Luca 8, 19-21
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Non crediamo a sufficienza di quanto crei vicinanza la capacità di ascolto, la disponibilità all’ascolto. Non ci crediamo abbastanza non in teoria, ma in pratica.
Quando siamo chiamati ad ascoltare manifestiamo fretta. Crediamo di avere capito ciò che l’altro ci vuole dire ancora prima che l’altro inizi ad aprire bocca.
Noi crediamo che la cosa più importante sia parlare, sia manifestare quello che abbiamo dentro. È bello e utile manifestare quello che abbiamo dentro, anche se non tutto quanto abbiamo dentro ha senso che noi lo diciamo. Ma è ancora più bello e più utile, crea più rapporti, la disponibilità ad ascoltare l’altro.
Non so se non vi è mai capitato di incontrare qualcuno che vi inonda con la sua chiacchiera, magari anche bella. Quando questa persona ti ha fritto sulla graticola del suo parlare conclude dicendo: ma non dici niente? Dentro di me nasce un sentimento di sconforto condito da un gran sorriso.
Proviamo a vedere come nel rapporto a due si dia più importanza al dire che non all’udire. Dire manifesta me, e non sempre la parte migliore di me. Udire manifesta l’accoglienza. Il dire spesso, ma non sempre, manifesta il bisogno di innalzare un muro, un muro di chiacchiere appunto, davanti alla faccia dell’altro. L’ascoltare manifesta “ti apro la porta”.
Naturalmente qui non parliamo dell’udire che è chiusura, che è musoneria, che è volontà di non parlare, che è rabbia repressa. Il silenziato, l’immusonito, non lo possiamo confondere con colui che è attento ad ascoltare.
Eppure se facessimo silenzio, forse ancora qualcosa potremmo capire. Se stessimo in ascolto di ciò che ci circonda e di ciò che è in noi, saremmo nella situazione di potere comprendere qualcosa di più di quanto viviamo.
Ascoltare, ascoltare il battito della vita che freme nella creazione come nel prossimo, è forse una delle esperienze più belle che potremmo compiere. Ascoltare significa venire a conoscenza, una conoscenza amorevole.
Ascoltare le parole, ascoltare i sentimenti, ascoltare il cuore, ascoltare i desideri. L’ascolto avvicina, l’ascolto mi fa comprendere, l’ascolto mi mette in relazione e crea ponti di incontro. Mi avvicina a me, che a volte mi sento così distante da me stesso; mi avvicina al prossimo che a volte mi sembra così incomprensibile; mi avvicina alla storia, che alle volte sembra qualcosa che accade e mi cade sulla testa mio malgrado. E nella vicinanza posso comprendere la via da intraprendere.
Sì perché nell’ascolto io posso mettere in moto creatività e intelligenza. Intelligenza per comprendere, creatività per inventare nuove vie e nuove soluzioni.
Senza ascolto io ammucchio problemi su problemi, cose su cose, avvenimenti su avvenimenti. È un modo difensivo di trattare la vita dove io mi mostro come volenteroso di affrontare le problematiche della vita, ma dove, in realtà, io manifesto tutta la mia ansia e la mia fuga dalla vita: quando ammucchio i problemi, manifesto tutto la mia poca volontà di affrontarli realmente e di risolverli.
“Coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”, sono i miei familiari, i miei vicini. Perché nell’ascolto di Dio, più che nel mio parlare, posso cogliere il vento dello Spirito, l’alito della sapienza, posso cogliere i battiti della vita, posso comprendere. Così scoprendo di nuovo la bellezza infinita dell’ascolto, ritorno a mettere in contatto e in rapporto con la vita, quella che batte in me e quella che batte attorno a me, quella che avvolge tutto l’esistente.
Quando ascolto l’altro si sente accolto, si sente capito, si sente vivo, si sente amato. E io divento strumento di quel miracolo vitale di cui il mondo ha bisogno, di quel miracolo vitale che come cristiani siamo chiamati a testimoniare. E il miracolo è questo, quello di dire: “tu sei importante per me”, ti amo!
Fare la volontà del Padre non è cosa scontata e neppure semplice. Cogliere la sua volontà significa essere disponibili e attenti ad ascoltare la sua Parola facendo sì che questa Parola si incontri con la realtà, vale a dire che si incarni. Ascoltare la Parola e ascoltare la storia, nostra e del mondo, è l’attenzione che ogni giorno ci viene chiesta per potere cogliere la volontà del Padre.
PG
Il grande potere che ci è dato dall’ascolto è che diventiamo figli di Dio. Generati non da volontà di carne o di sangue, ma da Dio stesso siamo generati. Per cui diventiamo davvero come Dio attraverso la Parola.
Fausti
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