Giovanni 10, 11-18
In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Un figlio cambia la vita. I ritmi dei giorni e delle notti cambiano. Le nostre libertà e scelte cambiano. Il nostro metabolismo come il corpo della madre cambia. E tutto è in funzione del figlio: la sveglia come la veglia. Il latte viene per il figlio come lo stare in casa o l’uscire è dettato dal figlio. La bellezza di questo è data da un solo atteggiamento: la libertà di questa scelta che diventa espressione non di costrizione ma di amore. La libertà di questa scelta che non toglie fatica e pesantezza di cammino, non toglie le occhiaie per il sonno perduto, tutto acquista senso a partire da quella scelta libera.
Non è una professione propria del mercenario, ma è una chiamata ad essere quello che siamo. Ci accorgiamo se uno fa il medico o l’infermiere per professione, magari con professionalità, o con passione e amore. Lo sentiamo nell’aria, lo sentiamo dal tocco delle mani, lo sentiamo dal tono della voce. Così è per il pastore che vive tutta la propria vita e la propria corporalità in stretto legame col gregge. Il pastore dorme quando dorme il gregge e riposa quando il gregge riposa. Il pastore si sposta quando si sposta il gregge e si ferma quando il gregge si ferma a brucare. Il pastore prende i raggi della luna come quelli del sole, la pioggia o il bello, come lo prende il gregge. E tutto questo è fatto da Gesù nei confronti degli uomini non per professionalità, ma per libertà e bellezza. Il corpo di Gesù incarnato si muove al ritmo dell’umanità e vive a servizio dell’umanità. Questo accade non tanto perché Gesù ha un compito morale da Buon Pastore, quanto invece perché ha un compito libero e vitale di Bel Pastore.
Tutto il corpo e la persona di Gesù si muove e si dona fino alla morte per amore libero dell’umanità. Questo è un dato morale che può valere fino alla maturità morale adolescenziale o al massimo giovanile. Ma l’adulto no! L’adulto si muove, come Bel Pastore, perché scopre la bellezza di quello che fa. Magari il compito e il lavoro che ha non è un granché bello, ma vede la bellezza di quello che è e può essere. Non viviamo delle situazioni belle perché le cose vanno bene e sono buone, ma perché, proprio in quanto adulti, vediamo la bellezza di quello che siamo chiamati ad essere.
La bellezza dell’essere genitore come dell’essere pastore, non è data dal fatto che tutte le cose vanno bene, ma dal fatto che crediamo in quello che siamo nell’essere genitore e pastore. Genitore non è bello perché ci è dato un figlio buono o meno buono, bello o meno bello, sano o meno sano. La scelta di essere genitore è scelta libera che non dipende dai risultati ma che influisce sugli eventi a partire dalla bellezza della scelta. Scelta che rimane bella e libera anche se viviamo fatiche e difficoltà; anche se il gregge non va proprio bene come vorremmo; anche se per manifestare questa bellezza di amore libero dobbiamo scegliere di morire in croce per.
Tutt’altro atteggiamento rispetto a quello di un mercenario che non è interessato al figlio o al gregge, ma al proprio tornaconto. È tornaconto che presto finisce perché se il gregge viene lasciato in balia del lupo perché il mercenario è più attento alla propria vita che a quella del gregge, il gregge presto o tardi non esisterà più.
La scoperta ogni giorno della bellezza di quello a cui siamo chiamati è scoperta che alimenta la nostra scelta di essere per il gregge, per il figlio; e alimenta la libertà di questa stessa scelta. Non è la scelta morale che mi dona forza per vivere per il gregge, ma la bellezza della scelta che alimenta il mio perseguire il servizio scelto con tutto il mio corpo, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze, con tutta la mia mente. È il profumo della libertà che mi permette di porre nelle pecore il criterio della mia vita. È il profumo della libertà che è diventato Cristo e che diventa profumante tutta la nostra esistenza.
È il Pastore Bello che inebria la mia vita non come una patina di bellezza estetica, ma come atteggiamento salvifico che avvolge con le sue ali il mondo intero. E il bello è bello per sempre, perché il bello ha sapore di vero, proprio in opposizione con il mercenario che fa tutto per mestiere, quello che noi al giorno d’oggi confondiamo chiamando professionalità che il più delle volte sono delle regole, delle leggi, delle norme più o meno scientifiche a cui affidiamo la nostra vita e la nostra relazione: niente di più deprimente e di non bello.
Il bello è il segno dell’eterno nel tempo e alla bellezza di questo dono siamo chiamati, con Gesù Bel Pastore, ad offrire la nostra esistenza.
Barcollando nella speranza ho ripreso il cammino: un passante si è messo al passo con me. Egli mi diceva: Io sono il pastore delle greggi che non hanno pastore e che tremano nella pianura, io sono le braccia aperte sulla tua profonda pena, il balsamo essenziale che allevierà i tuoi dolori.
M. Delbrel
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