24 agosto 2019 Giovanni 1, 45-51

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Giovanni 1, 45-51

In quel tempo, Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret». Natanaele gli disse: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».

Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».

Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Iniziando a riflettere su questo brano mi viene spontaneo vedere come l’ascolto della Parola può essere cosa difficile e alle volte impossibile, se partiamo solo dal pezzetto che la liturgia ci propone. Questo brano fa parte del capitolo primo del vangelo di san Giovanni. Questo capitolo ha come centro la Parola che si incarna e che diventa vita nostra. Questa Parola trova voce grazie a Giovanni Battista che la testimonia e la fa esistere. I discepoli diventano poi tramite della Parola comunicando fra di loro, trasmettendola, dicendola. Così nasce la comunità cristiana che riceve la Parola, sperimenta la verità della Parola, vive la Parola, trasmette la Parola.

Mi veniva da pensare di cosa si riempie la nostra bocca, di cosa riempiamo i nostri rapporti grazie ai social. Mi pare che siamo più attenti a riempire la bocca di parole piuttosto che a dare voce alla Parola. Parole finalizzate a sfogare il nostro cuore inaridito, piuttosto che parole che siano incarnazione della Parola e dunque parole che nutrano il nostro cuore e quello del fratello.

La comunità cristiana esiste grazie a quella catena di testimoni che danno vita alla nostra storia. Non sono persone eccezionali: troppo facile pensarli così. Troppo facile perché è un modo elegante per scaricare ogni nostra responsabilità e ogni necessità di essere vivi e di essere vita. Il testimone è colui che vede la Parola, la ascolta, la fa propria semplicemente perché la mangia, la fa diventare vita semplicemente perché cammina e muove le mani, oltre che le labbra e la bocca, grazie a Lei. A ben guardare non è nulla di eccezionale, è la cosa più naturale se solo accettiamo di metterci in rapporto di vita con Lei. Non un rapporto abitudinario, non un rapporto sterile, ma un rapporto di affetto, un rapporto accarezzante, un rapporto dove il nostro sguardo è vivo ed è vita.

Se guardiamo questo testo vediamo che la vita gira intorno ad alcune parole che sono vitali e testimoniali.

La prima parola è dire, vale a dire parlare e ascoltare. La Parola viene detta e viene ascoltata. La Parola detta piena di quello che siamo. Le nostre parole sono troppo piene di rabbia e di risentimento, per questo comunicano male e provocano male. Abbiamo motivo per agire così? Senz’altro! Ma possiamo scegliere di agire in modo vitale e non per dare aria alla nostra bocca e semplicemente per sfogare le nostre frustrazioni.

La Parola detta apre il passo al vedere. C’è una notizia, lo abbiamo visto. Ecco l’Agnello di Dio; maestro dove abiti? Venite e vedete! La Parola non è mai cosa teorica o cosa vuota, è cosa che parte dalla Vita e alla vita ritorna donando vita.

Per questo dopo avere ascoltato e visto, si segue. Venite e vedete, e andarono con Lui, a casa sua. L’ascolto vero e accogliente, l’abbraccio benedicente della Parola, non ci lascia indifferenti. Non diventa comando, diventa incapacità a stare fermi e desiderio di metterci in cammino, di seguire, di andare.

A questo punto si incontra. Oggi Filippo incontra Natanaele e Natanaele incontra Gesù. Cadono le barriere e i pregiudizi e si incomincia a vedere ciò che fino ad allora non si vedeva. Sembrava cosa inesistente e invece c’è. Riconoscere che non è che non ci sia nulla, che non vi sia presenza, ma che siamo noi ad essere ciechi, è passo importante per accogliere la Parola e lasciare che diventi noi.

A quel punto si dimora, si va a casa sua, si lascia la porta aperta perché la Parola incarnata nel fratello possa entrare in casa nostra.

Siamo arrivati? No, adesso viene il bello. Tutto questo dinamismo e metterci in cammino, provoca in noi un desiderio a volte spento e dimenticato: è il dinamismo del cercare, è il dinamismo del desiderare che spesso si lega anche ad un pizzico di insoddisfazione che fa nascere una spinta ad andare e a guardare oltre.

La ricerca della nostra casa, del dove abitare, del dove abitiamo, del dove stiamo, diventa nostalgia di un cuore che ci parla di dimora, di sentirci a casa, di essere in un ambiente nostro, conosciuto, pieno di pietas, pieno di affetto. È un sentire un’aria conosciuta, un respirare qualcosa di bello, magari con nostalgia, ma è qualcosa che ci fa superare la nostalgia perché sentiamo che lì c’è vita.

Così diventa bello ritornare a camminare, perché vediamo il nostro cammino come un ritorno alla casa del Padre. Magari camminiamo coi vestiti un po’ stracciati e un po’ sporchi: non fa niente, fa parte del camminare impolverarci e sudare. Quando arriviamo alla casa del Padre, un bel bagno caldo di misericordia ci attende per rigenerarci, renderci nuovi, freschi e pimpanti.

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