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12 aprile 2019 Giovanni 10,31-45

Giovanni Nicoli | 12 Aprile 2019

Giovanni 10, 31-45

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre; per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dei”? Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. 
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

            Siamo alle solite: Gesù fa il bene e ricompaiono le pietre. Non vogliono lapidarlo per quello che fa, gli dicono, ma per quello che dice. Ma se il suo dire e il suo fare sono la stessa cosa perché tra la Parola e il Bene, il Fare, non c’è di mezzo il mare. Chi vogliono togliere di mezzo è il suo fare e il suo dire, è il suo Essere e il suo Fare.

            Gesù, in questo capitolo si definisce la porta attraverso cui le pecore possono entrare e uscire dal recinto di bene e di vita.  Lui è il Bel Pastore, ci dice andando avanti nel capitolo! Quel Bel che noi da sempre, un po’ malaticci di moralismo, abbiamo definito il Buon Pastore. Bello significa vero, autentico anche buono, uno che sa fare il proprio lavoro. Il Bel non è cosa di apparenza, come spesso lo è per noi, ma richiama qualcosa di piacevole, di bello appunto. È importante vedere la bellezza e provare piacere per il bene incarnato. Questa bellezza che salverà il mondo evidenziando il vero piacere della vita.

            Gesù Porta e Bel Pastore è il bersaglio delle pietre che in questi capitoli sembrano continuamente saltare in mano a noi, novelli giudei, che dobbiamo annullare il bene dell’altro. Le pietre che noi amiamo sono quelle che annullano la fraternità in nome di cose che ci piacciono ma che, a ben guardare, sono cose di bassa lega. Come si fa a dare più importanza ad un pezzo di eredità piuttosto che alla relazione coi fratelli. Come si fa a dare più importanza ai confini piuttosto che alla vita di coloro che condanniamo in mare come nei campi di sterminio libici. Come si fa a dare più importanza alla finanza piuttosto che al lavoro onesto delle persone. Come si fa? Eppure le pietre continuano a saltarci in mano.

Se uno è bianco, vestito bene, non sporco lo accogliamo. Un bimbo sporco e non ben vestito lo facciamo accompagnare fuori dal ristorante.

Gesù ci dice che le sue opere sono la base della nostra fede che invece, proprio per quelle opere, nega una fede che non è a proprio servizio. Se il bene fatto è per noi bene, se è fatto per gli altri ci rimane il magone in gola.

            Gesù dimora nel Padre e il Padre in Lui! Come si fa a credere a questo? Eppure, a ben vedere, uno sta di casa dove sta col cuore: abita dove ama e dove è amato. Padre e Figlio si amano reciprocamente, dimorano l’uno nell’altro. Gesù è la dimora di Dio, è il tempio di Dio, in mezzo agli uomini. Questo stare con diventa salvezza per gli uomini. Gesù salva il mondo, gli uomini, in quanto Figlio condannato e ricercato continuamente dalle pietre. Lui condannato e ucciso dai fratelli, offre il suo amore che è lo stesso di quello del Padre.

La nostra tendenza a volerlo uccidere dando, per esempio, più importanza ad una statuetta del presepio che agli stranieri, non è fede in Dio, quel Dio che nel fratello si lascia uccidere e non rinuncia alla sua dimora tra di noi e non chiama le sue legioni di angeli a difenderlo. Quel Dio Figlio ucciso diventa sapienza e astuzia di Dio. Un Dio che non cerca i martiri e non fa il martire. Quel Dio che diventa salvezza nostra attraverso le pietre. Grazie all’innalzamento sul lucerniere della croce illumina la nostra vita. L’uccisione sua diventa dono supremo che il Figlio, Bel Pastore e Porta della Vita, fa di se stesso. Questa è la testimonianza di amore dove non c’è amore più grande di dare la vita per i propri fratelli.

Vince perché le tenebre non possono soffocare la Luce: afferrandola, infatti, ne sono sconfitte. Con l’uccisione della Luce non nasce un buco nero ma un Sole di giustizia che risorge a vita nuova donando risurrezione al nostro mondo di sfiduciati.

 

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