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Io ci sono

da | 27 Maggio 2021 | Spiritualità nel quotidiano

La vita assume pienezza se è vissuta in relazione positiva.

La persona è per innata costituzione un essere sociale,
chiamata a stare inserita e attiva nel tessuto umano.

La chiusura in se stessa la condanna all’intristimento.

Quando Mosé chiese a Dio di rivelare il suo nome, si sentì rispondere: «Io sono colui che sono!» (Es 3,13-14). Sperava di non avere risposta, così da potersi sottrarre al compito di andare in Egitto a liberare il popolo ebraico. Invece si sentì subito ripetere: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» (Es 3,14). È stato subito riconfermato in questa missione.
«Io-Sono» è una risposta che rimanda all’insondabilità del divino. Le quattro lettere dell’alfabeto ebraico, di cui è composto il tetragramma, nascondono il mistero di Dio, tanto che gli ebrei si sono imposti di non pronunciare il nome, perché è ‘proprio e unico’.
Dio afferma la sua esistenza eterna: è l’Essere per eccellenza. Rivela il suo nome, ma non fa vedere il suo volto. Egli è l’invisibile. Nasce la convinzione che il volto di Dio rimane nascosto a tutti. Anche di fronte alla richiesta esplicita di Mosé, sul monte Sinai, Dio non si manifesta faccia a faccia, ma solo di spalle (Es. 33,17-23). Viene così messa in evidenza la radicale alterità del creatore rispetto alla creatura.
Dio è colui che deve esistere per giustificare l’esistente e sul quale l’uomo, da sempre,  si è interrogato e a cui ha attribuito la totalità dell’Essere. Jahvé rimane avvolto nel mistero e gradualmente si rivela come il “padre del popolo di Israele” (Es 4,22; Dt. 1,31).

Il Dio dei padri

A Mosé, Dio parla in prima persona, rivela il suo primato tra gli esseri viventi e specifica la sua vera identità: Egli è il Dio dei padri Abramo, Isacco, Giacobbe che hanno dato origine al popolo da lui voluto (Es. 3,5; 3,15). Esce così dall’anonimato, per cui Mosé può riferire al popolo da chi è inviato e quindi agire con autorità. Questo lo garantisce nella missione che gli viene affidata.
Rivelandosi come il Dio dei padri, Jahvé si rivela con i caratteri della familiarità. È colui che ha chiamato Abramo, lo ha fatto uscire dalla sua terra verso una ‘terra nuova’ da lui garantita, in prospettiva dell’avvio di un nuovo popolo totalmente dedicato a lui e posto come esemplarità per tutti i popoli (Dt 7,6).

Il Dio presente

Dio non si limita a rivelare il suo nome, ma manifesta anche il motivo della scelta di Mosé per andare in Egitto: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: ho udito le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo» (Es 3,7).
Emerge chiaro il proposito di intervenire a favore del suo popolo che sta vivendo in situazione di schiavitù.
È un Dio non relegato a una definizione, per quanto ricca di contenuto, ma presente al vissuto del suo popolo. Possiamo declinare l’Io-Sono in “Io sono per te”, “io intervengo in tuo favore”, “Io non resto indifferente al vissuto del popolo”, “Io ci sono!”.
Questo è il Dio della rivelazione giudaica. Il suo intervenire si declinerà in moltissime situazioni della storia d’Israele. Anche quando certe calamità sembrano aver interrotto il progetto di Dio, in realtà c’è sempre una ripresa. Questa avviene abitualmente attraverso l’azione delle persone scelte da Dio stesso per agire in favore del popolo. Abbiamo così i Giudici, i Profeti; ma anche persone esterne al popolo, come l’imperatore Ciro, le quali favoriscono, seppur per motivi differenti, la liberazione dai nemici, la ripresa del vissuto nella propria terra e l’unità.

Il volto di Dio

Ciò che sembrava impossibile, in Gesù di Nazaret si è realizzato. Il Dio invisibile si è reso visibile nel Figlio. Sono molti i riferimenti biblici: «Il Verbo di Dio si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 114); «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9; 12,45); «Egli è l’immagine del Dio invisibile, generato prima di tutte le creature» (Col. 1,15); « Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Siamo di fronte al mistero più grande della storia umana: un uomo si dichiara “il Cristo” di Dio, il suo Consacrato e inviato, il suo Figlio: «”Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”. Gesù rispose: “Io lo sono”» (Mc 14,61-62); «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!» (At 2,36).
Gesù è la presenza di Dio in mezzo agli uomini, il suo volto è quello del Padre, la sua vita rispecchia lo stile di donazione generosa e totale di Dio Padre. Egli è “il vicino”, c’è nel vissuto delle persone. Non si limita a proclamarsi “il Maestro” e solo ad insegnare. Egli impegna le sue energie umane morali e spirituali per liberare l’uomo dal dominio di satana e riportarlo alla comunione piena con il Padre dei cieli.

Chiamati ad esserci

La logica cristiana è quella di dare un volto alla carità, quella di “esserci” nella vita delle persone. Non basta coltivarci nei buoni propositi e nelle belle parole. È sempre presente il pericolo di tirarci in casa le buone intenzioni, anziché le situazioni che domandano modalità concrete di intervento.
Hanno avuto una grande risonanza i due episodi di violenza subiti da una laica e da un giovane vescovo missionari. La prima, Nadia De Munari, uccisa di notte in Perù da una mano assassina. Era impegnata da più di vent’anni a servizio dei bambini e delle donne in difficoltà. Aveva fondato scuole e una casa di accoglienza. Lei “c’era!”, consapevole di essere sempre esposta ai pericoli. Ha dato la vita, seppure strappata contro la sua volontà, per una causa di bene. È una martire della carità.
Mons. Christian Carlassare, 34 anni, fresco di nomina a Vescovo in Sud Sudan, non ancora consacrato, è stato vittima di un assalto notturno in casa e di alcuni spari che gli hanno spezzato le gambe. È riuscito a sopravvivere. Le sue prime parole alla stampa sono state: «Le mie ferite alle gambe guariranno, ma sono preoccupato che possa guarire la comunità». Nemmeno per un momento si è abbandonato alla paura o al rancore. Ha subito pensato a rassicurare i suoi cari e a pregare per la sua gente. La sua presenza in diocesi continuerà, anche se il cammino è in salita: egli ci sarà!

«Io ci sono», «Noi ci siamo» deve rimanere un mantra da far circolare nel nostro intimo e tra di noi. Ha una valenza molto forte, perché ci provoca ad uscire da noi stessi e di farci prossimo di chi è nel bisogno. È questione di idealità calate nelle proprie scelte e nel vissuto. Innanzitutto farne una questione di impostazione di vita personale e, nel contempo, trovare contesti in cui condividerle. Ce ne sono molti. Il mondo del volontariato e delle scelte di vita di consacrazione sono a vasto ventaglio. Sono possibili ad ogni fase di età, soprattutto nella giovinezza e dopo il pensionamento.
Siamo chiamati a coltivare la concretezza del “fare il bene”. Lo dobbiamo fare innanzitutto in risposta alla nostra spinta umana, a idealità di condivisione tra esseri umani. La motivazione della fede ci aiuta ad avere una marcia in più, a seguire una esemplarità che parte da Dio Padre, si incarna nel Cristo, si manifesta nell’azione dello Spirito e si riscontra in ogni tempo e luogo dove è giunto il Vangelo. Il nostro Dio Trinità è circolazione di amore.

Io sì

Propongo una bella canzone di Laura Pausini, che ha avuto vasta eco in Europa e nel mondo, e che tocca proprio questo tema. Riascoltarla alla luce di quanto abbiamo detto, aiuta a scoprire che la spinta ad avere un amore attento è diffuso più di quanto si pensi. Basta accogliere le provocazioni positive.

Argomenti: Persona
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