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Il Cuore che ha tanto amato

da | 11 Marzo 2021 | Spiritualità dehoniana

La spiritualità dehoniana ha il suo centro nella devozione al Sacro Cuore di Gesù.

P. Dehon da sempre ne è stato attratto, l’ha vissuta in profonda esperienza di fede e l’ha proposta all’Istituto da lui fondato.


È proprio vero che i primi imprinting segnano per la vita, sviluppano particolari sensibilità e inclinano a certe scelte preferenziali. Avviene nel mondo animale, ma pure nelle persone che di esso fanno parte. Avviene anche nell’ambito della religiosità. Chi di noi non ricorda il contesto religioso in cui è cresciuto, le preghiere imparate, le devozioni praticate, e riconosce certe sensibilità ancora in atto?

Dehon scrive che attinse dalla madre il gusto per le cose sacre, per suo merito «ricevetti delle forti impressioni di grazia». La devozione più coltivata in famiglia fu quella al Cuore di Gesù, che non abbandonò più e che divenne centrale nel suo vissuto spirituale e nell’Istituto da lui fondato.

Il Sacro Cuore di Gesù

Nella storia della Chiesa sono molteplici le devozioni sorte in riferimento alla persona di Cristo, sia inerenti parti del suo corpo sia aspetti della sua personalità: le piaghe, il volto, il cuore, i chiodi della croce, il sudario…, l’autorevolezza con cui annunciava la parola, la misericordia, il perdono, il dono di sé,….; il tutto come espressione del suo amore sconfinato, che sfociò nell’offerta della vita.
Dal secolo XIII prende consistenza il riferimento al cuore, quale centro pulsante del suo amore. Dapprima il cuore fisico, poi il passaggio alla persona stessa di Gesù: il “Sacro Cuore di Gesù”. Si identifica così l’espressione “Sacro Cuore di Gesù” con “Gesù Cristo”. Si predilige il riferimento alla dimensione affettiva, perché il cuore è inteso come la fonte dell’amore. È la vita stessa di Gesù che porta al suo cuore, in quanto egli è stato una persona dal cuore grande: buona, sensibile, vicina alle persone, soprattutto quelle più bisognose, dimentico di sé e attento agli altri. È stato una persona “di cuore”.
Troviamo alcuni uomini e donne che pongono una particolare attenzione sul cuore di Gesù, supportata dalla riflessione che ne coglie il significato teologico e spirituale: Alberto Magno (1206-1280), Matilde da Magdeburgo (1207-1282), Bonavertura di Bagnoregio (1217-1274), Matilde di Hackenborn (1241-1299), Gertrude di Helfta (1266-1302), Enrico Suso (1295-1366).
La riflessione prosegue nei secoli seguenti con Caterina da Siena (1347-1380), Pietro Canisio (1521-1597), Francesco di Sales (1567-1622).
Pierre De Bérulle (1575-1629) e la scuola francese sviluppano gli aspetti oblativo e vittimale, che troverà ampio sviluppo. Giovanni Eudes (1601-1680) introduce la devozione nell’ambito della liturgia con il primo ufficio liturgico. Nel 1672 viene istituita in Francia la festa in onore del Sacro Cuore di Gesù, che diventerà ufficiale e universale nel 1856.
Un forte incremento a questa devozione avviene con Margherita Maria Alacoque (1647-1690), religiosa dell’Ordine della Visitazione. Ha avuto la grazia di ricevere varie rivelazioni da Gesù intese a promuovere ulteriormente questa devozione, a far sì che la sua immagine entrasse nel vissuto delle famiglie e delle nazioni.

 Amore e riparazione

Gesù si è manifestato a Santa Margherita con il cuore in mano, coronato di spine, avvolto da fiamme, sormontato dalla croce. Il suo messaggio è incisivo: “Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini. Eppure dalla maggior parte di essi e spesso anche dai suoi prediletti non riceve che freddezza, indifferenza e ingratitudine”. Un amore tanto grande non trova corrispondenza, anzi rifiuto ingrato. L’invito è di manifestargli un amore di riconoscenza.
Gesù offre la “grande promessa”: l’opportunità di crescere nell’amore nei suoi confronti e di garantirsi il futuro eterno facendo la comunione eucaristica per nove mesi consecutivi ad ogni primo venerdì. Assicura la sua protezione a quanti espongono la sua immagine e la venerano. Chiede di consacrare a lui la propria vita e quella delle famiglie e delle nazioni.
Tale devozione si diffonde moltissimo, viene raccomandata dalla Chiesa, i Pontefici dedicano alcune Encicliche sul tema. Essa è caratterizzata dell’urgenza della riparazione. La grande ingratitudine degli uomini di fronte all’amore infinito di Cristo, richiede il contrappeso di altrettanto amore riconoscente. Da qui lo sviluppo dell’adorazione riparatrice e di altre pratiche improntate al “dare sollievo” al cuore di Cristo amareggiato.
Seguono due secoli di grande fervore in cui sorgono una novantina di Istituti religiosi dedicati al Sacro Cuore di Gesù. Tra questi anche quello di p. Dehon: i Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù.

 Per Lui vivo, per Lui muoio

Dehon è vissuto in questa sensibilità spirituale e teologica improntata alla riparazione. L’ha rafforzata ulteriormente alla luce dei messaggi di La Salette e del contesto respirato presso le suore Ancelle del Sacro Cuore di Gesù di cui è stato confessore e direttore spirituale a San Quintino. «Questa circostanza provvidenziale – scrive – preparò l’orientamento di tutta la mia vita».
Lo attira il fine del loro carisma: «Una vita di puro amore e d’immolazione, in spirito di riparazione verso il Cuore di Gesù, mediante una completa donazione di tutte le preghiere e opere al divin Cuore e mediante lo zelo nel farlo amare e nel consolarlo».
Scopre che questa affinità era già presente in lui dagli anni della formazione in seminario, come annota: «Il mio desiderio è di compiere in tutto la vostra santa volontà. Mi affretterò a riparare, con tutti i mezzi possibili, gli oltraggi che ricevete». E nel tempo di discernimento per passare dalla vita diocesana e quella religiosa, scrive: «Tutta la mia attrattiva era per il Sacro Cuore e per la riparazione».
Ha centrato la spiritualità dell’Istituto da lui fondato su questo riferimento: l’amore oblativo a Cristo, una vita di amore senza riserve nel corrispondere alla grazia della chiamata, in spirito di riparazione. Le costituzioni dell’Istituto lo esprimono così: «Fondando la Congregazione degli Oblati Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, Padre Dehon ha voluto che i suoi membri unissero in maniera esplicita la loro vita religiosa e apostolica all’oblazione riparatrice di Cristo al Padre per gli uomini» (Cst 24).
La spiritualità del tempo si incentra sugli atteggiamenti interiori di Cristo: tutto Egli ha vissuto in offerta al Padre come vittima degna di lui, per la redenzione degli uomini. Importanti sono gli avvenimenti della vita di Gesù e gli stati d’animo con cui li ha vissuti. Il cristiano è chiamato a riviverli in se stesso, fare propri il suo spirito di amore, oblazione, riparazione, immolazione. Diversamente rimane in una religiosità superficiale. Solo l’intima penetrazione nel mondo intimo di Cristo – «penetrare fino al cuore» – rende la vita di fede una vera adesione a Cristo Signore.
Questa passione P. Dehon trasmetterà ai suoi religiosi. Li vuole interiormente motivati dall’amore di partecipazione e di riconoscenza e, nel contempo, non in uno stato di quietismo bensì di spinta dinamica per il bene della Chiesa e della società. Ne darà lui stesso l’esempio attivandosi in molteplici contesti, esortando i preti ad “uscire dalle sacrestie” per incontrare le persone e le situazioni sul territorio, proponendosi a diffondere il “Regno del Sacro Cuore di Gesù nelle anime e nelle società”: far entrare i valori evangelici nel tessuto sociale. Dedicherà tutte le sue energie per queste finalità.
Sul letto di morte, guardando un’immagine del Sacro Cuore, dice con voce chiara: «Per lui vivo, per lui muoio». Tutto ha consumato nell’amore «per quel Cuore che ha tanto amato gli uomini», Cristo Gesù.

Argomenti: Dehon | Fede | Spiritualità
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