralità) e di trovare soluzioni pastorali possibili sul modo di rispondere al mandato di Gesù di essere Chiesa a servizio dell’uomo oggi …

Quale bussola dal Concilio oggi?
Tutti diciamo che il Concilio è per noi una “bussola”, ma quando si tratta di dire qual è la sua stella polare – il suo nocciolo – e in quale direzione ci dice di andare, c’è molta confusione e molte divergenze di interpretazione. Il compito è abbastanza complicato. Si capisce.
Il Concilio è stato un evento storico complesso. Cosa ne conosciamo? A che cosa ci riferiamo quando diciamo“Concilio”?
Il corpus dei testi conciliari è enorme: centinaia e centinaia di pagine, decine di documenti, uno diverso dall’altro, ognuno frutto di diverse redazioni e di molti compromessi. e poi noi lettori di oggi ci riferiamo a quell’evento e a quei documenti con attese diverse, da prospettive diverse e quindi con diverse interpretazioni.
È importante, quando ci riferiamo al Concilio come bussola del nostro cammino di Chiesa oggi, cercare di indicare: cosa intendiamo per Concilio e qual è il nocciolo di ciò che ha detto e ha voluto lasciarci in eredità; e da quale luogo, da quale sguardo sulle sfide che il Vangelo ci mette oggi di fronte noi partiamo per interrogare il Concilio e la sua attualità.
Ci proviamo anche noi:
1) dando con alcune istantanee un’idea di che cosa è stato il Concilio;
2) cercando di cogliere lo “spirito”, lo “stile” del Concilio, il modo di essere Chiesa che si è realizzato al Concilio e che è probabilmente il lascito più attuale e più urgente del Concilio stesso;
3) provando a dire che aiuto ci può dare il Concilio nell’affrontare le sfide pastorali che l’evangelizzazione oggi si trova di fronte.

3. E oggi?
Dopo due mesi di lavori conciliari, il 6 dicembre 1962, il card. Lercaro annotava: “due mesi di lavoro e di ricerca umile, libera, fraterna, ci hanno portato a comprendere meglio, e tutti insieme, ciò che il Concilio Vaticano II deve proporre agli uomini di questo tempo”. Diceva questo, tra l’altro, proprio introducendo nella prospettiva del Concilio il principio lucaniano della ”evangelizzazione dei poveri”, propugnando un ritorno al Vangelo, al nocciolo del messaggio cristiano, da distinguere “da un certo «organon» culturale di cui molti ecclesiastici, mossi da uno spirito di possesso e di sufficienza, hanno difeso fermamente la perennità e la universalità”.
Cinquant’anni dopo, il compito di comprendere “insieme”, collegialmente, l’eredità del Concilio e di ritentarne il discernimento, resta lo stesso. In un mondo profondamente cambiato, però. La fine della modernità e dei grandi racconti che ne hanno, anche tragicamente, orientato il processo, e la fine di un certo umanesimo che, anche al Concilio, ha costituito la possibile piattaforma di dialogo tra Chiesa e modernità, lasciano gli individui profondamente disorientati e soli di fronte alla vertigine di una globalizzazione incerta e inquietante. Un pluralismo radicale, che suscita il timore di un relativismo generalizzato, lascia il posto a una razionalità puramente strumentale e strategica, burocratica ed economicistica, sempre più difficile da controllare da parte della politica e delle nostre fragili democrazie. Parallelamente si è accentuato in Europa il ritiro della Chiesa e del cristianesimo, nell’orizzonte di una cultura post-moderna che si è largamente allontanata dalla tradizione cristiana.

I cristiani sono chiamati a far proprie “le angosce e le speranze” di questo nostro tempo difficile e a testimoniare il Vangelo come forza di riconciliazione e di speranza. Dovrebbe essere per la nostra Chiesa un’occasione di rianimare le grandi ispirazioni conciliari e di discernere collegialmente lo stile di evangelizzazione che i nostri tempi richiedono.
Dovrebbe essere l’occasione di rilanciare quella “maniera di procedere” e di essere Chiesa che il Concilio ci ha lasciato in eredità: una maniera sinodale, collegiale, di discernere i segni dei tempi sotto l’autorità della parola di Dio. Le nostre comunità dovrebbero verificare come la lettura delle scritture che viene praticata ci aiuta a metterci in ascolto della parola di Dio inseparabile dall’ascolto delle angosce e delle speranze degli uomini del nostro tempo. D’altra parte, questa pratica del discernimento comunitario dovrebbe favorire una capacità di ascolto e di apprendimento personale e interiore dei fedeli, da coltivare nella preghiera e nella liturgia.
Insomma, se si vuole davvero onorare il Concilio come bussola della Chiesa per la nuova evangelizzazione, bisogna oggi, seguendo lo stile e il modo di procedere del Concilio, rispondere a queste domande:
Cos’è il Vangelo a cui ci dà accesso la pratica delle Scritture?
Quali caratteristiche ha la cultura del nostro tempo e come farvi nascere l’ascolto del Vangelo?
Di quali comunità abbiamo bisogno per compiere la missione di questa nuova evangelizzazione?

3.1 A quale Vangelo dà accesso la pratica delle scritture?
il Vangelo è, come dice la parola, “buona notizia”; esso è radicalmente un messaggio di gioia e di speranza: tutto può essere salvato, tutto può cambiare, essere fatto nuovo; tutto cambierà, perché Dio è all’opera in questo mondo. Gesù, quando è passato tra noi, ha tradotto questa buona notizia come un simbolo: “il regno di Dio”, l’instaurazione, ad opera di Dio, di un nuovo ordine di cose, di un regno di giustizia, di pace, di fraternità, che si rende presente nell’azione messianica di Gesù che guarisce i malati, libera le persone dai loro diavoli, consola gli afflitti, mette al centro i piccoli, riconcilia gli avversari, accoglie gli esclusi, perdona e unisce tutti gli uomini con il sacrificio di se stesso. Tutto questo non è immediatamente questione di religione; Gesù non lascia ai suoi codici rituali, legislativi, dogmatici: traccia una via, un modo di essere uomini e di vivere in relazione con gli altri, che deriva dalla paternità universale di Dio ed è sostenuto dal dono del suo Spirito.
Ciò che Gesù annuncia in termini di “regno”, la Chiesa lo annuncia in termini di “resurrezione”: di una nuova creazione e di una nuova riconciliazione tra gli uomini. La Chiesa è mandata nel mondo per rinnovarlo, convertirlo, rigenerarlo, riconciliarlo: annunciando il Vangelo di Gesù e rinnovando il suo agire messianico in un atteggiamento di amicizia e di servizio all’uomo. E il Vangelo stesso ci indica lo stile di evangelizzazione, ci dice come testimoniarlo: in atti di amore, di fraternità, di riconciliazione, di amicizia, di speranza e di gioia; in atti di umanizzazione, di ricreazione, di rigenerazione di questo mondo (Moingt).

3.2 Quali sono le caratteristiche del nostro tempo, cui va annunciato il Vangelo?
L’annuncio del Vangelo va fatto all’uomo e al suo “tempo”; esso è-per-l’uomo che lo ascolta e lo accoglie all’interno del suo tempo e della sua cultura. L’annuncio del Vangelo include quindi il discernimento del proprio tempo, della cultura in cui si forma l’ascolto e in cui il Vangelo è chiamato a nascere. Cosa comporta annunciare il Vangelo agli uomini del nostro tempo? Discernere i segni dei tempi è appunto cercare, alla luce della fede, di capire ciò che sta succedendo all’uomo di questo nostro tempo. Ciò che sta succedendo nelle nostre società occidentali è un massiccio ritiro dalla religione, che spiega anche il declino del cristianesimo.
Spesso si dà la colpa di questo declino all’ateismo e al materialismo che avrebbero portato tanti cristiani a perdere la fede, a non frequentare più la Chiesa e i sacramenti. in realtà, la secolarizzazione – il fatto che le nostre società non si fondano più su un a-priori religioso e si organizzano sulle leggi del mondo – è anzitutto un fenomeno sociale e culturale, non di per sé anticristiano: un fenomeno di civiltà che scioglie il legame, tipico delle società tradizionali, tra religione e società. La Chiesa, che viene da secoli di cristianità, ha preso paura di questa emancipazione che minaccia di svuotare la sua tradizione e la sua autorità. È stata, e ancora lo è, tentata di compattarsi, di ripiegarsi su se stessa, di rafforzare i bastioni: di puntare sulla fermezza dottrinale, sull’autorità della gerarchia, sulla restaurazione degli aspetti sacri della religione. La strada invece è quella di non sentirci assediati, di non ripiegarci su noi stessi e magari cercare le risorse in un passato glorioso, ma di aprirci a ciò che ci chiama e ci manda, all’origine e alla missione che il Signore ci affida di annunciare agli uomini un Vangelo di misericordia e di riconciliazione. La Chiesa esiste per gli altri, non per se stessa e solo in uno slancio missionario, solo andando al mondo per vivificarlo della vita e dello Spirito di Cristo, essa può trovare la sua forza e la sua vitalità; e può dare anche a questo nostro mondo post-moderno riferimenti importanti per difendere e promuovere la causa dell’uomo.
Il fenomeno della secolarizzazione, che tra l’altro nasce nel seno del cristianesimo ed è in qualche modo una sua creatura, non è immediatamente contro la Chiesa; le chiede però di cambiare e rilanciare la sua missione: chiede una “nuova evangelizzazione”. La Chiesa è chiamata ad annunciare, e a scoprire come già all’opera il Vangelo anche in questo mondo secolarizzato, largamente a-religioso o post-religioso. Il Vangelo – lo abbiamo visto – non è originariamente richiesta di adesione a una religione, ma al comandamento dell’amore del prossimo. Esso è l’offerta di una vita buona, una scuola di vita, seme e fonte di un’umanità nuova, convertita dalle sue chiusure e dalle sue violenze, e sostenuta nella sua speranza. Una società secolarizzata non esclude, anzi valorizza l’attualità del polo evangelico del cristianesimo e, senza eliminare le forme religiose che esso necessariamente assume, gli chiede di riformarle continuamente nel tempo perché possano servire l’annuncio e la pratica del Vangelo.

3.3 Quale Chiesa?
il compito missionario di annunciare il Vangelo a questo nostro mondo è di tutta la Chiesa, ma, in questa situazione, spetta soprattutto ai laici cristiani. La Chiesa si è talmente strutturata sul potere sacro che i fedeli sono abituati all’idea di lasciarsi passivamente condurre dai loro pastori a compiere bene i loro doveri religiosi, senza alcuna responsabilità negli affari della Chiesa; e soprattutto senza che le questioni della loro vita e del loro mondo quotidiano, secolare, entrino a far parte della fede e a determinare il modo di essere Chiesa. Oggi è la prima volta nella sua storia che la Chiesa si trova ad annunciare il Vangelo a una società massicciamente agnostica e a-religiosa; deve cercare altri modi che quelli della voce ufficiale della Chiesa gerarchica per farsi ascoltare da questo mondo.
“L’apostolato dei laici” diventa la via privilegiata della missione.
Ovviamente, la missione autentica del Vangelo deve avvenire in nome di Cristo e come Chiesa: a partire dalla comunità cristiana, la quale è chiamata a strutturarsi come comunità missionaria in grado di “istruire” la testimonianza cristiana in vista della nuova evangelizzazione. Comunità, quindi, legata non solo al vincolo gerarchico, istituzionale, ma soprattutto a un vincolo di carità.
Comunità dove si punta soprattutto sull’ascolto e sulla condivisione del Vangelo – della Parola di Dio – e si apre ai problemi della vita, del territorio, della cultura; e si lega ad altre persone desiderose di riflettere e di impegnarsi nel prendersi cura delle “angosce e delle speranze degli uomini del nostro tempo”; e si addestra in iniziative e azioni concrete, nella continua, tenace invenzione di forme di solidarietà e di umanizzazione che, esprimendo la forza della fede, mostrano quale nuova umanità essa possa generare.

Mons. Sergio Colombo
relazione al Convegno della Caritas Diocesana
Bergamo, 20 aprile 2013

testo integrale sul sito della diocesi di Bergamo

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