Matteo 21, 1-11
In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Lazzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
Di questo vangelo ci può colpire il ritornare di una piccolissima parola: “ecco”. Isaia: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza”. Lettera agli ebrei: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”. Vangelo di Matteo: “Ecco, a te viene il tuo re mite, seduto su un’asina”. “Ecco” è una piccola parola, due sillabe, riferite al Signore che viene. Una minuscola parola che mi sembra custodire due orizzonti. L’orizzonte di chi attende e l’orizzonte di chi arriva. L’orizzonte di chi attende, con un richiamo all’attenzione, “ecco, fate attenzione”.
Ricordiamo la parabola delle dieci ragazze che attendono lo sposo. Nella notte si ode il grido: “Ecco, lo sposo viene”. Ma cinque di loro, destandosi, guardano smarrite le loro lampade quasi spente, senza olio. La piccola parola “ecco” mi interroga sul mio vivere da assonnato. Mi dice che non devo addormentarmi, che devo tenere accesa la lampada, la vita, la fede. Per chi attende la parola “ecco” può anche raccontare il desiderio, l’amore, l’attesa che fa sussultare il cuore.
Nel Cantico dei cantici, poema d’amore custodito nelle Scritture sacre, ritroviamo la parola: “Una voce! L’amato mio! / Eccolo, viene / saltando per i monti, / balzando per le colline”. Si avvicina il compimento di un desiderio, il desiderio della vicinanza di una persona cui si vuole bene, di cui si è innamorati: “Eccolo, viene”. Usiamo la piccola parola per coloro cui vogliamo bene. Ricordiamo che Gesù ci ha amati dando la vita.
Questo sul versante di chi attende, ma, sul versante di chi viene, che cosa custodisce la parola “ecco”? La fedeltà a una promessa! Come se Dio dicesse: “Ve l’ho promesso, non mi tiro indietro, ecco, sto arrivando, ci sono”. Per noi una grande speranza.
Non è più il tempo di offrire a Dio olocausti e sacrifici. Dio non li gradisce. “Ecco io vengo, per fare la tua volontà”. È come se Gesù mettesse in gioco se stesso! Nella vita abbiamo visto persone mettere in gioco se stesse e sappiamo quello che è accaduto. Di Gesù sappiamo quello che è accaduto. È bello che ognuno di noi, nel suo piccolo, dica: “Ecco, io vengo. Io non mi tiro indietro, io ci sono. Per te, per voi. Ci sono!”.
Ma come viene Dio? Come viene il suo Messia? “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo bracco esercita il dominio” – “Come un pastore egli fa pascolare il gregge, con il suo braccio – con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce lentamente le pecore madri”.
Notiamo i verbi: viene a radunare, non a dividere; viene a portare in braccio, non a respingere; rallenta il passo su chi fa fatica, non va all’impazzata; chi resta indietro, resti indietro. Rallenta anche su di me che faccio fatica! Questo suo modo di venire ci mette in questione, mette in questioni noi singoli, ma anche la nostra società. Dove… chi viene, viene! Ebbene come venga il Messia noi l’abbiamo intuito dal vangelo che racconta il suo ingresso.
Gesù esce allo scoperto: niente cavalli dei vincitori: un’asina e il suo puledro. Niente dello scintillio degli apparati che servono a pilotare i consensi: la spontaneità di quella piccola folla, pochi di numero, i pochi che contano poco. E bastano le cose dei poveri: mantelli e rami di alberi. Gesù entra non come uno che ti guarda dall’alto in basso dicendo “lei non sa chi sono io!”.
No, come uno che sa di aver bisogno. E di che cosa ha bisogno? Di un’asina e del suo puledro. Li manda a prendere: “se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”. Come se a lui bastasse poco. E per poco. Matteo racconta e rimanda ai profeti che hanno predetto: “Dite alla figlia di Sion: Ecco a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”. “Viene il tuo re mite”: mitezza e umiltà sono il suo contrassegno.
Se noi cancelliamo la mitezza e l’umiltà, cancelliamo la nostra fede. Possiamo anche parlare di religione o di difesa della religione, ma in assenza di umiltà e di mitezza non è la nostra religione, forse non è nessuna religione. Fuggite lontano quando il tono delle parole e dei gesti è quello dell’arroganza e della prepotenza. Non solo non c’è la nostra fede, ma non c’è la crescita della terra.
Diciamocelo: dove arriva arroganza e prepotenza è terra bruciata, non c’è germinazione, tutto raso al suolo, rase al suolo le persone e la società.
La germinazione – non importa se lenta – avviene quando si affacciano mitezza e umiltà: “Beati i miti erediteranno la terra”. Non la bruceranno, non la spianeranno. Alla memoria mi corre quanto ha scritto Pierre Rabhi, nato in una oasi del deserto algerino, ma poi vissuto in Francia. Era solito dire che il simbolo fondamentale della vita sono quattro parole con una radice comune: humus, umanità, umiltà, umidità. Come a dire che essere umili, essere umani è il segreto per una terra umida e non scorza dura, per una terra che custodisce humus, un fermento vitale.
Forse voleva dire anche questo Gesù, quando diceva: “Beati i miti erediteranno la terra”. La terra! E non una società di lupi, non una landa di selvaggi. La terra!
La mitezza è una virtù debole, propria di chi non ha potere, e al tempo stesso potente, poiché anticipa un mondo migliore su questa terra.
Bobbio
“Benedetto se tu, io so che vieni nel nome del Signore”. Potessimo ripetere il grido della folla, ripeterlo alla nostra folla, alla nostra famiglia, a ogni fratello, a ogni volto ravvicinato, a ogni santuario di vita cui ci accostiamo, ripeterlo nel silenzio, ma con un sorriso.
Ermes Ronchi
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