Giovanni 10, 11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Faremmo un torto alla Bibbia se accomodassimo affrettatamente l’immagine del pastore buono alla figura dei preti, dei consacrati.

C’è una rivendicazione da parte di Dio, da parte di Gesù su questa immagine del pastore, quasi la rivendicazione di un marchio che appartiene in pienezza solo a lui, quasi un invito a non usare il nome di Dio invano, cioè a sproposito, non usare il nome del pastore a sproposito.

“Io” -dice Gesù – “sono il buon pastore”, il pastore “bello” secondo il testo greco, la bellezza del pastore sta in me, dice Gesù. Attenzione dunque a non sostituirci.

Pietro è esplicito, notate la sua forza: “In nessun altro c’è salvezza. Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”.

La forza che ha fatto rialzare lo storpio guarito da lui e Giovanni viene da Lui, viene da quella Pietra che voi avete scartato, voi costruttori, voi sapientoni.

Gesù risorto non era più sulle nostre strade, come oggi non è più sulle nostre strade, eppure il pastore buono è lui, e c’è una forza, ancora oggi, che fa rialzare, e questa forza viene da lui.

Può venirci spontaneo radunare intorno a due parole le caratteristiche del pastore, due parole che sembrano in contraddizione, ma non lo sono: la fortezza e la tenerezza. La vita di Gesù, noi lo sappiamo, non è stata una passeggiata, ha affrontato il lupo, il lupo che rapisce e disperde le pecore; ha affrontato i mercenari, quelli che si presentano sì con il titolo di pastori, ma ai quali interessa solo il denaro. Gesù li ha affrontati per difendere le pecore e ha accettato per difenderle anche con  la morte. L’annuncio, più o meno accolto da noi, è che Cristo è morto e risorto attraverso l’immagine del pastore. Immagine che nel vangelo è visione dell’evento pasquale, culmine della storia di salvezza.

Gesù, che durante la sua vita è stato il pastore del piccolo gregge che è il gruppo dei suoi discepoli, ha esposto la sua vita per amore dei suoi fino a morire per amore dei suoi. La sua morte sfocia nella risurrezione che prolunga ed estende il suo ministero di pastore a livello universale.

Per due volte Gesù ripete: “Io sono il buon pastore”. L’aggettivo kalòs, “bello”, significa che Gesù è veramente degno del titolo di pastore, perchè adempie pienamente il suo servizio.

Proclamandosi “buon/bello pastore” Gesù afferma di assumere completamente su di sé la responsabilità e il peso del gregge di Dio: promette la sua presenza accanto ai suoi indicando la sua morte di croce. Gesù dunque è veramente il Pastore perché giunge alla morte di croce per gli uomini.

L’azione di salvezza del buon Pastore è posta in rilievo dall’azione, con esito nefasto per le pecore, del salariato, del mercenario. Non essendo pastore, a lui non sta a cuore delle pecore stesse e, all’avvicinarsi di una minaccia per il gregge, lui non espone se stesso al rischio della vita, ma fugge e abbandona le pecore al loro destino.

Se il salariato “abbandona” le pecore, Gesù invece, all’approssimarsi dell’ora cruciale della Passione, promette ai suoi che non li abbandonerà, che non li lascerà orfani. Se il salariato non impedisce che le pecore siano “rapite”, il Pastore Gesù assicura che nessuno potrà “rapire” i suoi dalla sua mano.

 Se anche il gruppo dei discepoli sarà disperso nel momento critico dell’arresto e della passione di Gesù, il Risorto, come pastore in cerca delle sue pecore disperse, raggiungerà e ridarà unità ai discepoli e continuerà a guidarli camminando davanti a loro. Il salariato non si sente legato alle pecore, Gesù invece sente come “suoi” i discepoli e per loro è disposto a deporre la vita.

Uno degli effetti della morte di Cristo è il raduno dei figli di Dio dispersi, la creazione di un unico gregge formato da persone provenienti da tutti i popoli: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me”.

Croce e resurrezione sono il segno supremo dell’amore di Dio per gli uomini. Il compimento del piano di salvezza divino è l’adempimento del comandamento ricevuto dal Padre: un adempimento avvenuto in piena libertà, come sottolinea l’affermazione che Gesù ha il potere di deporre la vita e il potere di riprenderla. Questo “potere” dice la sovrana libertà di Gesù e Gesù lo manifesta all’interno di un’assoluta obbedienza nei confronti del Padre: l’obbedienza libera perché nasce dall’amore ed è motivata dall’amore. La sua obbedienza amorosa nei confronti del Padre diviene donazione libera e amorosa della vita per gli uomini.

Quando Gesù pastore vide venire il lupo non abbandonò il gregge, non fuggì, lo difese fino a morire: questa non è fortezza! E insieme è tenerezza del pastore che conosce ed è conosciuto.

Gesù consolava e fasciava le ferite della vita e alleggeriva i pesi quando gli altri aggiungevano peso a peso, e rallentava il passo perché nessuno del gregge rimanesse indietro, neppure i più deboli.

Fortezza e tenerezza, le due qualità che ancora oggi Gesù usa con noi; perché fortezza e tenerezza fanno il pastore. Dobbiamo ricordarlo, anzi dobbiamo ricordarlo ai consacrati, che fortezza e tenerezza fanno il vero pastore. Ma forse dobbiamo ricordarlo ad ogni autorità: nell’antichità il pastore era il re. Se manca fortezza, se manca tenerezza, c’è usurpamento del titolo di pastore.

La fortezza: la fortezza nello smascherare i mercenari, la fortezza nell’intravedere anche da lontano le aggressioni al patrimonio di valori dell’umanità; la fortezza nello strappare alle fauci del lupo le pecore; fauci nere, buco nero che oggi si chiama anche angoscia esistenziale, depressione, disfattismo, buco nero che ti risucchia e non ti lascia più vivere.

Fortezza e insieme tenerezza. Ce n’è sempre più bisogno in un mondo abbastanza spietato come il nostro.

Dio non fa preferenza di persone. E l’amore non può essere rinchiuso in un recinto. Dinanzi a Dio non ci sono migliori o peggiori, preferiti o reietti. Nessun ‘popolo eletto’ dunque, con buona pace degli israeliti di ieri e gli israeliani di oggi. Gesù è venuto a liberare l’umano da tutti i recinti e da tutte le coercizioni, da tutte le leggi e tutte le proibizioni. Perché Dio è l’Amore che apre a ‘pascoli sconfinati’ l’intera umanità, al di là dei recinti di religione, di credo o di appartenenza.

Scquizzato

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“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.

da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger

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