Giovanni 12, 24-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
Gesù è il figlio unigenito non il figlio unico. Lui è il primo tra molti fratelli non è senza fratelli. Se fosse figlio unico non sarebbe figlio del Padre che ama tutti e che dona la vita a tutti i suoi figli, i fratelli appunto.
Gesù Figlio di Dio non può che essere il Figlio Unigenito, primo tra molti fratelli. Fraternità realizzata e concretizzata grazie al dono di sé. La primogenitura non è qualcosa da conservare quanto invece qualcosa da donare e da condividere. Le conserve nella fraternità non funzionano e creano solo diseguaglianze e ingiustizie.
Il nostro è un mondo ingiusto che sempre rimarrà tale perché il male lo abita. Ma ciò non significa che noi non possiamo vivere per la giustizia non tanto per un dovere morale, quanto invece perché è l’unico modo umano per vivere. L’ingiustizia è disumana come disumana è la mania conservativa nei confronti della vita. Anche la natura si ribella nei confronti del nostro volere conservare e garantire una lunga vita, una vita a discapito di altre vite. Se la vita la doniamo generiamo vita. Se la vita la vogliamo conservare generiamo vecchiume e Alzheimer.
Gesù, Figlio Unigenito del Padre, è primo tra molti fratelli e per questo non può non donare vita, non donare la vita. La sua stessa nascita è un dono come è un dono la nascita di ogni essere umano che viene al mondo. Ed è dono anche se fin dall’inizio è più quello che riceve di quello che dona. Ma fin dall’inizio dona, dona sorriso, dona gioia, dona stupore. Questa dinamica di dono che genera vita, è la vita umana che il Signore è venuto a donarci e a condividere.
Siamo semi e nel momento in cui doniamo la vita non rimaniamo soli ma portiamo frutto. La chiesa che è a servizio del mondo, non è chiamata a fare numeri e ad avere molta gente in chiesa: questo è utilizzo della gente per dire che siamo tanti e che siamo forti. No la chiesa è chiamata a morire per il mondo non a salvaguardare se stessa e i propri interessi nei confronti del mondo.
La chiesa è viva quando serve e serve quando muore. Allora non rimane sola ma porta molto frutto. Il problema della chiesa non è essere pochi ma essere seme. Ne basta uno che muore per portare frutto. Non servono mille che non muoiono per portare frutto. Non abbiamo bisogno di tanti preti e religiosi, ne abbiamo bisogno di uno che accetti di morire per portare frutto. Chi muore non rimane solo, chi si vuole conservare e garantire rimane solo.
La forza vitale del seme, e quindi del Figlio Unigenito, e quindi di ogni discepolo, sta nella disponibilità a morire a servizio del mondo. È una necessità profondamente umana e profondamente divina.
L’egoismo è sterile: il seme che vuole conservarsi resterebbe solo e perderebbe la sua qualità di seme non comunicando vita. L’Unigenito che rimane figlio unico perderebbe la sua qualità di unigenito tra molti fratelli, non sarebbe più unigenito ma figlio unico. Il discepolo che vuole conservare la propria fede, le proprie tradizioni, le proprie chiese, la propria identità cristiana, non serve a nulla perché anziché donare vita cade nella grande tentazione maligna e demoniaca del volere conservare.
Una vita che non si dona, non c’è via di scampo, è morta.
Un chicco che muore è fecondo: dando la vita diventa principio di vita, principio di vita per tutti come è il Padre.
Più ci attacchiamo alla nostra vita e più siamo obbligati a ripiegarci su di noi. Se scegliamo di perdere la vita, cioè di donarla, noi facciamo nascere vita nuova, relazioni nuove, comunichiamo amore.
Chi vuol trattenere il respiro, lo spirito, il Santo Spirito, muore soffocato. Si vive perché non si trattiene il respiro ma perché l’aria è aspirata ed espirata, perché la vita è ricevuta e donata.
“Se tu vai in chiesa devi vivere come un figlio di Dio (…). Meglio vivere come atei che andare in chiesa e odiare gli altri. Bisogna pregare Dio come figli, non come un pappagallo che parla, parla, parla”. (Papa Francesco).
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