Incontro di sguardi

da | 12 Febbraio 2021 | Spiritualità dehoniana

La dinamica spirituale cristiana si snoda su sguardi che si incontrano.

C’è lo sguardo di Cristo, percepito elettivo, e quello della persona che lo incontra e corrisponde.

Il passare del tempo tesse un legame sempre più forte.

Così si sviluppa e consolida la spiritualità, la vita in Cristo.

 

Dai vangeli cogliamo due episodi che possono presentare bene la vita che cambia dall’incontro ravvicinato con Gesù: il dialogo notturno di Nicodemo e quello al pozzo con la donna samaritana. Ambedue sono prolungati, si snodano nel dialogo, evolvono verso una profondità del discorso, sfociano nella reciproca conoscenza e nell’attrazione verso Gesù. Il contesto è di libertà, di graduale profondità. Sono raccontati in sequenza nel vangelo di Giovanni (Gv 3-4).

Nicodemo e la donna sono simbolo dell’incontro personale con Cristo che introduce e matura alla fede in lui.

Bisogna nascere dall’alto (Gv 3,1-21)

Il dialogo si svolge di notte, al lume di candela, lontano dall’indiscrezione, tra due che si riconoscono maestri. Nicodemo sente il bisogno di confrontarsi con Gesù. Lo coglie come maestro venuto da Dio, per i segni che compie, ma non ha l’ardire di andare oltre. Porta in sé un dubbio: non è che Gesù nasconda una identità più profonda, quella del Messia atteso o di Elia che ne annuncia la venuta? Si aspetta un chiarimento sincero da parte di Gesù. Il suo sguardo di attesa si incrocia con quello del suo interlocutore.
Gesù lo spiazza fin dalla prima frase. Non risponde alla sua domanda, bensì rimanda a una esigenza: è necessario nascere dall’alto. Per vedere-capire ciò che Dio ha avviato attraverso di lui, bisogna cambiare logica: passare da quella umana del buon senso a quella divina della rivelazione. Bisogna entrare nel progetto pensato da Dio e questo richiede fede rinnovata, aperta alla novità.
Lo sguardo di Nicodemo è annebbiato, la sua testa confusa: non è possibile rinascere dalla propria madre. La rinascita, precisa Gesù, è da acqua e Spirito. Siamo in un’altra logica, quella di Dio, del non gestibile con le categorie umane, quella che sfugge – come il vento – ma che si intuisce e si coglie nell’ascolto in profondità, nell’apertura alla grazia.
Gesù si manifesta in sincerità: «Noi (io) parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto… Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo… Come il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (vv.11-15). Guardandolo negli occhi, Gesù rivela la sua vera identità: egli è il Figlio amato, inviato nel mondo per salvare le persone, la luce vera che illumina e porta la verità.
L’incontro si chiude senza conclusioni, però vediamo che Nicodemo difenderà Gesù di fronte ai farisei (Gv 7,48-52), e lo troveremo al momento della sepoltura di Gesù (Gv 19,39). Il suo ultimo sguardo si poserà su Colui che ha dato la vita per salvare il mondo, che gli ha indicato la via della fede in lui. Ha trovato in Gesù il Messia di Dio.

Se tu conoscessi il dono di Dio (Gv 4,5-42)

Gesù, affaticato per il viaggio, siede presso il pozzo di Giacobbe in terra di Samaria. Qui incontra una donna venuta per attingere l’acqua. Doveva far finta di non vederla, tanto meno salutarla e parlarle, da coerente giudeo. Invece l’apostrofa subito: «Dammi da bere» (v. 7).
Immediata la reazione negativa della donna e pronta la risposta provocatoria di Gesù: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”» (v. 10).
Ormai il dialogo è avviato e prosegue tra richiesta di chiarimento, provocazioni, graduali manifestazioni di sé. Gesù continua a parlare in autoriferimento: «…chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (v. 14). Entra anche nel vissuto della donna e le fa intuire che egli nasconde una identità misteriosa.

La diffidenza della donna viene gradualmente superata e lei si apre allo sconosciuto. I loro occhi si scrutano e il dialogo diventa proficuo, quasi confidente. Questo giunge al punto più alto, quando Gesù risponde alla donna riguardo al Messia che deve venire: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). Vediamo la donna che non tiene per sé l’accaduto, ma lo comunica in città, diffondendo l’interrogativo: «Che sia lui il Cristo?» (v. 29).

Dall’incontro alla conoscenza
Questi due episodi sono indicatori di come sia necessario incontrare Gesù per entrare nella sua conoscenza profonda. Rimanendo all’immagine degli occhi, dobbiamo dire che solo dal reciproco ‘guardarsi’ sia possibile instaurare un legame profondo di conoscenza e di amore.
Ciò che è stato fisicamente facilitato per i contemporanei di Gesù, non è possibile per noi che viviamo dopo la sua ascensione. Tutti, anche gli apostoli che hanno vissuto con lui, hanno poi dovuto passare all’ambito della fede. Dal vedere fisico, al vedere nella fede. Gesù stesso l’aveva anticipato a Tommaso, che aveva preteso di mettere le dita nel costato del Risorto, per credere: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). Ha posto tra le beatitudini il credere senza il supporto dei sensi. È il cammino che tutti siamo chiamati a percorrere.
Il ‘guardare nella fede’, ci permette d’incontrare Cristo nell’intimo del proprio animo e di tenere vivo il legame di amore. Così si costruisce l’itinerario della propria adesione a Cristo, della personale spiritualità.

Dalla conoscenza al credere
Soprattutto noi occidentali, rischiamo di limitare il credere alla sfera della conoscenza, della razionalità. Pensiamo che la quantità di libri letti e di conoscenze acquisite segni la misura della nostra fede. Certamente il conoscere viene in aiuto al nostro bisogno di comprendere, di guardare in profondità nel mistero divino. Lo studio fa parte integrante del cammino della fede, ma non lo esaurisce. Rimane sempre fondamentale riconoscere il primato della grazia che ci apre al mondo di Dio. L’ha detto Gesù stesso, forse deluso dalla durezza di cuore dei dotti: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». E subito aggiunge che la fede è dono, non conquista: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,25-27).

 Da subito, la Chiesa ha dato risalto all’incontro con Cristo nella fede e a farlo diventare dialogo fraterno. La preghiera comunitaria e personale, l’Eucaristia celebrata e adorata hanno questo scopo.
Ne consegue un amore di riconoscenza, un legame che non si spezza neppure di fronte alle prove più grandi, una gioia intima che porta a vivere il vero senso del Vangelo come lieta notizia nel vissuto quotidiano.
Già s. Pietro aveva colto questa comunione di intenti nei cristiani del suo tempo: «Voi lo amate senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui» (1Pt 1,8).
Anche l’autore della lettera agli Ebrei esorta a stare nella vita con fortezza e a guardare a Cristo nella fede: «…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2).
Se guardiamo alle esperienze mistiche dei santi, vediamo come la fede porti – almeno in alcuni momenti della vita – a un reale incontro con Cristo, da cui ne sono scaturite rivelazioni private. Senza giungere a questo livello di grazia, rimane vero che la spiritualità cristiana si sviluppa nell’incontro personale con Cristo Risorto, nella fede, non episodico ma continuativo. Solo l’incontro con Lui fortifica l’amore e rimanda a essere testimoni del suo amore nel vissuto personale, ecclesiale e sociale.

Edith Stein si è convertita in seguito a una esperienza apparentemente non influente. Ogni giorno vedeva una anziana signora che entrava in chiesa di ritorno dalla spesa. Incuriosita da questa metodicità, le chiese il perché e si sentì rispondere: «Per incontrare Lui». Lei, filosofa atea, inquieta, che tutto riduceva alla razionalità, intuì una dimensione che le era estranea, e la fece sua con la conversione. L’incontro con il suo Signore – di cui mise a fuoco la vita donata  sulla croce: volle chiamarsi suor Benedetta della Croce –  la sostenne sempre, fino al martirio nel lager di Auschwitz.

Argomenti: Sguardo | Spiritualità
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