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Cinque sensi per incontrare l’altro

da | 21 Aprile 2020 | Approfondimenti

I cinque sensi.
Un dono magnifico per relazionarci con gli altri e la realtà.

Ricordo che qualche anno fa, ad un corso, mi avevano spiegato che esistono tre tipologie diverse di persone:

– Le persone VISIVE, che interpretano la realtà attraverso la vista, basandosi sulle immagini che vedono e parlando attraverso metafore visive. Sono grandi osservatori, colgono tutti i dettagli e molti aspetti minori, che altre persone nemmeno notano.

– Le persone AUDITIVE, che utilizzano principalmente il senso dell’udito e colgono la realtà concentrandosi prevalentemente sui suoni, i rumori ed i ritmi. Hanno grandi doti comunicative: si sanno esprimere molto bene, amano ascoltare gli altri e danno molta importanza al dialogo e alle discussioni e quindi al significato e all’utilizzo delle parole.

– Le persone CINESTETICHE, che hanno una preferenza speciale per le emozioni e tutto ciò che abbia a vedere con i sensi più tangibili, ovvero il tatto, il gusto e l’olfatto. Tutta la loro vita viene interpretata in base alla loro emotività e alle loro sensazioni corporee, tattili e percettive. A queste persone piace sperimentare le cose in prima persona, piuttosto che sentirle raccontare; per comprendere qualcosa la devono toccare con mano, devono assaggiare, devono sentire che sensazioni essa provoca.

Pensate ad esempio a come reagite quando vi viene presentato qualcuno…

Le persone che usano il canale auditivo, solitamente interagiscono con un “Ciao, come stai?”; coloro che prediligono fare un sorriso, utilizzano il canale visivo; infine quelli che scelgono un abbraccio, sono più cinestetici.

Oppure immaginate una splendida spiaggia, con un mare stupendo di fronte a voi. Su cosa si concentra subito la vostra attenzione? Sulle mille sfumature di blu del mare, sullo sciabordio delle onde o sul canto dei gabbiani o piuttosto sulla piacevole brezza marina e sulla sabbia calda sotto i vostri piedi?

Se è vero che solitamente tendiamo ad utilizzare uno dei cinque sensi in maniera più preponderante rispetto agli altri, altrettanto vero è che nessuno di noi è mai visivo, auditivo o cinestetico al 100%.

Di me posso dire che l’aspetto prevalente è senz’altro quello cinestetico e senza dubbio quello che più mi manca in questo periodo di Quarantena è sentire il calore di un contatto fisico, abbracciare le persone e poter esprimere la mia vicinanza in modo concreto.

Quando usciamo di casa per “comprovate esigenze lavorative o mediche”, siamo costretti ad indossare una mascherina che ci copre metà del volto e a stare ad un metro di distanza gli uni dagli altri. Ma quel che è peggio è che questa Quarantena fa venir meno o limita le occasioni di incontro fisiche, di cui disponevamo prima che il coronavirus facesse irruzione nelle nostre vite, quegli incontri che attivavano tutti i nostri sensi.
I viaggi in treno, ad esempio, o in metropolitana, in i cui colori degli abiti, gli odori e il vociare in differenti lingue erano segno di riconoscimento, ci parlavano di umanità, ci davano l’opportunità di conoscere, ascoltare, comprendere, accogliere, potevano persino divenire via d’amore verso gli ultimi, i poveri, gli abbandonati.
Chi ha la fortuna di poter lavorare, non ha in questo momento la possibilità di spostarsi nell’ufficio accanto per discutere e confrontarsi con i colleghi, guardandoli negli occhi, perché con lo smart working si comunica ormai solo via email o al telefono.
E che dire delle interminabili code per entrare al supermercato? E’ necessario dotarsi di carrello, perché le adeguate distanze siano mantenute e guai a passare, pur senza accorgersene, davanti a qualcun altro: subito scatta l’attacco. Ognuno fa la spesa il più velocemente possibile, guardando solo dritto davanti a sé, senza accorgersi della persona anziana, che non riesce a prendere la scatola di pasta posta in alto sullo scaffale o a cui cade qualcosa per terra.
Per non parlare dei momenti di aggregazione per ragazzi, giovani e adulti, in cui ciascuno era chiamato a mettersi in gioco con tutto sé stesso.

Credo che abbiamo finora vissuto tre diverse fasi di questa Quarantena:
La prima, chiusi non solo in casa, ma anche in noi stessi, ciascuno stretto esclusivamente attorno ai propri cari, tutti guidati per lo più dalla paura, preoccupati che qualcosa potesse accadere a coloro ai quali vogliamo bene.
La seconda, in cui abbiamo cercato di farci coraggio a vicenda, facendo realizzare ai bimbi la scritta colorata “Andrà tutto bene” da appendere ai balconi e partecipando ad iniziative comuni ad orari ben precisi.
La terza, quella che stiamo vivendo ora, in cui ci siamo accorti che senza gli altri proprio non riusciamo a stare e allora via ad organizzare incontri su Skype, Meet, Zoom o altro.

Queste piattaforme non possono in alcun modo sostituire l’incontro fisico, non ci permettono di toccare, gustare, odorare l’altro ma, se la connessione è buona, possiamo per lo meno vederci ed ascoltarci.
Perché allora non dare per una volta l’occasione ad un incontro virtuale di diventare qualcosa di più, di insegnarci qualcosa che potremo poi tentare di continuare a vivere al termine della Quarantena?

Potremmo imparare ad ascoltare con il cuore, per comprendere non solo le parole che l’altro dice, ma soprattutto quelle che non dice, per comprendere quali sentimenti ed emozioni vive, per sintonizzarci con chi abbiamo di fronte, con il suo ritmo, la sua frequenza, la sua melodia, il suo timbro e provare a suonare insieme la stessa musica, ovvero mettere in comunicazione due differenti melodie.

Potremmo immaginare la nostra vita come una stanza dotata di una finestra spalancata, sul cui davanzale appoggiamo una moka di caffè fumante e un piatto di biscotti appena sfornati, per invitare gli altri a sentire il profumo dell’incontro, a gustare la relazione in autenticità e spontaneità: si tratta di coinvolgere, stimolare, far sentire l’altro importante, perché per te lo è davvero; si tratta di raccontarsi e lasciar raccontare, di emozionarsi ed emozionare.

Potremmo imparare ad avere tatto, ovvero ad avere rispetto dell’altro, ad esprimerci con gentilezza, ad evitare commenti negativi o critiche non costruttive, ad ignorare le provocazioni ed andare oltre quello che l’altro appare o vuole apparire, per coglierne la vera essenza.

Non solo. Potremmo imparare a considerare l’altro una ricchezza, perché, nel suo essere diverso da noi, ha molto da insegnarci. Potremmo permettere all’altro di toccarci il cuore.

In definitiva potremmo imparare a guardarci con occhi diversi, per vedere il bello e il buono che c’è in ciascuno di noi, al di là dei nostri pregiudizi o di quello che pensiamo di sapere dell’altro.

Ma tutto questo sarà possibile solo se sapremo rinunciare ad essere al centro della scena, se sapremo attendere, se sapremo lasciare degli spazi di silenzio in cui gli altri potranno inserirsi, sulle piattaforme web così come nella vita reale.
In questo modo anche la distanza di un metro o poco più, a cui siamo obbligati ora, potrebbe diventare la “distanza giusta per guardare intorno a noi, per guardare dentro di noi”, così come ci descrive la dolcissima Adelaide Mancuso nel bellissimo monologo al quale vi rimando, dedicandolo in particolare a chi tra voi è un “auditivo”!

Argomenti: Cuore | Relazione
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