9 Giugno 2023 Marco 12, 35-37

Giovanni Nicoli | 9 Giugno 2023
Marco 12, 35-37
 

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:

“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.

Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

Sei un incosciente, sei uno senza coscienza, hai una coscienza malata e fuorviata: sono espressioni che ci dicono, al negativo, l’importanza che ha la coscienza per la nostra esistenza. Eppure quanto poco tempo concediamo alla sua formazione e maturazione.

Uno che ha coscienza è uno che non cede alla tentazione dell’ovvio o del tradizionalismo. Una persona con coscienza è una persona che riesce a cogliere il bene in sé al di là del proprio naso. Uno che ha coscienza è uno che si rifiuta di seguire lo scontato, di lasciarsi guidare dal buon senso comune.  Avere coscienza significa continuare a ricercare sempre e comunque, non accontentarsi mai.

Il non accontentarsi è proprio dell’umano, il problema è che questo non accontentarsi troppo spesso noi lo paralizziamo sulle cose esteriori, sul guadagno, sul potere. L’uomo di coscienza è colui che non si accontenta di quello che ha raggiunto con la sua comprensione del bene, del bene comune, del bene universale, del Bene per eccellenza. 

Approfondire e riflettere è proprio dell’uomo di coscienza. Anche di fronte ai grandi eventi non cede alla tentazione di giudicare per pregiudizi. Ciò significa che ogni giorno è chiamato a comprendere e a scegliere di nuovo. La sua vita non potrà annoiarlo, perché sempre spinto da una insoddisfazione di fondo che gli richiede una chiarezza di vita sempre più bella e sempre più vitale.

Così il Signore Gesù, che sa che il Messia sarà un discendente di Davide, mette in dubbio questa certezza perché non è grazie a questa certezza pregiudiziale che gli eventi evolveranno.

A questa certezza non ci si può legare come ad un’ancora di salvataggio. È il continuo scavare in noi e fra di noi che evidenzia la via non tanto come ancora di salvataggio che ci mette al sicuro dagli eventi, ma come realtà vitale da vivere e nella quale giocarsi sempre più e sempre meglio.

È bello e utile lasciarci scrutare dal Mistero e scrutare il Mistero. Non presumere di sapere già tutto e continuare ad interrogarci sulla qualità della propria esistenza. Uscire dallo stordimento dei mezzi di comunicazione che a forza di chiacchiere ripetute allo sfinimento, non comunicano più nulla.

Ci portano infatti in un cul de sac dove la realtà scompare in dissolvenza dietro il continuo martellamento dei problemi economici mondiali, non lasciandoci più vivere in libertà la nostra quotidianità.

Quotidianità che è legata a tutte queste problematiche, ma che non può essere ridotta a queste problematiche ribadite in modo martellante e ossessivo. Basta parlare di alluvione: tiriamoci su le maniche e diamo una mano a questa gente bisognosa. Basta far dipendere la nostra vita dall’economia: la ricchezza più grande che abbiamo siamo noi, sono le persone, sono la voglia di vivere: a queste diamo il nostro tempo e le nostre energie.

Lo stesso dicasi del non dare per scontata la qualità della nostra presunta esperienza di Dio.

La nostra coscienza ogni giorno, se la teniamo sveglia, interroga la nostra fede, ci porta a superare la logica dello scontato perché da tutti detto e ribadito. Ci riporta alla promessa di Dio che anche oggi si rinnova, si incarna, si realizza. Ci riporta al dono di Dio visto ed evidenziato fin dall’inizio della nostra giornata.

La nostra coscienza ogni giorno, se la teniamo sveglia, interroga la nostra fede, 

ci porta a superare la logica dello scontato perché da tutti detto e ribadito. 

Ci riporta alla promessa di Dio che anche oggi si rinnova, si incarna, si realizza.

 

PG

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