Giovanni 10, 27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Il brano del vangelo ascoltato questa sera è molto breve ma non per questo meno intenso di significato per noi.

Questi pochi versetti del capitolo 10 di Giovanni, ci parlano del legame che c’è tra il Signore e ciascuno di noi. Per farlo, Gesù utilizza un’immagine tenera, un’immagine bella: quella del Pastore che sta con le pecore.

Nei versetti precedenti i Giudei interrogano Gesù perché vogliono sapere se è davvero Lui il Messia e Gesù risponde loro che è tutta una questione di fede, dice Gesù voi non credete perché non ascoltate la mia voce, le mie pecore invece la ascoltano.

E la fede nasce da questo ascolto!

Le mie pecore ascoltano la mia voce.

Le pecore ascoltano la voce del pastore e lo seguono.

Non comandi da eseguire, ma voce amica da ospitare per camminare. L’ascolto è l’ospitalità della vita, ascoltare significa disponibilità, significa docilità, significa tempo dedicato al dialogo. Oggi siamo travolti dalle parole e dalla fretta di dover sempre dire e fare qualcosa, anzi quante volte due persone stanno parlando e una non aspetta che l’altra finisca il pensiero, la taglia a metà cammino, risponde!

Quanta fatica si fa ad ascoltarsi! Ascoltarsi fino alla fine, ascoltarsi in famiglia, ascoltare i bambini, ascoltare chi ci è accanto, ascoltare gli anziani soli, ammalati, stanchi. Ascoltare il grido muto di donne e bambini che vivono nelle zone martoriate dalla guerra.

Ascoltare la nostra terra che continuamente manda segnali di sofferenza.

Amare vuol dire ascoltare in silenzio, sentire è facile perché esercizio dell’udito, ma ascoltare è un’arte e allora dovremmo imparare ad ascoltare con gli occhi, con il tatto, con il cuore, con tutto il nostro corpo. Se sapremo fare questo, ascolteremo Dio e l’altro, ascolteremo il profondo del nostro cuore, ascolteremo quel silenzio che ci abita e che non è vuoto, ma presenza. Presenza della Voce di Dio che ci parla continuamente e che noi continuamente soffochiamo in tante parole spesso vuote, costruite, arroganti giudicanti, escludenti.

Occorre riscoprire L’ASCOLTO per riuscire a sentire quanto, ciò che odo, provoca in me e attorno a me.

Per farlo, dobbiamo “aprire l’orecchio del cuore”, diceva san Benedetto. La voce di chi ti vuole bene giunge ai sensi del cuore prima del contenuto delle parole, pensiamo ai bambini piccoli che, prima di conoscere il senso delle parole, riconoscono la voce della madre e smettono di piangere.

La voce dice relazione, intimità, prima ancora che parole.

Maria di Magdala riconosce il Maestro, al mattino di Pasqua, dalla sua voce, da quel modo “tutto suo” di pronunciare il suo nome.

E noi, perchè mai dovremmo ascoltare la sua Voce?

Forse perché la sua rimane l’unica Voce capace di donarci vita, e vita in abbondanza?

Io le conosco, dice Gesù!

Nella bibbia il verbo conoscere è qualcosa di molto impegnativo, conoscere è fare un’esperienza, incontrare, sentire, percepire.

Conoscere è incontrare l’altro!

Gesù conosce ciascuno di noi, non siamo anonimi per lui, il nostro nome gli è noto! Per Lui non siamo una “massa”, non siamo una “folla”. Siamo persone uniche, ognuna con la propria storia, ognuna con il proprio valore. Solo Lui sa cosa c’è nel nostro cuore, le nostre intenzioni, i nostri sentimenti più intimi. Gesù conosce le nostre forze e le nostre debolezze: conosciuti da Gesù, capiti!

Che bello quando qualcuno ci capisce, quando sa prenderci nel modo giusto in una giornata faticosa, quando riesce a capire cosa abbiamo nel cuore anche senza parlare.

Bello quando qualcuno ci ascolta mentre parliamo e parla ascoltandoci!!!

Noi spesso diciamo di conoscere qualcuno perché sappiamo dove abita e cosa fa nella vita: ma non è così! Ti conosco se ti sento, se avverto ciò che sei dentro, ciò che provi, ciò che vibra in te. Ti conosco quando dal tono della voce capisco come stai!

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano!

Per ben due volte in questa breve pagina evangelica Gesù ripete che non possiamo essere sottratti alla sua mano, se lì noi vogliamo stare.

È un’immagine fortissima di protezione, di salvezza: ogni uomo è nelle mani di Dio.

Mani di pastore forte contro i lupi, mani tenere impigliate nel folto della nostra vita, mani che proteggono il nostro lucignolo fumigante, mani sugli occhi del cieco, mani che sollevano la donna adultera da terra, mani sui piedi dei discepoli, mani inchiodate e poi ancora offerte: Tommaso, metti il dito nel foro del chiodo!

Mani che ci sostengono ogni volta che viviamo la fatica, la pesantezza, la sfiducia.

Mani forti pronte ad accoglierci anche quando torniamo dopo esserci allontanati. Mani tenere come quelle di una madre che accarezzano e confortano sempre senza mai stancarsi.

Spesso lo diciamo.” Siamo nelle mani di Dio”! Ma ci crediamo davvero? Davvero affidiamo la nostra vita alle Sue mani?

Anche noi abbiamo le nostre schiavitù: una relazione che non funziona, un lato del nostro carattere che rischia di essere troppo ingombrante nella relazione di coppia come sul posto di lavoro, un passo che non riusciamo a compiere. Quella mano può salvarci da tutto questo, può ridarci quella libertà che ci permette di essere uomini e donne autentici, felici e liberi.

Il nostro nome sta su quella mano come un tatuaggio indelebile, come un ricordo eterno. Siamo radicati in Lui e custoditi dalla sua potente tenerezza.

Ci sono tante voci attorno noi e possiamo perdere di vista l’unico vero Pastore, perché non ne sentiamo la Voce: ma Lui continua a chiamarci per nome. Allora mi vien da chiedere al Signore di tenermi, di tenerci lì, in quella mano ferita dai chiodi sulla croce, per amore nostro. Il segno dei chiodi resta, e ci ricorda questo amore. Lì al sicuro possiamo sempre ascoltare la voce del Pastore bello che ci guida ai pascoli della gioia dove non avremo nulla da temere.

Io e il Padre mio siamo una cosa sola

La conclusione di questa pagina è una vera manifestazione del volto di Dio: Gesù e il Padre sono una cosa sola, senza divisione alcuna, anche il Padre è Pastore e ha cura di ogni suo figlio.

Il Signore ci invita ad essere ascoltatori di Gesù e della Sua Parola per essere anche noi una cosa sola con lui.

Solo allora non avremo più bisogno di essere rassicurati e di trovare certezze alla maniera dei Giudei, perchè ciò che conta lo avremo non come spiegazione, ma come relazione su cui fondare tutta la nostra vita.

Graziella

“Ascoltare” non va inteso in modo superficiale, ma coinvolgente, al punto da rendere possibile una vera conoscenza reciproca, dalla quale può venire una sequela generosa. Si tratta di un ascolto non solo dell’orecchio, ma un ascolto del cuore!».

Papa Francesco

 

Vorrei avere orecchie attente e un cuore in grado di captare le onde della Sua voce, vorrei essere capace di riconoscere il Suo richiamo gentile, di sentir pronunciare il mio nome e avvertire un brivido lancinante di gioia, di fiducia, di abbandono. Respiro sollevato, mi sento finalmente al sicuro, accucciato nelle Sue mani che profumano di eterno.

Luigi Verdi

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