Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Nella nostra vita non è tanto importante ritrovarci a ripetere verità già ascoltate, anche quello, ma soprattutto è importante ritrovarci a riflettere sull’atteggiamento con cui noi ci accostiamo ad una persona.
Quando il mio atteggiamento interiore è un atteggiamento di sfiducia, tutto quello che l’altro può dire non potrà mai andare a buon fine. Ci possiamo ritrovare ad avere una sfiducia profonda in una persona di cui non facciamo nome. Questo tale è uno che ha sempre fatto i suoi interessi contro gli interessi degli altri ed ora pretende di essere riconosciuto come colui che gratuitamente fa gli interessi degli altri. Non riusciamo a credergli: siamo portati a sospettare di ogni cosa che dice e fa e ritenere ognuna di queste cose come negative.
In noi c’è una impossibilità fisica all’ascolto, è quella creata dalla incredulità. Questo significa, parlando della Parola, che noi ci poniamo dinanzi alla Parola come giudici ingiudicabili. La Parola come luce che illumina ogni uomo mette in evidenza le parti chiare e quelle oscure della nostra vita, quelle buone e quelle meno buone: solo in questa direzione giudica. Ma se il nostro atteggiamento, come quello dei farisei, anziché essere un atteggiamento di apertura e di ascolto è un atteggiamento di incredulità, noi ci mettiamo nei confronti della Parola con un atteggiamento difensivo anziché amorevole. Non ascoltiamo la voce di colui che ci parla, del Bel Pastore, semplicemente perché ci sembra più importante criticarlo. Questo non può portare ad alcuna comprensione e vera conversione.
Questo atteggiamento ci porta ad ascoltare la Parola ma perdendola poi subito nei meandri della vita, nella preoccupazione del quotidiano, nella dimenticanza della nostra distrazione.
L’ascolto vero e libero della Parola ci porta ad instaurare un rapporto di conoscenza e amore con il Cristo, tra noi pecore e il Pastore.
Il Figlio e il Padre sono una cosa sola: questa è la chiamata ad ognuno di noi ad essere una cosa sola con il Cristo.
Non è automatico che, la Parola uscita dal Padre, automaticamente possa venire accolta. La Parola esce dal Padre per un dinamismo di amore portando con sé traccia della sua origine, camminando però in mezzo a noi in povertà. Quella povertà che rifugge ogni appariscenza e ogni visibilità. Questa Parola povera cammina in mezzo a noi in povertà, con quella povertà tipica del Pastore: si fa conoscere solo dal povero che è capace di ascoltarlo.
L’essere persona è da sempre ascolto delle parole e dei silenzi di Dio. Vivere è ascoltare l’unica voce nota che emerge dalle mille voci e fa vibrare il mio nome. Voce che ancora non conoscevo: lei mi risveglia a me stesso.
Gesù è la Parola significativa pronunciata dal Padre, una Parola appunto silenziosa che non si impone se non con il suo amore. Il credere a questa Parola è dono da chiedere, da perseguire, da ricercare. È un dono del quale siamo chiamati a ringraziare gioendo in piena e fiduciosa sicurezza.
Credere è il segno di coloro che hanno creduto alla Parola udita, di coloro che hanno accettato il rischio di affidarsi all’incarnazione del Verbo, aggrappandosi unicamente allo scandalo del Cristo crocifisso e risorto, miracolo contro ogni miracolo, saggezza di Dio che annienta ogni saggezza umana.
Questo rapporto con il Cristo diventa dono di vita eterna e diventa certezza che nessuno potrà mai rapirci dalle mani del Risorto. Non ci sono né dubbi né incertezze che tengano: se ascoltiamo e accogliamo e amiamo e ci lasciamo amare, questi dubbi e incertezze ci porteranno sempre e comunque a quel rapporto privilegiato che ci fa riconoscere l’unica Parola degna di fede: quella del Cristo Risorto.
Col Cantico dei Cantici (8, 6-7) preghiamo:
“Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
Né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
In cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio”.
La mia vita dentro uno sguardo – l’essere conosciuti – e un gesto d’amore – tenuti stretti dalle sue mani.La vita piena è sapere di avere un posto nelle mani di Dio. Niente e nessuno può rapirci dalle sue mani.
Antonio Savone
Quello che oggi ti chiedo, Signore, è, in fondo, la capacità di riconoscere in ogni cosa il movimento delle tue mani. Che io mi meravigli di come la vita ti rispecchia. Che sappia leggerla e abbracciarla in profondità, come una parola che mi viene da te.
Tolentino Mendonça
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