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La spina nel fianco

da | 30 Settembre 2021 | Spiritualità nel quotidiano

La sofferenza è l’ineludibile esperienza che viviamo.
In essa tutti ci troviamo accomunati.
Ciascuno l’affronta con le risorse che trova in sé e a cui può attingere.

La sofferenza è uno dei grandi problemi che tocca l’esistenza di tutti. Più che risposte, suscita interrogativi: perché esiste? Quale l’origine? Perché nessuno è esente? Perché anche negli innocenti? Perché non c’è soluzione ultima? C’entra Dio? E se c’entra, perché non interviene?
I perché sono infiniti, le risposte limitate.

Il soffrire, nelle forme più diversificate, è la spina nel fianco che ci accompagna; s. Paolo parla di «spina nella carne» (cfr. 2Cor,7). Le risposte ai molti “perché” non mancano, ma le troviamo parziali: la naturale fragilità umana, le leggi insite nella natura, certe libere e sconsiderate scelte, la cattiveria umana, il degrado ambientale, morale, spirituale… Tuttavia manca quella che soddisfa pienamente, che buchi il mistero. Continuiamo a cercarla, per uscire dal bisogno di capire se la sofferenza sia senza senso o se si possa intravvederne almeno uno.

Bisogno di capire

Proprio perché provocati in modo così pesante dal soffrire, sentiamo il bisogno di capirne il motivo ultimo. Lo sentiamo indecifrabile e proprio per questo non ci diamo pace. La nostra razionalità non si dà per vinta, vuole entrare nelle maglie del ‘mistero’, per trovare una risposta esauriente. Disposti sì ad accettare spiegazioni che sembrano avere una logica, ma bisognosi di andare oltre, perché sentiamo che ci deve essere dell’altro.

L’apporto della fede

Noi cristiani, guidati dalla sacra Scrittura, crediamo che nel progetto originario di Dio la sofferenza non aveva casa. Tutto è stato creato all’insegna dell’armonia e della bontà. Ad ogni atto creativo, il testo sacro ripete: «Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,10.12.18.21.25). E alla creazione dell’uomo e della donna sottolinea che «era cosa molto buona» (Gen 1,31).
Tutto è partito in favore della vita, senza la presenza del dolore. Ma tutto, purtroppo, è stato rovinato da un inganno del ‘nemico’ che ha portato l’uomo e la donna al distacco dalle consegne ricevute da Dio (Gen. 3,1-7). Ne è seguita una drastica disarmonia con l’avvio di uno stato di fatica, sofferenza e morte, divenuti parte integrante dell’esistenza umana (Gen 3,14-19).

Il progetto di recupero

Dio ha preso atto della libertà usata male e delle conseguenze previste (Gen 2,17). Non ha privato, tuttavia, l’uomo e la donna della libertà, al fine di impedire loro ulteriori errori. Non li ha neppure abbandonati. Anzi, proprio perché resi più fragili e precari, ha avviato un cammino di sostegno e di recupero. Il gesto delle tuniche di pelli con cui li ha vestiti esprime la premura paterna con cui li ha soccorsi e poi accompagnati nel tempo (Gen 3,21). È sempre rimasto il Padre buono e provvidente con un segreto progetto da realizzare: riportare la persona alla piena comunione degli inizi, rendersi a lui presente condividendo anche la realtà della sofferenza.

Un Dio prossimo

Questo progetto ha preso concretezza «quando venne la pienezza del tempo e Dio mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Siamo nel mistero dell’incarnazione: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Abbiamo la risposta del Figlio all’appello del Padre: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà» (Eb 10,9). E l’autore sacro commenta: «Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre» (Eb 10,10).
È Dio, in Gesù, che si fa prossimo all’uomo. Si fa simile a lui in tutto, eccetto nel peccato. È bello ripensare la vita di Gesù totalmente dedita, negli ultimi tre anni, al bene delle persone. Egli ha indicato la strada della piena comunione con il Padre celeste. Ha lottato per vincere satana, eterno tentatore dell’uomo e nemico di Dio. Ha indicato la via della conversione e della piena adesione alla volontà del Padre.
Egli ha vissuto in pienezza l’umanità, anche negli aspetti della fatica, della sofferenza e della morte.
Non si è limitato a compiangere i sofferenti, ma è stato loro vicino e ha sperimentato lui stesso il soffrire (1Pt 4,1). Fin dove ha potuto ha ridato loro la salute, come ha donato serenità e coraggio agli sfiduciati, ha esortato i peccatori a cambiare vita.
Si è fatto totalmente solidale, fino a morire sulla croce. Ha dato la vita. Così ha fatto vedere come si possa affrontare anche il martirio senza maledire la sorte, ma affidandosi totalmente al Padre, fino a consegnare a lui lo spirito nel momento della morte (Lc 23,46).
Ha insegnato come morire, immerso nella sofferenza, da innocente.

Lo scandalo del dolore innocente

Ci colpisce e frastorna soprattutto la sofferenza innocente: perché sono colpiti anche i bambini? Perché chi si è sempre comportato bene? Questa realtà è lo scandalo di cui si accusa Dio.
Lo scrittore Wiesel è stato tormentato da questo interrogativo durante la sua detenzione al campo di Auschwitz. Si era ribellato al suo Dio, ritenuto muto e assente di fronte al dolore degli innocenti. Ha avuto la grazia di penetrare nel mistero della sofferenza in seguito all’impiccagione del piccolo tredicenne olandese amato da tutti, che aveva il volto di un angelo infelice. Dinanzi all’assurdità della morte del piccolo innocente, che agonizzò per più di mezz’ora, risuonò nel campo l’interrogativo sconcertante: “Dov’è dunque Dio? E io sentivo – egli scrive – in me una voce che gli rispondeva: Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”. il Dio che sembrava contraddire la sua alleanza, era invece ancora una volta fedele alla sua presenza nel suo popolo. La sua luce era offuscata dalle tenebre.

Noi cristiani indichiamo il Crocifisso e diciamo che la sofferenza prende senso, anche se umanamente non c’è, nel dolore di Gesù, nella sua totale oblazione al Padre, nell’essersi fatto solidale, vittima d’amore, con i sofferenti di tutti i tempi.

Il dolore non ha un senso in se stesso, lo viene ad prendere perché Dio l’ha assunto in Cristo, per amore, e l’ha offerto: «Nelle tue mani, Padre, consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Il Padre non permette che una sola lacrima sia versata invano. La accoglie e la valorizza. Il dolore dell’uomo e il dolore di Dio si incontrano sulla Croce in una conturbante prossimità e commistione.

Rassegnati o reattivi?

Parlando della condizione dell’uomo, il libro del Qoelet dice: «Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi» (Qo 2,23). Forse è pessimista nell’estensione a ‘tutti i giorni’, ma è realista nel rilevare l’incidenza, spesso pesante, nel vissuto delle persone, alcune in specifico.
Importante è non rassegnarsi di fronte al soffrire, ma reagire. Siamo provocati anche noi, personalmente, a movimentare le energie positive che ci permettono di non darci per vinti. La prima medicina siamo noi stessi, la nostra reazione attiva e motivata, il far tesoro dei molti apporti che ci vengono in aiuto, non ultimo quello della fede.
Di fronte allo stato d’animo depresso e alle lamentele della gente del campo di prigionia, Etty Hillesum annota nel suo diario: «Per questo mi sembrava così pericoloso sentir ripetere: “Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, la cosa migliore è diventare insensibili a tutta questa miseria”. Come se il dolore – in qualunque forma ci tocchi incontrarlo – non facesse veramente parte dell’esistenza umana».

Argomenti: Sofferenza
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