In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».
Oggi è la festa dei Santi Filippo e Giacomo. La liturgia ci propone per l’ennesima volta, in questo periodo Pasquale, questo brano evangelico.
Leggendo questo brano mi ha colpito la frase: “Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò (…). Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”. Qualsiasi cosa chiederete nel mio nome.
La richiesta può essere a tutto campo, non vi sono limiti. Ma il chiedere come deve essere fatto, quali caratteristiche dovrebbe avere? Fare una preghiera è una cosa impegnativa ed importante allo stesso tempo. Cosa può essere la preghiera?
Noi pensiamo alla preghiera come un qualcosa da fare contrattando, mercanteggiando. La preghiera è qualcosa su cui discutere, bisogna tentarle tutte, bisogna farsi sentire, è necessario tirare sul prezzo. Pensiamo che questo possa essere fatto solo con le parole. Noi pensiamo di pregare dicendo delle parole e delle formule.
Non siate come i farisei che pensano di venire ascoltati a forza di parole, quando voi pregate dite: Padre nostro, ci dice Gesù.
Non solo! Noi identifichiamo i momenti di preghiera come dei momenti pieni di parole, dove si compiono delle azioni, magari anche liturgiche. Contiamo il tempo che passiamo a pregare quanti minuti passiamo a recitare formule. Mentre la preghiera, ce lo ricorda il Padre Nostro, è soprattutto relazione: Tu sei mio Padre e io sono tuo figlio. La preghiera è soprattutto vita dove ribadire la nostra figliolanza e la sua paternità. Sono tanti i modi per fare questo.
Noi ci sentiamo figli vicini ad un padre quando lavoriamo insieme, quando andiamo a fare una corsa insieme, quando discutiamo, quando ci divertiamo, quando insieme guardiamo un film, quando insieme progettiamo qualcosa. La dimensione della paternità e della figliolanza non è data dal parlare, che pure ha una sua importanza, ma dall’essere insieme. La stessa cosa si può dire della preghiera rivolta a Dio come uno stare, un essere insieme più che un dire cose.
Chiedere qualcosa nel nome di Cristo il Figlio unigenito prediletto dal Padre, significa innanzitutto stare e stare per riconoscere la nostra figliolanza nei confronti di Dio Padre dataci grazie al Figlio Gesù Cristo. Uno stare pieno di affetto e di desiderio. E uno sta nel silenzio, nel rumore, in vicinanza e in lontananza, nella dolcezza e nella rabbia, nell’aggressività e nella dolcezza. L’importante è che stia.
Che bello potere entrare in una delle nostre chiese e non trovare nessuno (che scandalo! Le chiese vuote, si sente dire) e potere stare lì in silenzio davanti a Colui che sempre c’è. Questo stare diventa un grido nei confronti del Padre. Un grido che assomiglia a quello del neonato che richiama la madre per rifugiarsi da lei, per calmarsi, per soddisfare la fame e la sete.
È il grido che ogni bambino rivolge al padre per ottenere protezione dai cattivi. È il grido che ogni uomo usa per lanciare la sua invocazione per preservare il proprio desiderio e diritto di integrità fisica, quando una parte del proprio corpo, tradita dal dolore, sfugge alla coesione e si sfascia. È un grido di intervento e di soccorso.
È il grido del bisogno, è il grido del desiderio, è il grido dell’amore tradito, è il grido di un figlio d’uomo, è il grido di tutti gli uomini. In questo grido tutti possiamo riconoscerci. È il grido di Gesù in croce: un grido strano, misterioso e insolito, inesauribile. È il grido di Gesù che risuona tra cielo e terra nello spazio. Un grido che risuona tutt’ora.
Un grido che risuona sulle labbra di chi prega; sui cuori di chi ama; sulle mani di chi vuole e lavora; sul volto di chi contempla in silenzio il Crocifisso e Gesù eucaristia; sulle membra di chi soffre; sulla coscienza di chi pecca; sull’animo di chi è oppresso dal peso della vita. È un grido che è preghiera: non importa quale sia il modo attraverso cui si manifesta ed emerge.
La tua preghiera diviene efficace
quando è Lui stesso che prega,
quando è vinto ogni tuo egoismo
e tu non chiedi più nulla per te,
nemmeno il Paradiso,
ma attraverso di te è Lui stesso
che prega e vuole se stesso.
Tu non sei. Egli è.
La tua vita è ‘cosa’ di un altro.
E Dio non ti possiede se tu non sei Lui.
Divo Barsotti
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