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La spiritualità del corpo

da | 4 Marzo 2021 | Approfondimenti

“Lasciami libera e selvatica,
anche se ti pare troppo rischioso.

Non ridurmi a morale,
io non sono una manciata di comandamenti.

Io sono la Parola: se vuoi seguirmi,
devi fare l’amore con la sorpresa,
devi abbandonare le difese,
devi accettare di mettere il naso nell’invisibile.

Non cercarmi nel posto sbagliato.

Io ho bisogno di cielo, non di navate;
di vette, non di aule;
di corpi, non di dogmi.

Io voglio che qualcuno si lasci amare,
si lasci fecondare.

Anche adesso sto facendo l’amore con la vita,
sei tu che non mi vedi.

Smetti di cercarmi dove si consumano sacrifici!
Io sono la Parola e sono libera, e ti scandalizzerò.

Sono la Parola di Dio: se vuoi seguirmi, spogliati.

E scoprirai che ti sono più vicina di quanto tu possa pensare,
perché ti sono entrata in profondità.

Io sono la Parola e ti amo.

Accetti di smarrirti con me?”

E’ bello pensare che Dio sia Parola che ci ama, Voce che ci chiama a seguirlo intimamente, coinvolgendo tutti i nostri sensi!
Ascoltando il suono della parola “spiritualità” potremmo essere portati a dire che essa abbia attinenza solo con le questioni dello spirito, dell’anima.
Io ritengo invece che la spiritualità sia cosa umana, che coinvolge tutto il nostro essere, che è corpo e spirito insieme. Così come penso che non esistano le cose di Dio e le cose dell’uomo, ma che tutto sia interconnesso e intrecciato in quell’immenso dono d’Amore incarnato.
Col Natale di Gesù, Dio ha posto la sua tenda in ogni carne, col risultato che qualcosa del Padre è in ogni uomo: ciascuno di noi è stato voluto e pensato dall’Eternità, la nostra vita non è un assurdo senza inizio e senza fine, ma un dono ricevuto, un atto d’Amore. Ed è proprio in questo Amore che si gioca anche la nostra spiritualità.

L’umanità di Gesù

E’ l’umanità stessa di Gesù a segnarci la via, Egli che ha partecipato la vita con tutto il suo corpo, con tutti i suoi sensi, oltre che con lo Spirito.
Sempre in movimento, ha percorso in lungo e in largo la Galilea e mentre camminava, incontrava e metteva in relazione l’uomo con Dio, con quel suo sguardo che sconvolge l’esistenza, con la sua capacità di ascoltare nel profondo, di provare cumpatior, com-passione.
Gli incontri più belli, quelli che ti cambiano la vita, li ha senz’altro fatti a tavola: è lui che vede Zaccheo sull’albero (non il contrario) e si autoinvita a pranzo a casa sua; è Gesù che dopo aver visto Levi al banchetto delle imposte e averlo chiamato a seguirlo, va a mangiare da lui: per Gesù, che viene definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”, sedersi a mangiare con qualcuno vuol dire occasione preziosa di incontro vero, senza pregiudizio e giudizio.
Le sue sono mani che non trattengono, ma liberano, non chiedono, ma donano: mani con cui accarezza i bambini, tocca e guarisce i malati, solleva, rialza e conforta, salva, benedice, spezza il pane.
Infine l’odorato, che non tocca e non vede, non ascolta né gusta, ma avverte, riconosce, è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità: Gesù non si scandalizza quando la donna peccatrice entra in casa del fariseo e, dopo aver bagnato i suoi piedi di lacrime e averli asciugati coi suoi capelli, li cosparge di costoso olio profumato, anzi si lascia avvolgere da quel calore e da quel profumo e la invita ad andare in pace, perdonandola.
Gesù non si lascia fermare dall’odore di morte che avvolge il suo amico Lazzaro, ma lasciandolo penetrare nelle narici, entra nella sua tomba e lo risuscita.

Concretezza dei sensi

I cinque sensi sono un dono grande: ci permettono di interpretare e relazionarci con la realtà, ma ci possono mettere anche in “comunicazione” con l’Invisibile.
Prendiamo ad esempio la preghiera.
Quando il corpo prega, lo spirito entra subito in sintonia con lui; spesso non accade il contrario.
E’ necessario innanzi tutto che il corpo si metta in ascolto. Non si tratta di un generico tacere, ma piuttosto di mettere da parte la frenesia quotidiana e far silenzio, quel silenzio che non è mancanza di tutto, ma concentrazione e occasione per renderci attenti all’essenziale, a Colui che si rivela dentro di noi.
Un udito speciale, a cui si aggiungono la lode e il ringraziamento, la supplica e la richiesta delle labbra e occhi chiusi in un desiderio di intimità o aperti nella contemplazione.
E ancora mani giunte, nella consapevolezza di essere alla presenza di Dio o aperte, quasi a voler dire: “Signore, mi metto davanti a te, disarmata, senza alcuna difesa, perché mi fido di te e sono pronta ad accoglierti senza paura”.
Molti pensano che mettersi in ginocchio sia il solo vero atteggiamento di preghiera, perché questo gesto esprime devozione, umiltà, implorazione, pentimento, adorazione. Eppure si può pregare anche da seduti o da in piedi e nulla ci vieta di farlo mentre camminiamo per strada o in mezzo alla natura, mentre guidiamo o facciamo qualsiasi cosa il nostro corpo ci permette di fare.
D’altra parte come si può credere che il pane e il vino consacrati siano corpo e sangue di Cristo, se non si crede che il corpo riveli l’anima, il Dio dentro di noi, se non si crede la creazione tutta sia il Corpo di Dio? O lo spirituale si rivela attraverso il corporeo sempre, o mai.

 “Senza i sensi la fede è ragionamento su Dio, con i sensi è esperienza di Dio. La fede, infatti, implica tutta la vita e la persona, passa attraverso il corpo e i suoi linguaggi, che sono appunto i sensi: sponde del cuore e finestre sull’invisibile” – scrive Amedeo Cencini.

Mi pare questo un invito a “svegliare” i nostri sensi, ad avere occhi, orecchie, gusto, tatto e olfatto nuovi, che ci permettano di gustare l’Amore di Dio “nascosto” nella nostra realtà fatta di situazioni, luoghi e persone; siamo chiamati a mettere in campo i nostri sensi affinché ci aiutino a cogliere l’Invisibile nel visibile e ad entrare in comunione con la Vita.

 Generatività dei sensi

  • Siamo chiamati ad avere uno sguardo nuovo, senza pretese, non giudicante, che non dia nulla per scontato, ma che sappia ancora stupirsi e meravigliarsi, così da permetterci di vedere noi stessi e gli altri per quello che siamo realmente, “persone intessute di invisibile, di un tempo che non è solo il presente, di infinito, di vita che pulsa ed è sempre più grande delle forme che possiamo abbracciare con gli occhi” – direbbe Chiara Giaccardi.
  • Siamo chiamati ad ascoltare con umiltà: solo dopo che avremo usato le orecchie del cuore, potremo forse avere parole nuove, comprensive, capaci di affetto, intime, testimoni di grazia ricevuta e rimessa in circolo del bene.
  • Siamo chiamati a sapori nuovi, ad assaporare la gioia che si deposita sul nostro palato quando accogliamo il Vangelo, ad avere il gusto di vivere, memoria di un’antica alleanza che si rinnova sulle tavole della quotidianità del mondo.
  • Siamo chiamati a gesti nuovi che si concretizzino in mani che afferrano mani di fratelli in cerca di aiuto, mani che sappiano accarezzare e dispensare tenerezza, mani che sappiano accogliere ed abbracciare, che sappiano guarire e togliere il dolore, donando calore.
  • Siamo chiamati a profumi nuovi, che non disprezzino più l’odore della povertà, della diversità; siamo chiamati a respirare la “fragranza” di Dio nei fratelli e nelle creature tutte.

E’ la spiritualità del corpo. Una spiritualità che nella concretezza di quello che siamo, fragilità e limiti compresi, ci mette alla sequela della Voce che ci chiama, della Parola che ci ama.

 “È una
grande avventura, di spirito, di carne,
di pensiero, un’ascesa ci aspetta.
Diventeremo cosa?”

(Mariangela Gualtieri, dalla poesia “Adesso”)

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