Giovanni 10, 1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Contempliamo il Risorto come pastore della chiesa. Il pastore indica al gregge la via da percorrere e il Cristo-Pastore indica alla chiesa la via che essa deve seguire. La pagina non contiene ancora l’affermazione di Cristo quale “pastore” che sarà fatta in seguito. Insiste invece sull’immagine della porta (“Io sono la porta”: v. 9). Cristo è la porta attraverso cui deve passare il cammino del discepolo: si tratta di un cammino spirituale di ascolto, sequela e conoscenza del Signore.

L’immagine della porta ha una forte valenza simbolica che cogliamo con maggiore forza. Quando gli stipiti della porta di casa diventano come novelle colonne d’Ercole che è quasi tabù valicare, ecco che la normalità ripetitiva dell’uscire di casa e del rientrarvi a piacimento viene posta in discussione e ci conduce a riflettere su quegli atti di entrare e uscire che l’abitudine ci ha resi scontati.

La mobilità della porta rende il limite del riparo costruito dall’uomo un limite che non imprigiona ma che è a servizio della libertà sia quando protegge l’intimità della persona all’interno sia quando la apre alle relazioni all’esterno. Immagine di chiusura e apertura, di intimità e di relazione, di protezione e di esposizione la potenza del simbolo della porta viene applicata dal quarto evangelista a Cristo stesso. Attraverso la porta Cristo si entra e si esce. Entrare e uscire è tipica formula  che indica una totalità, tutta la vita umana riassunta nei due atti fondamentali di entrare e uscire: dalla nascita, l’uscita dal seno materno, all’uscire ed entrare in casa e negli spazi della vita, fino all’uscita definitiva con la morte. Il simbolo della porta applicato a Cristo indica il compito del cristiano di vivere ricominciando sempre la sequela di Cristo, del passare attraverso la porta Cristo. La vita in abbondanza portata da Gesù è questa nostra unica vita innestata in Cristo.

Come la porta segna un dentro e un fuori a Cristo attua anche un giudizio: “Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante” (v. 1). Il pastore del gregge accede all’ovile dalla porta principale, non da ingressi secondari o utilizzando espedienti vari. Il suo ingresso è diretto e visibile, privo di tranelli ed imbrogli. Al contrario, chi si introduce attraverso percorsi alternativi o furtivi è un ladro o un brigante: non viene per nutrire e proteggere, ma per saccheggiare e rubare la libertà, portando distruzione invece che vita.

È l’immagine pastorale dove Gesù afferma di sé di essere venuto per dare la vita in abbondanza. Ma se il pastore Gesù è venuto perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza, ladri e briganti invece vengono per “rubare, sacrificare e far perire”. Di costoro Gesù dice che “sono venuti prima di me”, ma questo non va inteso in senso cronologico, quasi che si riferisse ai personaggi della prima alleanza. Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo rispetto a Gesù, essi rientrerebbero negli usurpatori. Il criterio discriminante che dice l’autenticità della missione è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o vita, nel servire la vita di ogni singola pecora (il pastore chiama ogni pecora “per nome”), di ogni individuo, o nel servirsene e nell’usare per sé, nell’abusare, nello sfruttare le persone per i propri fini. In particolare viene condannato il sacrificare: il togliere vita in nome di Dio, il servirsi delle persone per scopi religiosi fino ad annientarle, l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani.

Il vangelo parla di un’uscita, di un esodo che il Cristo pastore fa fare alle sue pecore, a coloro che sono suoi. Il vocabolo usato da Giovanni per indicare l’ovile, il recinto delle pecore non è il termine usuale per indicare questa realtà, ma il termine aulé, che indica il vestibolo del tempio, l’atrio del tempio.

Si parla di cacciare fuori, con il verbo usato anche in Giovanni quando si tratta della cacciata dal tempio delle pecore e degli animali per i sacrifici. Al v. 10 si parla di “sacrificare”, e i sacrifici si fanno al tempio. E come qui vengono denunciati ladri e briganti, altre volte, riprendendo il profeta Geremia, Gesù aveva pronunciato parole simili sul tempio e su coloro che lo avevano ridotto a luogo di commercio e di compravendita, di affari economici. Giovanni vuole dire che non è il tempio ma il corpo di Gesù, la vita di Gesù culminata nella sua morte e resurrezione, che dà accesso alla comunione con Dio: è la porta che immette nella vita con il Padre.

L’esodo non è solo un movimento negativo, di uscita, di presa di distanza, bensì anche di ingresso, è un movimento esistenziale totale. Ormai tutta la vita, colta come sequela di Gesù Cristo, è un movimento di esodo, di liberazione e salvezza. Si tratta di passare attraverso la porta che è Cristo: allora uno “entrerà e uscirà”, cioè vivrà pienamente la sua vita umana in Cristo, trovando nutrimento in Cristo. Se poi Cristo è la “porta” che conduce alla salvezza e se la porta fa parte dell’edificio a cui permette l’accesso, Gesù è al tempo stesso il mediatore della salvezza e la salvezza stessa. Gesù è la Via verso il Padre, è la Vita: in Gesù troviamo la vita del Padre.

La figura del pastore domina e definisce l’estraneo in maniera puramente negativa negando riguardo a lui ciò che prima è stato affermato del pastore. Emerge la forte densità del linguaggio: i temi della voce del pastore, delle pecore che lo seguono e che conoscono la sua voce, sono troppo evocatori nel IV vangelo per essere semplicemente i tratti descrittivi di una parabola, in cui i vari elementi del discorso (recinto, porta, pecore, custode, pastore, ladro, ecc.) rinviano a una scena di vita pastorale quotidiana.

Se la nostra pagina evangelica contiene un giudizio, in realtà presenta anche una dimensione di consolazione per la comunità cristiana. Perché? Perché si afferma che, se anche vi sono falsi pastori, lupi vestiti da agnelli, falsi maestri e falsi dottori e se vi sono, come dice Giovanni, salariati, banditi e ladri, c’è però anche un sensus fidei fidelium, un senso delle pecore che sanno fiutare e discernere il vero dal falso pastore: “Un estraneo le pecore non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”.

Non esiste solo l’odore delle pecore, come ripeteva papa Francesco, ma esiste anche il fiuto delle pecore, la capacità di ascoltare la voce del Signore, di discernere la voce del vangelo nelle parole e nella testimonianza di chi se ne fa servo. Un antico testo cristiano afferma che criterio di discernimento del vero dal falso profeta è che abbia “i modi del Signore” (Didaché 11,8). Avere i modi del Signore significa conoscere e far proprie le modalità con cui Gesù vive: l’acquisizione del discernimento è data dalla conoscenza e dall’assunzione dei modi del Signore grazie all’assiduità con il vangelo.

 

È la tua voce che mi tranquillizza. È il tuo modo di parlare, il tuo modo di chiamarmi, quel nomignolo che mi riservi. È che sei tu. E quando si tratta di te, io non lo so che mi succede. Per quanto cerchi di trattenermi, se si tratta di te io sono felice.

Carlos Ruiz Zafón

“Entrare” passando attraverso la “porta”, passare quella “soglia” che è la vita stessa di Gesù, significa condividere con Lui quel processo di umanizzazione che ci condurrà a diventare figli, cioè a realizzare la nostra somiglianza a Colui che è Fondamento della vita.

Locatelli

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