Giovanni 1, 47-51

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».

Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

L’albero del fico è l’albero della conoscenza del bene e del male, ci parla dello studio della legge col suo dolce frutto. È un frutto dolce quello del fico ed è un frutto dolce quello dello studio della Legge. Il fico è l’albero della felicità e della sventura allo stesso tempo.

Conoscere, conoscere la Scrittura, conoscere la Legge, è dolce al palato ed è amaro nello stomaco.

Se vogliamo essere allegramente felici, un buon grado di incoscienza è necessaria. Meno conosciamo e meno sbagliamo, meno sbagliamo e meno ci facciamo dei problemi.

Più conosciamo e più l’orizzonte della nostra esistenza si allarga. Mentre l’orizzonte si allarga, vediamo e conosciamo più cose. Più cose conosciamo e più diventiamo liberi di scegliere e, allo stesso tempo, più responsabili di fronte alla vita.

Quando noi siamo liberi possiamo scegliere fra il bene e il male. Meno noi conosciamo e meno siamo liberi di scegliere tra il bene e il male. Per questo siamo meno capaci di sbagliare. Lo sbaglio non lo vediamo, non lo percepiamo. Ne consegue che viviamo felici in una sorta di oblio e di incoscienza. Tutti con un gran sorriso, certo, ma tutti meno liberi e meno uomini e donne.

Natanaele visto sotto il fico, l’albero del bene e del male, l’albero dolce e amaro come la libertà, l’albero della conoscenza della felicità e della sventura perché portatore di responsabilità verso il bene, è la persona che cerca.

Cerca il vero, cerca il bello, cerca il buono. È inquieto, per questo non si accontenta dei suoi compari del Sinedrio e delle loro certezze sulla Legge. Per questo va di notte da Gesù. Natanaele è pervaso da quella sana irrequietezza che ti mette continuamente una pulce nell’orecchio: c’è qualcosa di più, non accontentarti. Vi sono altri spazi e altri orizzonti da esplorare, vai oltre.

Accogliere questa chiamata, normalmente, fa crescere in noi una resistenza. Più vuole conoscere, più vuole amare, più vuole incontrare e più in lui, come in noi, le resistenze fanno barriera, le resistenze aumentano la loro potenza di fuoco.

Nel momento in cui ti lasci toccare dalla Parola e ti lasci ingolosire da lei, una serie di remore saltano fuori da dietro l’angolo per farti mettere in dubbio ogni cosa. Ma cosa ti agiti a fare, ci dicono. Ma perché vuoi correre dietro ad altre cose? Ma chi te lo fa fare? Ma stai un po’ quieto! Ma non vedi che sono tutte delle chimere! E chi più ne ha, più ne metta.

Di fronte al suo essere riconosciuto da Gesù Natanaele, l’uomo della continua ricerca, l’uomo che non si lascia abbagliare da facili conclusioni e da facili risposte che possano quietare il suo cuore, si lascia folgorare.

Mentre fa la sua professione di fede viene disilluso da Gesù stesso.

Natanaele hai studiato tanto e hai ricercato molto di più, ma non ti accorgi che con la tua professione di fede richiedi una adesione al Cristo, Colui che deve morire in croce?

Nella tua risposta c’è tutto il tuo desiderio di conoscere e, allo stesso tempo, tutta la tua incapacità di cogliere la verità della sapienza di Dio che travalica il tuo cuore e il tuo sapere.

Fai la tua professione di fede perché ti ho riconosciuto come uomo della ricerca del bene e del male, ma c’è qualcosa di più ed è la visione di Dio accanto al quale vedrete il Figlio dell’uomo e su di Lui vedrete gli angeli di Dio. Quegli angeli arcangeli di cui oggi festeggiamo Michele, Gabriele e Raffaele.

Credo possiamo chiedere oggi al Signore la grazia di potere vedere e conoscere e accogliere. Non facciamoci chiudere dalla paura alla conoscenza sempre più profonda, più libera e più vera del bene e del male. Non temiamo questa libertà che ci conduce per mano verso una responsabilità più grande che unica può aprirci le porte del bene e del male. Quelle porte dove morale non è più ciò che mi conviene, come ci hanno continuamente insegnato, ma ciò che è bene per tutti, ciò che è bene comune a partire da coloro che sono più piccoli e più poveri.

Questo chiediamo come grazia al nostro Dio.

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22 Febbraio 2026 Matteo 4, 1-11

Se noi avessimo la facoltà di non peccare

e di vincere tutte le tentazioni di peccato

con le sole forze della nostra volontà,

non avremmo motivo di chiedere a Dio

di non indurci in tentazione».

Sant’Agostino

Nel deserto le maschere non funzionano più, il ruolo sociale, i successi e i traguardi mondani e religiosi, non possono più aiutarci. Non si può più barare. Non resta che l’autosservazione, non resta che auscultare il proprio cuore e inabissarsi nello spazio tra un battito e l’altro nel grande Silenzio per essere ripartoriti.

E. Avveduto

21 Febbraio 2026 Luca 5, 27-32

Il tuo amore è sceso su di me come un dono divino, inatteso, improvviso, dopo tanta stanchezza e disperazione.

Fëdor Dostoevskij

Gesù cerca il peccatore che è in me.

Non per assolvere un lungo elenco di peccati,

ma per impadronirsi della mia debolezza profonda.

E lì incarnarsi.

Ermes Ronchi

20 Febbraio 2026 Matteo 9, 14-15

“Tornare all’ essenziale significa domandarci che cosa davvero ci fa vivere.

Significa avere il coraggio di lasciare andare ciò che ci distrae dall’ amore.

Significa riconoscere che non tutto ciò che brilla è luce e che non tutto ciò che riempie sazia il cuore.

Credo che a questo serva il digiuno, che questo tempo ci propone: a ricordarci cosa ci fa vivere davvero

e a verificare quante cose accumuliamo pur di stordirci, di anestetizzarci, di non sentire il vuoto che ci abita.

Digiunare non è mortificarsi, ma liberarsi. E per vivere tutto questo occorre intensificare la preghiera”.

Mimmo Battaglia

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