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Il gesto della penitenza

da | 19 Febbraio 2021 | Spiritualità nel quotidiano

«Il pubblicano si batteva il petto e diceva: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”» (Lc 18,13).

Riconoscere il proprio peccato, è fare la verità in noi.

Molti ritengono che i gesti classici dell’ascesi cristiana siano superati, in quanto non più consoni con la sensibilità di oggi. Perché, ad esempio, fare penitenza, compiere gesti di rinuncia? Per quale scopo, se la vita presenta molteplici possibilità di usufruire di quanto essa ci offre,  senza averne sensi di colpa?

 Quel vestirsi di sacco, mettersi la cenere sulla testa, battersi il petto – esortazioni e attuazioni che troviamo sparse nella Bibbia – non sanno troppo di umiliazione? (Gio 3,5-6; Lc 18,13). Dove va a finire l’orgoglio umano che è l’anima di un certo modo vitale e naturale di stare nell’esistenza? L’umiltà può andare bene, non l’umiliazione, e la penitenza ha il sapore della seconda.

 Eppure la Chiesa ribadisce l’importanza di mettere in atto anche questo gesto. Le motivazioni sono molteplici: ci educa a coglierci nella realtà che ci è connaturale. Per costituzione infatti siamo inclini al male. La ferita del peccato delle origini – anche se sanata dalla vita obbediente di Cristo, che ha ristabilito l’unità e familiarità con Dio – ricorda che l’inclinazione ad affermare la nostra autodeterminazione, a dispetto delle indicazioni di vita date da Dio, è sempre presente. La spinta egoistica la portiamo nel profondo del nostro essere, seppur accanto a quella altruistica. Il salmo 50 ci ricorda che siamo intrisi di peccato.

Sappiamo che l’amore di Dio non è venuto meno nei confronti dei progenitori, anzi ha accompagnato sempre il loro cammino e si è esteso alle generazioni. Non c’è stata una condanna;  questa è stata data al serpente tentatore, a satana. Essi hanno subito le conseguenze della disobbedienza: una disarmonia con la natura che comporta sofferenze.
La Chiesa ha la consapevolezza che anche oggi le persone possono lasciarsi ingannare dalle molteplici seduzioni del male. Offre loro l’opportunità di rafforzare il legame di obbedienza amorosa a Dio. Propone un cammino che porta a un incontro: una rinnovata comunione con Dio nella Pasqua di Cristo.

Anche la penitenza, come altri segni, ci educano all’autocontrollo, alla sublimazione delle spinte egoistiche; ci ricordano la nostra creaturalità che necessita di ‘contenimento’ perché esposta agli eccessi. Il tutto per non farci fagocitare dalle molteplici realtà in cui siamo immersi e per far emergere il positivo della nostra dimensione umana.
Certamente non poniamo in atto questo gesto per ‘conquistare’ la benevolenza del Signore o piegarlo alla nostra volontà. Il suo amore non dipende dalla nostra corrispondenza, perché è da sempre e per sempre: «Forte è il suo amore per noi la fedeltà del Signore dura in eterno» (Sal 11,27). Serve a noi per ravvivare la consapevolezza di essere da lui amati e vivere in risposta d’amore riconoscente

In specifico, la penitenza è il gesto dell’umiltà di fronte a scelte e comportamenti che hanno mortificato la nostra dignità di persone. È un atto di onestà che ci permette di fare la verità in noi e di riprendere il cammino a testa alta e con la coscienza in pace.

Risulta essere un aiuto nel gestire le pulsioni dirompenti e trasgressive. Siamo portati alla spinta del possedere, del godere, del non rinunciare a nulla per raggiungere il massimo di soddisfazione. Saper riconoscere l’eccesso egoistico, serve a ristabilire il giusto equilibrio. Aiuta a fare discernimento nel nostro vissuto, per educarci a fare scelte mirate al nostro bene.

I gesti di penitenza pongono uno stacco tra noi e le cose, tra noi e i desideri, tra noi e le spinte pulsionali. Servono a sviluppare la riflessione che ci porta a scoprire e a valorizzare la nostra umanità, lasciando decantare quanto la può condizionare o, peggio, svilire. Ci rimandano  all’importanza di contrastare la nostra inclinazione al compromesso o al male, rimotivandoci per arginare le inevitabili debolezze. Ogni gesto di penitenza è un risalire la china, è un riprendere  il cammino di graduale scoperta delle nostre potenzialità positive e della reale possibilità di valorizzarle.

 La penitenza conferma il nostro intento di divenire gestori liberi e determinati della nostra vita alla luce del progetto di Dio. Ci fa scoprire l’amore di Dio che si manifesta anche in questi gesti che possono apparire obsoleti o umilianti.

Possiamo includere il gesto della penitenza nel termine ‘conversione’, proposto da Gesù fin dall’inizio della sua predicazione (Mc 1,15). Ci ricorda che «nel peccato mi ha concepito mia madre» (Sal 50,7), quindi bisognosi di lasciarci salvare. Esprime la scelta di vivere rivolti al Signore e non ripiegati su noi stessi. Il tutto per trovarci consolidati interiormente e più capaci di vivere nella dignità di figli di Dio.

Argomenti: Quaresima | Segno
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