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Accorgersi

da | 17 Aprile 2021 | Spiritualità nel quotidiano

Siamo bombardati da messaggi visivi, uditivi, relazionali,
ma rischiano di sfiorarci.
Siamo chiamati a renderci consapevoli del loro accadimento,
per fare nostro il messaggio che contengono.

Siamo attraversati da una rete fittissima di eventi – piccoli e grandi, sonori e visivi – che ci costringono ad innalzare barriere per non esserne travolti. Sentiamo il bisogno di difenderci, di riservarci un ambito di privacy per coltivare la nostra interiorità. Il contesto in cui siamo immersi è diventato caotico, per cui non ci favorisce nel fare discernimento tra ciò che va accolto e quanto va lasciato cadere. Sentiamo sempre di più il bisogno di una igiene mentale ed emotiva.
In questo attraversamento scomposto di eventi, sensazioni, emozioni, corriamo il pericolo di non cogliere ciò che veramente è importante, di non accorgerci di realtà significative per il nostro vissuto umano e spirituale. Le troppe distrazioni – che diventano sovente affanni – ci invadono ma non ci toccano profondamente, tanto meno ci cambiano.

L’importanza di accorgersi

Seppur in un contesto diverso, anche i discepoli di Gesù sono stati travolti da uno tsunami di eventi e di emozioni che hanno rischiato di travolgerli nei giorni della passione morte e risurrezione di Gesù. Lo sguardo si è annebbiato e non riuscivano a orientarsi. Tutto sembrava crollato. Chiusi in casa aspettavano ansiosi e depressi.
Le donne andate al sepolcro sono state investite da un annuncio inatteso: «Non è qui. È risorto» (Mt 28,6). Non hanno chiesto chiarimenti, non hanno colto la presenza del sudario e dei teli, ma sono subito andate ad avvisare i discepoli della sparizione del cadavere.
Pietro entrò per primo nel sepolcro e “osservò”: si accorse dei teli «posati là, e del sudario avvolto in un luogo a parte»; gli rimasero solo interrogativi. Anche Giovanni guardò, colse il senso di quei ‘segni’ «e credette» (Gv 20,1-8). Non si è fermato al vedere, ma è andato oltre e si aprì al mistero.
Maria Maddalena non tornò subito a casa, ma si fermò all’esterno del sepolcro e pianse. Vide due angeli ma non si accorse che erano messaggeri celesti. Dialogò con loro esprimendo il suo dolore per la mancanza del corpo di Gesù. Nel girarsi vide un’altra persona, ma non si accorse che era Gesù. Lo riconobbe solo nel momento in cui la chiamò per nome: si accorse che la conosceva e che era «il Maestro». Solo quando si accorse, scattò in lei un cambiamento radicale: ritornò la gioia, corse ad annunciarlo ai discepoli. Ora può dire: «Ho visto il Signore» (Gv 20,11-18).

Accorgersi di chi si accosta

Anche l’episodio dei discepoli di Emmaus è emblematico (Lc 24,13-35). Quando Gesù in persona si accostò mentre ritornavano a casa, «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo». Fecero quasi tutto il tragitto assieme, discussero su quanto accaduto a Gerusalemme, espressero il loro dolore e delusione, lo lasciarono  parlare. Non si accorsero della provocazione nelle parole «stolti e tardi di cuore» e non compresero il collegamento con le Scritture. Solo durante la cena, al momento della benedizione e dello spezzare il pane «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». A questo punto si accorsero che era Gesù. Riannodarono i passaggi del discorso da lui fatto e sentirono il bisogno di ritornare a Gerusalemme, anche se tardi e buio, per raccontare la loro gioia per l’incontro con il Risorto. E a loro volta venero riconfermati dagli Undici e dagli altri riuniti con loro: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».
Sulla stessa corda si snoda l’episodio della manifestazione del Risorto sul lago di Tiberiade. «Quando era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù». Solo Giovanni, dopo l’invito dello sconosciuto a gettare la rete e questa si è riempita di pesci, si accorge, per intuizione, che «è il Signore». Anche qui lo riconoscono, pur dicendo nulla per l’imbarazzo, quando «Gesù si avvicinò (al fuoco di brace), prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce» (Gv 21,1-14). Il riconoscimento è frutto della sintesi di tanti particolari colti e dell’intuizione.

Gesù insegna ad accorgersi

Nel suo peregrinare apostolico, Gesù accosta tantissime persone e situazioni. Non si limita a vedere e ad andare oltre. Prima di continuare il cammino, si ferma, ascolta, insegna, guarisce, entra nel vissuto delle situazioni, va in casa delle persone. Si accorge di quanto accade e come è accaduto; diversamente si fa raccontare. Non si accontenta di macinare kilometri, ma li impregna di incontri con la gente. Giunge a insegnare e a far capire che la persona viene prima di tutto, che è importante accorgersi di lei.
Ci sono due riferimenti rilevanti in cui Gesù fa capire l’importanza di tenere gli occhi bene aperti e di comprendere le situazioni della vita in ottica di partecipazione.

  • Il primo si trova quando Gesù parla degli ultimi tempi, della venuta del Figlio dell’uomo e invita ad essere vigilanti per non essere trovati impreparati. Tra parabole e riferimenti, parla dei «giorni di Noè» in cui la gente viveva la quotidianità nell’ordinarietà, ma senza uno sguardo di saggezza che andasse oltre e li mantenesse vigilanti: «Non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti» (Mt 24, 37-44).
  • Il secondo è quello legato al giudizio universale (Mt 2531-46). La discriminante che deciderà se essere tra i benedetti che ricevono in eredità il regno, è l’essersi accorti del bisognoso ed essere intervenuti in suo favore. L’azione in sé è salvante, anche se non c’è la consapevolezza di riconoscere nell’indigente la persona di Cristo. La sua presenza è un dato oggettivo, a prescindere dall’intenzionalità del gesto.

 Veniamo a capire l’importanza di affinare il nostro modo di stare nel vissuto: non subendolo distrattamente, ma cogliendo le opportunità che offre al fine di investire le nostre potenzialità positive, consapevoli della nostra originaria chiamata ad essere pro-attivi. E questo non solo nello stretto cerchio di quanto ci accade, ma tenendo aperti gli orizzonti della mondialità. Siamo “fratelli tutti”, ci ricorda Papa Francesco, e in nome della fraternità universale siamo interpellati a una misura grande di carità (Lc 6,38).

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