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Chicco e spiga

da | 23 Aprile 2021 | Spiritualità nel quotidiano

La logica del chicco che muore
è quella del dono di sé per dare vita e darla in abbondanza.
Il chicco rimanda alla spiga ed essa al pane che sfama.
Gesù ha sposato questa logica.

Quasi tutte le parabole di Gesù sono ispirate alla natura. È stato un osservatore attento Gesù. Ha parlato di vite e di tralci, di vigna, di gregge, di seme, di spighe, di tramonto, di pioggia, di alberi, di fiori dei campi, di uccelli… Era il mondo in cui era immerso e dal quale ha saputo cogliere lo spunto per i suoi insegnamenti.

Ha colto soprattutto la logica insita nella natura: il nascere, il maturare, il fruttificare, il morire, il ricominciare. È la logica del “ripartire” sempre, che permette di prolungare nel tempo la vita su questa terra.

In questa logica, quale primo passo,  si impone “il morire” quale premessa al ri-nascere. Ci vuole un “donare”, un “sacrificare” per avere una nuova realtà. Lo vediamo nel bruco che muore perché nasca la farfalla, nella potatura dei polloni della vite per dare energia nuova ai tralci, nei semi che marciscono per avere vita moltiplicata.

Il chicco e la spiga 

Gesù ha posto una particolare attenzione sul grano e sulla spiga. Quante volte ha visto i contadini spargere i semi di grano, la lenta maturazione degli steli, i campi dorati di spighe, i giorni dedicati alla mietitura! Quante volte ha posato lo sguardo e ha assaporato la bellezza dei vari momenti della crescita. Ha colto la legge di natura del morire e rinascere e l’ha fatta propria. Infatti lo sentiamo dire in previsione della sua passione, morte e risurrezione: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). 

Lo dice immedesimandosi nella logica del seme, che l’ha accompagnato da quando ha preso coscienza di essere venuto in questo mondo per dare la vita. Lo ricorda dopo l’incontro con la Samaritana, quando i discepoli lo invitano a prendere un po’ di cibo. Gesù è proiettato in un’altra dimensione:  il suo cibo è fare la volontà del Padre, è portare a compimento la sua opera.  È chiamato a gettare il seme del Vangelo. Lo sta facendo a piene mani, dovunque passa, chiunque incontra. Lo ha gettato anche nel cuore della donna di Samaria che lo ha accolto. Questo gli permette di guardare assorto al futuro e lo vede già promettente, quasi compiuto; sta per giungere il tempo della mietitura: «Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). Il seme della parola di Dio, se trova il terreno adatto, produce molto frutto. 

L’immagine cara a Gesù è quella della spiga di grano carica di chicchi! Lo rimanda alla vitalità di quell’unico seme che l’ha prodotta dopo essere marcito nella terra. Chicco e spiga inseparabili. Lui chicco che muore per divenire spiga che sazia. In essi trova il simbolo per descrivere la sua missione e il senso della propria vita.

La logica del dono

Scrive un caro amico a cui ho chiesto di fare mia la sua riflessione: «Mi piace pensare che certamente Gesù raccoglieva qualche spiga mentre si spostava per la predicazione da un villaggio all’altro e si sentiva più motivato ad affrontare quella fatica; oppure credere che dalla spiga egli riceveva forza per affrontare i suoi nemici e per ricordare ad esempio, mentre attraversava con i discepoli un campo di grano, che anche il sabato è stato creato da Dio per l’uomo. Penso addirittura che Gesù ne custodisse qualcuna in tasca o nella cintura, ma non come portafortuna, e che la tirasse fuori nei momenti più difficili e critici, soprattutto mentre si dirigeva a Gerusalemme, nell’ora stabilita, alla vigilia della sua Pasqua. Stringerla fra le dita gli dava forza e segnava con sicurezza la traiettoria del suo cammino.

Da tanti anni ne custodisco una nella mia libreria, ogni tanto la guardo con attenzione, anche se ormai è secca e impolverata. Mi chiedo se essa rappresenta anche la mia vita di cristiano. A volte vorrei sfregarla tra le mani e liberare i tanti chicchi che custodisce per scoprire i volti delle persone per le quali la mia vita fino ad oggi è stata un dono e se tra quei volti ci sono anche le persone a me più vicine e con le quali ho condiviso per tanti anni le mie giornate. Mi domando se la mia vita finora è stata altrettanto feconda e altre domande ancora sorgono: se sto rimpiangendo la morte del seme, invece che esserne contento; se sto proteggendo con una corazza quel seme che non vuol cadere in terra e non vuol morire; se è sempre colpa degli altri se il seme rimane solo e sterile e non piuttosto delle mie resistenze, delle mie recriminazioni, delle mie indecisioni e paure; se invece di abbandonarmi alla promessa della risurrezione, preferisco mantenere in vita il mio io con tutte le mie forze e finché ne sarò capace.

Anche per questa Pasqua, e il tempo che ne segue, Gesù mi affida il simbolo della spiga, diventata pane eucaristico nella cena del Giovedì Santo, corpo donato nel pomeriggio del Venerdì Santo, seme sepolto il Sabato Santo, e vita nuova all’alba della Domenica di Pasqua. Chiedo al Signore la forza di aderire più profondamente alla scelta di vita che ho fatto per seguirlo più da vicino.

Entrare nella logica del dono è vivere in sintonia profonda con la logica di Cristo».

Argomenti: Dono | Vita
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