Giovanni 14, 1-6
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».
Il vangelo di quest’oggi è tratto dal discorso che Gesù fa ai suoi discepoli nell’ultima cena. Ha appena annunziato il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro: non deve essere stato un bel clima. Ha annunciato che ancora per poco sarà con i suoi discepoli e che tutto quanto sta accadendo è per la sua glorificazione.
Partire è un po’ morire. Ognuno di noi ha delle partenze nella sua vita. Un figlio che lascia la casa e si sposa, un familiare che va lontano per lavoro, uno che emigra, un amico che deve lasciare la compagnia, un religioso che cambia di comunità, il marito o la moglie che muoiono, un cambio di posto lavoro. In questa situazione si inserisce il vangelo di quest’oggi che inizia con il “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.
Non sia turbato il vostro cuore, perché seppure è vero che la situazione che stiamo vivendo non è delle più rosee e più felici, è anche vero che questa situazione ha un senso che noi comprendiamo fino ad un certo punto. La perdita di una persona o una partenza, noi riusciamo a comprenderla un po’, finché ci ragioniamo sopra, ma appena smettiamo di ragionare e lasciamo spazio al cuore non la comprendiamo più, o meglio non la accettiamo più. Ha un bel dire Gesù non sia turbato il vostro cuore: il nostro cuore è turbato, la situazione ci pesa. E come potrebbe non pesarci una morte? Sappiamo che la perdita di una persona, una ripartenza, porta in sé dei germi di bene, se vogliamo, che nemmeno ci immagineremmo, ma è pur sempre una perdita e una morte. Siamo chiamati a fare lutto e il lutto non si fa ridendo. Gesù Cristo è morto in Croce accettando quanto lo aspettava, ma non è andato alla croce saltellando e non soffrendo. C’è una bella differenza tra il dire che una situazione ci pesa e affrontarla, e far finta di niente e dire che la cosa è senza significato. È la differenza che passa tra il ricevere un pugno nello stomaco, sentire il male e dire che non è successo niente.
Tutti noi siamo chiamati ad elaborare i nostri lutti. Lutti che hanno in sé tristezza per una perdita, lutti che ci possono portare a riflettere su quanto c’è e c’è stato in una relazione. Delle cose e delle persone noi normalmente ci accorgiamo quando ci vengono a mancare: quel punto ci ribelliamo. È giusto ribellarci ad una perdita ma è anche giusto riconoscere che una perdita è ormai avvenuta e cominciare a fare lutto, alimentando il ricordo. Riflettere su quello che è stato, su quanto quella persona ci ha lasciato, sulle tracce di bene seminate nel nostro cuore in una relazione fedele.
Questo, credo e sento, è il senso del “Non sia turbato il vostro cuore”. Se una relazione è vera ha già preparato una casa dove abitare. L’io vado a prepararvi un posto detto da Gesù si riferisce senz’altro all’attesa escatologica. Ma questo posto con lui e con persone significative è già stato preparato nel nostro cuore. Nel momento in cui una persona è dentro di noi, abita con noi: il nostro cuore è fedele e durevole.
Forse non sappiamo dove questa persona è andata a finire, quasi sicuramente il suo ricordo si abbasserà di tono mano a mano che il tempo passa e la ripartenza si allontana, ma le tracce nella nostra memoria affettiva rimarranno indelebili. È un sigillo sul nostro cuore che dice la fortezza dell’amore ed è una passione tenace. Le grandi acque del nostro quotidiano non possono spegnere quell’amore e neppure i fiumi della dimenticanza. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.
Due innamorati quando debbono allontanarsi si fissano un appuntamento: guardiamo insieme la luna e ci sentiremo vicini. L’appuntamento con i nostri cari è Cristo via, verità e vita. È lui la strada, è lui la verità, è vita.
Avere l’appuntamento in lui significa avere l’appuntamento con un amico che ha dato la sua vita per noi, c’è nulla di più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Lui è la via per andare al Padre ed andare al Padre significa essere fratelli. Rimaniamo uniti nell’Amore dello Spirito che il Signore Gesù ci ha promesso con la sua partenza che è divenuta necessaria perché questo dono si potesse realizzare.
Il dono dello Spirito è il dono della maturità cristiana: se Cristo non se ne fosse andato pur rimanendo con noi fino alla fine dei tempi, la chiesa non avrebbe potuto fare il passo di maturità a cui era ed è chiamata. Le partenze e le ripartenze sono utili alla nostra maturità nella fede: per questo è importante fare lutto e farlo bene. Perché il riconoscere le tracce di bene che rimangono nel cuore della nostra memoria affettiva, possano portare frutto, come per un figlio il ricordo di quello che un padre ha fatto e ha lasciato dentro di lui anche con battaglie, diventi seme che germoglia e ricordo che vive in tutto quello che facciamo. Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
La vita ci chiama continuamente a staccarci, a salutare, a dire addio o a voltare pagina. Ma in ognuno di questi passaggi non siamo mai soli, anche se la tentazione cercherà sempre di persuaderci che siamo soli, smarriti e orfani.
Piccolo
Se io accetto di entrare in relazione con Gesù, di fare mia la sua strada, io divento uno in cui il Padre e il Figlio mettono la sua dimora, a cui trasmettono la loro stessa vita. Non devo più andare a cercare questo Dio chissà dove, ma io stesso divento sua dimora.
Savone
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“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
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