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Al passo del più lento

da | 11 Gennaio 2021 | Testimonianze

“Muoversi è incontrarsi ogni momento,
compagno di viaggio!
È cantare alla cadenza dei tuoi passi.
Colui che sfiora il tuo respiro
non scivola al riparo della riva
(…)  il suo cuore batte il tamburo
per la sua marcia, perché,
questo è marciare con te ad ogni passo
compagno di viaggio!”

P. Éluard, Poesie

Oggi, stufi di restare chiusi in casa, abbiamo deciso di fare una passeggiata di famiglia. Ne avevamo bisogno per respirare un po’ di aria buona e stare un po’ insieme. Niente di impegnativo, anche perché Sara non si è ancora del tutto ripresa dall’operazione al piede e si stanca facilmente, oltre a provare ancora un poco di dolore quando forza troppo l’articolazione.

Giacomo, adolescente, non ha ancora imparato ad apprezzare la bellezza del cammino in sé e la ricchezza di quanto lo stesso ti dona mentre lo percorri: per lui l’importante resta la meta.

Così, mentre lui correva avanti con suo padre, io sono rimasta accanto a Sara, che procedeva assai lentamente. E mentre lei faceva fatica per un problema fisico, io faticavo per restare al suo passo.

Ne abbiamo approfittato per chiacchierare e raccontarci, per cantare insieme e per fare dei piccoli giochi di osservazione, ma a tratti siamo anche rimaste in silenzio, lei ad ascoltare gli uccelli che cantavano tra gli alberi, io a riflettere.

Il cammino mette in relazione.

Camara ne “Il deserto è fecondo” scriveva:

“È possibile viaggiare da soli. Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni. Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato”

Nella vita di tutti i giorni siamo così abituati a correre per raggiungere i nostri scopi o gli obiettivi che qualcun altro ha stabilito per noi (ad esempio sul lavoro), che spesso ci dimentichiamo di chi cammina al nostro fianco. E non si tratta soltanto di lasciare indietro qualcuno, perché “Chi fa da sé fa per tre!” o perché “Da solo faccio prima e meglio!”. Spesso, il nostro essere concentrati su noi stessi e su quello che riteniamo bene per noi, non ci permette nemmeno di vederlo l’altro accanto a noi e di scoprire quale ricchezza sia o potrebbe diventare.

In ufficio, ad esempio. Quanti colleghi vedo ogni giorno cercare di primeggiare, mettendone in ombra altri o tenendo per sé informazioni e competenze per paura che altri possano emergere.

E quanti insistono a voler fare dei lavori da soli, stressandosi e stancandosi più del dovuto. Basterebbe condividere carico e conoscenze e lavorare insieme per raggiungere lo stesso obiettivo e permettere che premi e soddisfazioni siano elargiti in ugual misura a tutti coloro che si sono impegnati.

E penso anche alle nostre comunità, ai gruppi parrocchiali o di volontariato laico, dove spesso si perde di vista quale è il bene comune o l’obiettivo per cui è nata quella realtà e si fa a gara per mostrare di avere l’idea più geniale, per parlare sempre per primi, per “farsi belli” davanti al parroco o al presidente dell’associazione, senza lasciare il giusto spazio a tutti.

Spesso la scusa che si adduce è: “Ma se aspettiamo che gli altri abbiano un’idea o che si mettano in movimento, non andiamo da nessuna parte!”. E così facendo permettiamo al “fare” di divenire più importante dell’ “essere”, dimenticandoci che, per essere gruppo, è necessario andare al passo del più lento altrimenti, a furia di correre, si lascia sempre indietro qualcuno e la comunità o il team presto o tardi si sfalda.

Negli scout fin da piccoli si impara a “vivere la strada” e la Strada insegna.

Facendo strada in Comunità ci si educa al gusto di ogni singolo passo, si acquisisce la capacità di godere di ciò che si contempla, ma anche di ciò che non si vede e che si intuisce e si sente appena.

Nel progettare e vivere la strada si cerca di tenere in considerazione le possibilità di ciascun membro della comunità. Non conta infatti quanto in alto sia la meta, ma se si è in grado di raggiungerla insieme, portando i pesi gli uni degli altri, procedendo al passo del più lento, aiutando ed eventualmente fermandosi quando qualcuno è in difficoltà.

 “Mamma, non ce la faccio più! Sono stanca, mi fa male il piede, quanto manca alla cima?”

Camara prosegue scrivendo.

 “Un buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi. Intuisce il momento in cui incominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta. Con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino”

Mi chiedo cosa significhi camminare al passo del più lento in tempo di Covid.

Credo che si tratti di lasciar almeno a tratti da parte i comprensibili sforzi ed attenzioni per sopravvivere e non ammalarsi e alzare lo sguardo dal proprio ombelico, per iniziare a vedere che anche altri provano le nostre stesse ansie e preoccupazioni e anzi, forse c’è qualcuno che ha anche più paura di noi, che si sente così solo da lasciarsi prendere dalla disperazione.

Andare al passo del più lento significa accorgersi di chi vive questo tempo percependo solo buio attorno a sé. Significa fermarsi, accendergli un fiammifero davanti agli occhi e incoraggiarlo con “intelligenza e delicatezza” a proseguire.

E quando sentiamo di non avere le parole giuste, uno sguardo amorevole e due orecchie pronte saranno più che sufficienti per camminare insieme, con lo stesso ritmo, in sintonia.

Forse – come dice Chiara Giaccardi

“Camminando soli arriveremmo prima, ma assumendo il ritmo salutare della prossimità, possiamo accompagnarci a vicenda, sostenerci, prenderci in braccio se serve, cantare insieme, così non ci perdiamo per strada”.

“Grazie mamma!
Se fossi stata da sola e tu non mi avessi dato coraggio e fiducia a proseguire avrei rinunciato e non avrei visto questo bellissimo panorama!”

il sacro cuore indica il centro di tutto
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