Risurrezione: vigilianza dei nostri giorni !

( riflessioni pasquali di Nicoli Giovanni scj )

Paolo rivolgendosi alla comunità cristiana di Corinto, una comunità lacerata da divisioni e discordie, ricorda che il nome dei cristiani è “quelli che attendono la manifestazione di Gesù Cristo” (1Cor 1, 7). Vivere la Pasqua è vivere questa attesa, vivere questa attesa è elemento centrale per ogni missione.

Viviamo un periodo, sia in occidente come nelle cosiddette terre di missione, dove ciò che andava bene ora bene non va’. È cambiato il modello di missione: anche solo per il fatto che dall’occidente non partono più missionari! È cambiato il modo di essere chiesa: non siamo più in tanti e il nostro potere si affievolisce ogni giorno sempre più. Di fronte a questa realtà siamo chiamati a riscoprire un modo vero, non giusto, di vigilare. Vigilare oggi significa ritrovare un rapporto nuovo con il tempo. Noi che non abbiamo mai tempo, viviamo il tempo come qualcosa di problematico. Il futuro, anche quello escatologico, anche quello che fa capo alla risurrezione, ha cambiato di segno: da sinonimo di promessa è divenuto sinonimo di minaccia.

Il nostro rivedere le nostre strutture, i nostri servizi di chiesa, il nostro servizio caritativo, il nostro essere missionari in Italia come all’estero, sembra risponda più alla domanda di “ma dove andremo a finire?”, che non “ma quale è la nostra chiamata oggi?”.

Mi pare che dalle nostre riflessioni emerga maggiormente paura. La paura ci porta a distaccarci sempre più dalla terra, dalla vita, dalla realtà. Per questo usiamo il nostro tempo e le nostre energie per recuperare terreno, anziché per vedere e ascoltare la vita che ci chiede un modo nuovo, un modo da risorti, con cui porci di fronte alla vita.

Non vogliamo vigilare, non serve più a nulla. Vigilare è atteggiamento che suscita paura di fronte alle cose che non vanno bene. Vediamo il terreno sassoso e pieno di spine, non cogliamo l’essenzialità del seminare che è proprio dell’essere missionari di risurrezione. Essere missionari in attesa vigilante significa essere persone che giorno dopo giorno risorgono alla libertà dai risultati, coscienti che non chi semina o chi irriga fa crescere, ma il Signore Gesù.

La paura incita al ripiegamento su di sé anziché allo slancio creativo e progettuale. Vigilare significa uscire dalla realtà virtuale, che come tale non esiste, per entrare nella propria umanità e quindi nella fede. Vigilare significa avere i sensi svegli, sapendo che spontaneo ci viene il male, il bene è scelta libera di amore che ha poco di spontaneo. Sappiamo che quando vegliamo prima o poi i colpi di sonno ci prendono, fanno parte della veglia. Di fronte a questa verità dei fatti siamo chiamati ad aderire alla realtà che è data anche dalle fatiche. Ne consegue che ci liberiamo dalle fughe nell’immaginazione e nell’idolatria, divenendo responsabili verso le cose, il corpo, le relazioni, gli altri, Dio stesso.

Essere missionari che rinascono nella risurrezione pasquale ogni giorno, significa vigilare per non lasciarsi andare, per non cedere all’indifferenza. Vigilare significa ritrovare la bellezza dell’essere svegli, anche se non facciamo nulla. Vigilare è essere creativi perché aperti al futuro, piuttosto che chiusi sul passato. Vigilare è essere incarnati, gente che è figlia del Natale del nostro Signore Gesù, dunque gente che non passa le sue giornate e vive i suoi rapporti per lamentarsi delle cose che non vanno, ma che vive quanto gli è dato come dono e in quello che gli è dato si incarna.

Da qui scaturisce la bellezza della creatività che è propria dei figli di Dio che accolgono la creatività del Padre Creatore. Vigilanza è fedeltà alla terra: lì siamo alla presenza del Padre. Più siamo persone che vivono il dono di essere figli dinnanzi al Padre Nostro, e più saremo unificati nel nostro essere presenti alla vita. Fare la volontà del Padre è una sola: accogliere la sua Paternità e vivere da figli e dunque da fratelli, tutto il resto ci sarà dato in sovrappiù.

Qualsiasi cosa noi facciamo, qualsiasi cosa viviamo siamo dunque del Signore. sia che mangiamo sia che dormiamo, sia che preghiamo, sia che andiamo in missione, sia che camminiamo per strada, sia che ci sediamo in fondo ad una chiesa, sia che incontriamo, sia che stiamo in solitudine, noi siamo del Signore.

Non importa quello che facciamo: lasciamo libero spazio alla creatività. Importa che noi vegliamo come figli, liberi dai numeri, liberi dai successi, liberi di seminare. Non importa che facciamo il bene, importa che siamo bene nel bene: tutto il resto ci sarà dato in sovrappiù.

Vigilanza e missionarietà allora si incontrano nel dono della risurrezione. Vigilanza è responsabilità di tutti i cristiani, è volontà del Padre per noi oggi. Il futuro non è questione di numeri o di successi o di paure, è luogo di vita che lascia libero spazio ai colori del creato.

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