Giovanni 14, 15-16.23b-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Gesù è morto. Nella vita dei discepoli c’è un grande vuoto: la morte lascia sempre un vuoto se ci interessa la vita dell’altro e ancor più se l’altro è importante per noi. Questo è un dato di fatto da cui noi continuamente rifuggiamo. Ci richiudiamo in luoghi chiusi che sentiamo e crediamo sicuri. Cerchiamo di riempire questo vuoto magari con la disperazione. La nostra vita sembra non abbia più senso. Ci manca qualcosa o qualcuno e spesso preferiamo la disperazione al vuoto. Di qualcosa o di qualcuno abbiamo bisogno, di qualcosa o di qualcuno andiamo alla ricerca.

Neanche la risurrezione di Gesù sembra riempire questo vuoto. Forse la disperazione più grande nasce dalla paura di questo vuoto da cui rifuggiamo. Tutto sembra perdere di senso: il nostro pensare come il nostro amare, il nostro sentire come il nostro fare, il nostro corpo come il nostro spirito.

Ciò che ci riempiva non c’è più. Il nostro operare come la nostra azienda, il nostro lavoro come il nostro far niente. Di conseguenza ci chiudiamo in ambiti sempre più ristretti e andiamo a cercare qualcosa che ci riempia. Anche Dio diventa strumento di riempimento, non riusciamo a viverlo come vuoto. Dio è morto con tutte le certezze che avevamo. Dio è morto e tutto ciò in cui credevamo non c’è più, non ha più senso, non dona più vita. Andiamo alla ricerca dell’inutile, di qualcosa che non potrà mai riempirci.

 Il vuoto, che è cosa della vita, non lo viviamo come opportunità, come dono, come spazio vitale da incontrare, da amare. Spazio in cui incontrarci e incontrare. Incontro senza certezze più o meno vere, incontro libero, incontro di amore dove ciò che è importante non è che l’altro/Altro ci ami, ma che l’altro sia spazio, sia opportunità sia vita. Così il vuoto diventa ascolto prima che parola, sia silenzio anziché ricerca di rumore assordante. Il vuoto accolto ci permette di vivere la nostra esistenza come opportunità, non come mancanza disperante.

La nostra società è in continua fuga da questo vuoto e in continua ricerca di un riempimento inutile, dannoso, disumanizzante. Anche gli impegni ecclesiali possono essere disperanti. Le gioie e i dolori non riusciamo più a gustarli per quello che sono. Le cose non ci bastano mai.

Il vuoto parla ma noi lo mettiamo a tacere in una inutile rincorsa a riempirlo di idoli. La vita cristiana è in crisi, ci diciamo, e tentiamo di riempire questo vuoto con programmi e riforme che possano negare il vento leggero della voce di Dio che ci parla nel vuoto. Vuoto magari faticoso ma senza alcun dubbio vuoto sensato. Ne consegue che al vuoto sensato, alla sapienza di Dio, alla relazione con la morte, preferiamo la disumanizzazione del nostro mondo.

Ma dove vanno tutti questi viventi che continuano a camminare, dove stanno andando? Non accorgendoci del continuo correre nostro dietro all’inutilità non di un fare per essere bene ma di un fare per rifuggire al bene, per far tacere la nostra disperante e continua ricerca della negazione dell’universo, della distruzione dello stesso.  Dio è morto, il mondo è vuoto: accogliere il vuoto è accettare di danzare la vita senza cose e senza idoli.

Abbiamo bisogno di un atto di coraggio per vivere il vuoto. Vivere il vuoto significa lasciare che il vuoto parli, che noi ci manifestiamo nel vuoto, che possiamo ascoltare il vuoto dell’altro, che il vuoto possa parlare perché qualcuno lo ascolta.

Se il vuoto è un dato di fatto non ha senso negarlo, ha senso viverlo. Il vuoto vissuto è vela che si gonfia grazie allo Spirito rimanendo vuota di cose, cose che non permetterebbero alla stessa di gonfiarsi per farci riprendere il largo pur con i nostri timori ma senza essere schiavi e dipendenti dai timori stessi. Non ci interessano le nostre conquiste, le nostre riforme, ci interessa camminare e navigare pieni del vuoto dello Spirito, quel vuoto che è inutile amore a raggiungere chissà che cosa. Il vento di amore dello Spirito è vita vibrante non è altro. Sembra cosa campata in aria, ma è vita. Il tutto sarà semplicemente abitato dalla tenerezza.

Così ci lasceremo inabitare da altro che non tocchiamo, che non vediamo, che non sembra concreto ma che c’è ed è vitale. Il dono dello Spirito non è nulla e non riempie nulla. Il dono dello Spirito Consolatore non è semplice carezza ma è coraggio di vivere quanto ci è dato di vivere. È canto al nostro eterno bisogno di amore non come ricerca di qualcuno che ci ami anche se diciamo di amare, ma come relazione e incontro fra due realtà belle, fra due realtà buone. Così il bene rinasce in noi non perché occupa spazi ma perché ci fa vivere quanto siamo.

Non più paura del vuoto che ci è straniero, ma bellezza del vuoto amato e ascoltato come dono continuo e quotidiano. Così il calore di un corpo sarà implorazione e preghiera, non sfruttamento. Così il Vuoto non sparirà ma diverrà fame di amore, luogo di preghiera e di contemplazione, via di incontro, non possesso dell’altro ma dono all’altro. Così liberi dai pregiudizi con cui ci avviciniamo agli altri, noi vivremo la vita nell’incontro fra due realtà eteree ma allo stesso contempo concrete.

Il Vuoto dello Spirito consolatore diventerà per noi memoria, messa sul mondo della vita e diverrà memoria, ci ricorderà che siamo fatti di Infinito che abita i nostri sepolcri vuoti semplicemente attendendoci con uno sguardo di tenerezza e di amore. Non facendo altro e non riempiendo nulla.

«È falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore. ».

Bonhoeffer

Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare,

l’esondazione di un amore cercatore

che preme, dilaga, si apre la strada

verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita.

Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio.

Ermes Ronchi

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Dehoniani

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Ermes Ronchi

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