Matteo 11, 25-30
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Quant’è soave questo passo del vangelo! È la soavità che scaturisce dalla vita vissuta in modo severo e impegnato, senza cedere all’insolenza e alla presunzione. È la soavità di un frutto che è maturato sull’albero, sopportando tutto il sole, tutta la pioggia, tutti i venti, tutti gli sbalzi di temperatura dal giorno alla notte. È la soavità maturata nell’autenticità.
Gesù che pronuncia il vangelo è preso da una commozione. Il ritorno dei suoi discepoli lo fanno esultare, dopo avere fatto il viaggio missionario. Erano partiti titubanti, senza titolo di studio, portando con sé i difetti e i limiti. I dotti e gli scribi li avrebbero derisi. Ma loro andarono e portarono buoni frutti: la gente li aveva accolti e ascoltati. È vero quanto dice Gesù: sono proprio i piccoli ad essere benedetti. Sono loro che seminano nel mondo la speranza. Sono loro i grandi. Si mise a danzare di gioia: uomo maturo strano per i sapienti.
“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Gesù sa di essere uno dei piccoli, di umili natali. Gesù si sente piccolo, perché vive aderente alla vita, non straripando nelle illusioni che gonfiamo e fanno sentire grandi. Il limite della sua vita si evidenzia: una vita breve e entro i limiti del minuscolo Israele. A chi gli chiede di fare da giudice fra lui e suo fratello, risponde che questo è un limite della sua vocazione. Lui si sente piccolo all’ultima cena, prima di morire. La sua vocazione è andare alla terra come il seme di frumento e scomparire. Solo così possiamo crescere liberi nello Spirito.
Gesù aveva mandato i suoi discepoli due a due: è essere piccoli perchè chiede di lasciare spazio all’altro. Potremmo evidenziare come l’uomo senza la vita comunitaria non ritorna ad essere piccolo. Non si tratta di vivere umiltà in modo vanitoso e orgoglioso, ma di vivere l’umiltà vera che è quella che nemmeno suscita la consapevolezza di essere umili. Un piccolo che si autocompiace di essere piccolo, è gonfio di piccolezza, ma sempre gonfio.
“Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. È vano il nostro cercare Dio come se lo conquistassimo dall’esterno. Noi infatti siamo nelle mani del Padre e nel cuore di Cristo. Se l’incontro con Dio fosse il risultato di un assalto esigerebbe persone grandi e agguerrite.
I piccoli, i lattanti sono i sacerdoti dell’Onnipotente: i loro vagiti sono le sue epopee. Dio è piccolo, è mite e umile di cuore! Dio è estremamente semplice. Nessuno lo comprende e lo sa indicare come il bambino.
Anche Dio è piccolo e ama giocare. Quando uno crescendo ha raggiunto tutta la scienza possibile e ha compiuto imprese grandi, e poi prega con il cuore di un bambino, allora è veramente piccolo! Un grade piccolo, come è piccolo il grande Iddio!
Possiamo cogliere, nel volto di Gesù, un’umiltà e una mitezza che rivela l’essere e l’agire di Dio. Gesù è presentato come rivelazione che con la sua umiltà rivela l’umiltà di Dio. Gesù risponde e prende la parola con la preghiera: Ti rendo lode, ti benedico, o Padre!
Gesù prende sul serio, grazie alla preghiera, l’insuccesso che lo porta a mettere tutto davanti al Padre confermando il suo sì, il suo amen, la sua decisione di adesione a Lui. Il suo sì al Padre non è condizionato dal successo della sua missione, ma è un’adesione che anche situazioni sfavorevoli non intaccano.
La preghiera di Gesù ringrazia il Padre non tanto per l’azione di nascondimento nei confronti di alcuni, quanto per l’azione di rivelazione nei confronti di altri.
L’adesione dei piccoli e dei semplici che credendo alla parola e alle opere compiute da Gesù hanno colto in lui la rivelazione del Padre è svelamento del cuore di altri la cui sapienza dotta è inconsistente davanti alla semplicità dei piccoli, perché è agli umili che la misericordia di Dio rivela i suoi segreti.
La sequela del discepolo è una chiamata: venite a me! Una chiamata che richiede una rinuncia alla volontà propria per obbedire alla volontà del Signore: prendete il mio giogo! Per volontà propria non si intende la libera determinazione dell’uomo, ma la sua volontà autoreferenziale e carnale. Per questo scaturisce dopo la chiamata alla volontà del Signore, l’obbedienza del discepolo al suo Maestro: imparate da me! Alla fine c’è il riposo, la pienezza di vita trovata nel Signore: troverete riposo per le vostre vite!
Il giogo di Gesù, che ci richiama il vangelo, non evidenzia dei dettami religiosi o comandi da eseguire, ma una relazione, un legame ad un significato del temine che designa l’azione di riunire, mettere insieme. Il giogo di Gesù leggero e soave è in continuità con il comando ad amare e con l’idea che colui che ama fa con gioia la volontà dell’amato. Il comandare l’amore è pienamente sensato se posto in bocca all’amante. L’amante può dire: amami! L’amante può chiedere amore.
Gesù promette riposo a chi assume il suo giogo. Un’esistenza credente di chi è stressato dagli impegni per il regno con attività che non conosce sosta e riposo, dimentica quell’affidamento a Cristo che è fonte di riposo nella fatica e di consolazione nelle contraddizioni. Il volto del credente non è plasmato a immagine e somiglianza di manager iperattivi e sempre nervosi, ma del Cristo mite e umile, paziente e benevolo.
Al tempo stesso un giogo resta un giogo e nulla toglie la fatica di portarlo. Amare è un lavoro impegnativo. La sequela di Cristo comporta sforzo e fatica. Di fronte alla tentazione di eliminare dal vivere ciò che è faticoso comporta sofferenza in nome dell’idolatria del tutto subito e senza sforzo. Occorre ribadire che non si danno grandi realizzazioni umane e spirituali senza fatica, dedizione e sacrificio.
Ricordiamo che il giogo dell’obbedienza portato da Gesù durante tutta la sua vita è divenuto, alla fine della sua vita, un portare la croce.
I piccoli sono i poveri che patiscono sulla loro pelle le conseguenze dell’ingiustizia e che gli intelligenti respingono
perché “i confini sono sacri”, “i neri sono pericolosi”, “gli immigrati che stiano a casa loro”…
I piccoli sono quelli che contro ogni evidenza credono e sperano in un mondo diverso e lottano perché esso si realizzi.
Zambaldi
Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Non è difficile Dio:
sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco.
Venite, vi darò ristoro. E non già vi darò un catechismo o una morale, ma il conforto del vivere.
Ermes Ronchi
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