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JOVITO

da | 27 Aprile 2022 | Racconti dalle missioni

Jovito

di padre Aldo Marchesini

Jovito, ti chiedo di scusarmi, perché ti ho cambiato il nome, come si fa per rispettare il segreto della tua persona. Ma tu sai che ti conosco e che ti voglio bene, come anche tu mi hai sempre voluto bene. Ti conobbi che eri ancora un bambino. Venisti alla mia consulta coperto di eczema, con lesioni della pelle di tipo allergico, infettate, sulla testa, dietro le orecchie, nelle ascelle, nelle pieghe dei gomiti e dei ginocchi, e qua e là nel corpo. Ti accompagnava una signora che si prendeva cura dei ragazzini di un convitto scolastico per orfani. Cominciai il trattamento a base di cortisone e antibiotici. Migliorasti subito rapidamente, al punto che perfino io rimasi sorpreso della tua risposta. Anche nel convitto si meravigliarono e cominciarono a mandarti ogni settimana o due per poter accompagnare la terapia da vicino. È una malattia che migliora in fretta, ma che peggiora rapidamente, appena si alleggerisce il dosaggio dei farmaci. Con molta pazienza e persistenza cominciasti ad avere periodi sempre più lunghi di remissione. Passarono i mesi e passarono anche gli anni. Le visite mediche si diradarono un po’ alla volta, ma le ricadute ti accompagnarono seppure più spaziate, fino alla adolescenza.

L’età cresceva e le compagnie degli amici ti disturbarono. Entrasti in un giro pericoloso e smettesti di andare a scuola. Ti persi di vista qualche anno e poi riapparisti, quando ti rendesti conto che il vagabondare non approdava a nulla. Ti aiutò il buon fratel Antonio, dei Cappuccini, che ti accolse in un centro di ragazzi di strada che stavano riorganizzando la loro vita. Ti faceva lavorare nell’orto e nei campi di mais e di riso e ti raddrizzò il comportamento. Ricominciasti anche a studiare con l’ottava classe, la prima dopo le classi dell’obbligo. Sembrava che ormai tutto si rimettesse a posto, ma poi successe un patatrac. Ci fu un furto, nel quale credo ancora che tu non c’entrassi direttamente, ma tre o quattro ragazzi dovettero lasciare e tu fosti fra questi. Cominciasti a viver da solo, in una capannuccia e a fare qualche attività saltuaria, ma sempre perseguitato dalla sfortuna più nera. Andasti a fare il guardiano notturno in una bottega di materiale per vetture e camion. Alla prima notte di pioggia intensa qualcuno entrò nel magazzino e rubò due batterie di automobile. Tu e il tuo compagno foste denunciati alla polizia, che minacciò di prigione immediata, ma che poi fu possibile allontanare, con la promessa di pagare a rate il prezzo delle batterie, fino a quando mi riuscì di darti l’ultima spinta per saldare il debito. Fosti fortunato, perché trovasti da aiutare un imbanchino che lavorava in una ditta di costruzioni. L’ultimo giorno di lavori, al ritirare la scala in cima alla quale lavoravi, inciampasti e la scala cadde sul vetro anteriore di una vettura stazionata nei pressi, rompendolo. Altro dramma, perché coi pochi soldi guadagnati come aiuto imbianchino non potevi pagare tutto il prezzo del vetro. Ti aiutai un’altra volta. Poi facesti il taxista di bicicletta con una bici presa a nolo. Mentre eri fermo ad un semaforo, qualcuno rubò un telefono ad un passante e scappò. Venne a sbattere contro la tua bicicletta e la passeggera cadde, rompendo il computer, avuto in prestito, che portava con sé. Anche questo caso finì nella squadra di polizia, ma poi si risolvette perché era rimasto non distribuito un computer offerto per una classe di studenti dell’Istituto Superiore di scienza della salute. Era di quelli di dimensioni ridotte, ma la padrona del computer rotto per la caduta dalla bicicletta, l’accettò, ed il caso si chiuse. Passò ancora del tempo e decidesti di ricominciare ad andare alla scuola serale, ricominciando dall’ottava classe.

Poi un giorno venisti a trovarmi, per darmi la notizia che avevi conosciuto una ragazza e questa era rimasta incinta. I genitori ti avevano detto che il figlio era tuo e che quindi dovevi prendere la ragazza e andare a vivere con lei per vostro conto. Mi dicesti che ormai dovevi cercare un modo più semplice e dal risultato più immediato per poter andare avanti. Mi chiedesti di pagarti il corso di sei mesi di pratica di meccanico, organizzato dal ministero del lavoro. Il prezzo era molto accessibile e l’idea mi parve buona. Nel frattempo nacque la bambina e la responsabilità della paternità ti fece diventare capo famiglia e adulto. Andasti a fare pratica in un’officina, ma riuscivi ad avere solo spiccioli. La moglie si difendeva con piccoli commerci lungo i marciapiedi, ma avevi costante bisogno di aiuto economico per poter andare avanti. Passò un anno o due e la bambina cresceva bella. La povertà era però sempre estrema. Si prospettò l’occasione di diventare agente della Vodacom col compito di fare da intermediario dell’impresa dei telefoni per ricevere e trasmettere crediti col sistema M-Pesa. Il pagamento via M-pesa era diventato molto usato e molto utile per pagare e ricevere, via telefono, piccole somme di denaro: una specie di sistema bancario semi privato via telefono. La Vodacom aveva azzeccato un vero affare ed in poco tempo era diventata la più importante rete telefonica del Paese. Per cominciare occorrevano quindicimila meticais. Avevo ottenuto il permesso di dare i quindicimila meticais, aiutato anche dal fatto che tua moglie aveva appena avuto un secondo parto. Nel frattempo guadagnavi spiccioli vendendo le ricariche dei telefonini sotto uno dei tanti ombrelloni che riempivano i marciapiedi della città, in società con un amico. I soldi erano già pronti ed aspettavo che arrivassi a prenderli per cominciare il servizio di agente M-pesa. Viene invece un giovane trafelato ad informare che: “Jovito sta molto male al pronto soccorso!”. Eri tornato a casa a mezzogiorno da tua moglie per dirle che andavi all’ospedale col taxi di bicicletta, perché stavi molto male, con febbre alta. Mi preparo per andare all’ospedale anch’io, quando arrivano due o tre amici, piangendo, per informare che eri appena morto! Mi faccio accompagnare da tua moglie e la troviamo in pianto. I tre amici si offrono di andare a comprare il necessario per accogliere le persone che vengono a vegliare con lei. La somma che doveva servire per iniziare il lavoro, servì per pagare le spese del tuo funerale. A me il compito di celebrare per te la messa e continuare ad aiutare tua moglie e le tue due figlie.

Caro Jovito, so che sei da qualche parte in paradiso. Uno spazio ci divide, agli occhi del corpo, ancora per qualche tempo. Ma la vita vissuta sulla terra insieme, con le tante complicazioni ed ansietà che abbiamo condiviso, ci hanno reso amici ed i ricordi di te, anche se velati spesso di tristezza, riaffiorano! Mi piace tornarli a rivivere, non tanto perché ormai sono senza sofferenza presente, quanto perché il nastro che ci lega ha due capi, uno dei quali, il tuo, è già al sicuro, nella vita eterna! (Bologna, 18.07.2020).

Argomenti: Racconti
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