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Offrì se stesso per noi

da | 26 Marzo 2021 | Spiritualità nel quotidiano

Siamo invitati a guardare, pensosi, Gesù crocifisso e a cogliere l’offerta della sua vita  per il bene dell’umanità.
La croce, da realtà di morte, è divenuta realtà di vita nuova.

Guardando Gesù in croce, troviamo riduttivo dire: «È stato crocifisso», mettendo in risalto unicamente l’ingiustizia e la cattiveria altrui. La sue braccia aperte e le mani inchiodate ci fanno esclamare: «Ha offerto se stesso», mettendo in rilievo la sua scelta libera. Non siamo solo di fronte a un crudele atto omicida, ma a un gesto di immenso amore, di totale donazione di sé.

Gesù non è morto perché è stato catturato, ma perché si è consegnato. Giovanni lo mette in rilievo. Tutte le volte che i capi dei giudei cercano di arrestarlo, l’evangelista sottolinea: «Non era ancora giunta la sua ora» (Gv 7,30). La sera dell’ultima cena con gli apostoli, Gesù apre la lunga preghiera al Padre dicendo: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1). Poi si incammina al giardino del Getsemani, sapendo che Giuda sarebbe venuto con i soldati a catturarlo. Egli poteva fuggire, invece si è consegnato volontariamente. A Giuda aveva detto poco prima: «Quello che vuoi fare, fallo presto» (Gv 13,27). E lui si è fatto trovare sul posto.

Una nuova consapevolezza

Dopo il battesimo Gesù ha vissuto l’esperienza del deserto. Gli evangelisti fanno emergere un’urgenza interiore. Dicono che è stato lo Spirito a farlo andare in quel contesto: “fu condotto” (Mt 4,1), “lo sospinse” (Mc 1,12), “era guidato” (Lc 4,1). Il deserto è il luogo obbligato dove entrare, soggiornare, “attraversare” per ritrovare se stessi, per maturare a una vera e definitiva consapevolezza di sé. Il deserto è inteso in una molteplicità di significati: luogo e contesto della solitudine, del silenzio, del rientrare in se stessi, delle decisioni fondamentali di vita, di chiarimento della propria identità. È assunto a realtà simbolica.
Dio ha scelto l’attraversata del deserto per il suo popolo uscito dall’Egitto e diretto alla terra promessa. Poteva prendere il tragitto più corto della costa del mare. Invece gli ha fatto percorrere quello del deserto, più impervio e pieno di molteplici difficoltà, ma anche dove ha realizzato l’alleanza con Dio accolto come unico Signore. Il deserto purifica, fortifica, fa aderire a scelte impreviste e di spessore.
Con il battesimo Gesù entra nella fase ultima della sua vita terrena: presentarsi apertamente come “il Messia del Padre”, il suo missionario. Ma quale profilo giusto è chiamato ad assumere e con cui manifestarsi?
L’esperienza che vive nel deserto è il tempo delle tentazioni, in cui Satana si propone di sviarlo dal progetto di Dio per fargli assumere una progettualità a sua misura e vantaggio: il potere sulle cose, sulle persone, sulle situazioni; la possibilità di manipolare tutto a proprio favore.
Gesù aveva enormi possibilità di natura e di grazia per gestire tutto in orientamento a sé. Non ha accolto queste suggestioni fortissime, facendo appello alla parola di Dio e in filiale disponibilità al progetto del Padre.

Chiamato a dare la vita

Il deserto gli ha fatto capire la vera prospettiva messianica pensata da Dio: la fisionomia del “Servo di Jahvé”. È un personaggio descritto dal profeta Isaia (cfr: Is 42. 49. 50. 52,13s. 53), enigmatico, senza un preciso nome, pensato e amato da Dio, scelto per una missione in favore del popolo di Israele allargata poi a tutte le nazioni: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni» (Is 42,1).
Ha una personalità forte e mite, che sa cogliere le fragilità e supportarle, che sposa la causa del diritto e combatte le ingiustizie, che non si abbatte di fronte alle difficoltà: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità…» (Is 42,2-3).
Ha una missione unica e universale: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre…» (Is 42,6-7).
Nell’ultima parte della descrizione di Isaia, il servo risulta umanamente perdente: trattato male, umiliato, disprezzato, uomo dei dolori, trafitto, schiacciato, castigato, ucciso, sepolto…
Ma emerge una conclusione imprevista: dopo la morte “vedrà la luce”, «il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini» (Is 53,1-12).

Scelta motivata dall’amore

Gesù uscì dal deserto con la chiara consapevolezza di essere il servo di Jahvé, di avere una ben precisa missione da svolgere con tutti i connotati descritti dal profeta Isaia nei “canti del servo del Signore”. È riuscito a dare scacco matto a Satana e a porsi a totale servizio del progetto del Padre.
Nel primo incontro nella sinagoga di Nazaret, dopo aver letto un brano del profeta Isaia inerente il servo di Jahvé, Gesù applica a sé le parole del testo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Tutta la sua missione si svolge all’insegna del dono di sé e della piena sintonia col Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30).
Guardando il Crocifisso, cogliamo la conclusione di una vita spesa all’insegna dell’amore e del dono della vita. Giustamente San Paolo dice: «Ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5, 2).

Argomenti: Gesù
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