14 Maggio 2023 Giovanni 14, 15-21

Giovanni Nicoli | 13 Maggio 2023
Giovanni 14, 15-21
 
 
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Leggendo queste parole: che cosa c’è da spiegare? Nulla. Sono così evidenti!

“Se uno mi ama, osserva la mia Parola; chi osserva la mia Parola mi ama e, se mi ama, io sono in lui e lui è in me”. Basta: è così chiaro!

Ma lui mi vede: perché? Perché chi ama vede. Quindi non c’è nulla da spiegare. Sarebbe bello che uno leggesse queste parole e stesse su di esse, qualche ora, qualche giorno a leggerle.

Cosa significa spiegare le parole. Sembra quasi che quando le spieghiamo siamo condannati a profanarle. Sono parole di quasi immediata evidenza, parole delle quali uno capisce quel tanto, secondo l’esperienza che ha di queste parole.

Cosa possiamo farne dell’invito ad amare che ritorna ben 10 volte? Possiamo cogliere che osservare la Parola significa amare ascoltando l’altro. Un amore che chiede la capacità di dimorare presso, con, nell’altro!

Se noi dimoriamo siamo chiamati a vedere, vale a dire a conoscere in pienezza. È un conoscere che fa vivere manifestando, senza timore, la verità della persona.

E c’è lo Spirito che ti ricorda tutto ciò che è stato detto, facendotelo rivivere. Veniamo di nuovo partoriti, ogni giorno, ai sentimenti di pace e di gioia. Non la pace che dà il mondo, naturalmente, ma una pace che nessuno può rapire.

Siamo invitati a cogliere che il Consolatore, lo Spirito di verità, è con noi per sempre. Ma cosa è questo Spirito? Lo Spirito è il respiro, è la vita, è la verità! Una domanda può sorgere: cosa è la verità che si presenta a noi come “Io Sono la Verità”?

Lo Spirito è lo Spirito vero, la Vita vera. Vita vera che è vita di Dio. È bello cogliere che la vita di Dio è l’Amore tra Padre e Figlio. Ma perché il Consolatore è la vita vera di Dio? Perché l’amore tra Dio è sempre con noi. Questo significa che è il principio di ogni nostra azione, come l’amore del padre e della madre sono all’origine di ogni gesto di amore del figlio.

Vivere nell’egoismo e nella paura è vivere una incapacità ad accogliere il Donato, perché non si conosce l’amore. Non possiamo accogliere lo Spirito perché non conosciuto. Abbiamo così paura del Signore della vita e dell’amore che preferiamo passare la nostra vita ad appenderlo alla Croce, a rifiutarlo, ad incensarlo pur di non dovere amarlo e, soprattutto, di lasciarci amare.

Gesù non ha fatto altro che mostrare l’amore di Dio Padre verso i figli, quell’amore che è quello che Lui ha verso i fratelli, quell’amore femminile che è lo Spirito Santo. Quell’amore che è fecondo e fecondante, quell’amore che è richiamato continuamente dentro di noi. Quell’amore visto e contemplato sulla Croce come richiamo ad amare “come io ho amato”.

La promessa dello Spirito del Signore ai discepoli, è cosa chiara: “Il Padre vi darà un altro Paraclito”, lo Spirito santo che aiuta e sostiene.

Lo Spirito è promessa come promessa di Gesù che dice: “Io pregherò il Padre”, “Non vi lascerò orfani”, “Verrò da voi”. Gesù mette in scena il linguaggio della promessa. Ora, che cos’è promettere? Promettere è dare forma al futuro mediante le nostre parole. La promessa disegna il futuro, fosse pure il futuro limitato che spesso è l’orizzonte delle nostre piccole promesse quotidiane.

Promettere è sempre promettere se stessi e, in tal senso, queste parole di Gesù sono espressione di amore. La promessa è l’amore che si impegna, che diviene responsabilità, che assume l’altro e la storia. Sì, la parola della promessa esprime l’amore di chi promette.

Manifesta l’amore come volontà di prossimità, di presenza, di non abbandono: non vi lascerò orfani, verrò da voi, sarò in voi. Gesù promette il dono dello Spirito e la propria venuta.

A coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti, Gesù promette che si rivolgerà al Padre e il Padre darà loro un altro Paraclito perché rimanga con loro per sempre. La funzione di “essere con” del Paraclito rispetto ai discepoli, è espressione di benedizione. La benedizione è spesso espressa dalla formula: “Il Signore sia con te”. Questa è la funzione del Paraclito: essere con il discepolo, con il credente. Ma “essere con” non è che un commento al nome stesso di Paraclito ed è sinonimo di “essere benedizione”.

Gesù è la rivelazione di Dio che opera e suscita un giudizio tra chi lo accoglie e chi lo rifiuta, tra i credenti e il mondo, tra “voi” che conoscete il Paraclito e chi invece non lo conosce. “Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi” (v. 17).

Il Paraclito che ora è accanto, dopo sarà in noi come principio intimo di vita, di parola, di azione e di presenza. Parola, azione, presenza che avranno come segno autenticante l’essere benedizione.

Lo Spirito non è tanto uno che prega: è preghiera, è presenza benedicente, che spande il bene e la pace attorno a sé a prezzo di una grande lotta.

Un testo della tradizione ortodossa esprime bene quali sono i segni della grazia, ovvero i segni che manifestano la presenza dello Spirito del Signore in una persona: “Quando la grazia dello Spirito viene in un uomo essa rende luminosa la sua intelligenza e la unifica, lo rende umile e dolce, colma di lacrime i suoi occhi, lo fa traboccare di tenerezza e di compassione, fa abitare in lui una grande pace che si trasmette a chi lo incontra”. Insomma è presenza di benedizione. Al contrario, dice questo stesso testo, “colui che è abitato dallo spirito di illusione è sempre irritato e nervoso, pronuncia parole blasfeme e violente, ignora l’umiltà, si vanta di ciò che fa di bene, vive succube delle sue passioni e rischia di perdersi definitivamente”.

Ma l’esito del dono dello Spirito è trasformare chi si lascia abitare dallo Spirito in uomini e donne portatori di benedizione.

Gesù è venuto nel mondo, si è incarnato perché noi potessimo ricevere lo Spirito. Lo Spirito che è Dio non più con noi, ma Dio in noi.

Il dono dello Spirito è lo scopo della nostra esistenza. Il dono dello Spirito è la nostra liberazione, la nostra autonomia, il nostro perderci in Dio.

La fede non è una consolante litania per confortare i tribolati dell’umanità, ma una chiamata e un compito severo ed esigente (e solo come tale anche consolante) di rendere manifesta con la vita la crescita del «regno di Dio», nel quale gli afflitti saranno consolati.

Farina

«IN» …una parolina, brevissima, ma esplosiva … «voi in me e io in voi». Dio dentro di me e io dentro Dio, innestato, immerso. E non è fatica di conquista, vetta che non raggiungi. Ci siamo già dentro, dobbiamo solo prenderne coscienza!  E non scappare, non fuggire dietro agende e telefonini, ma ascoltare la sua richiesta sommessa: resta con me, rimani in me! C’è un cromosoma divino nel nostro Dna.

Ermes Ronchi

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L’incipit

del vangelo di Giovanni

è un massaggio cardiaco

salva eternità.

Occorre sentirserLo

vibrare addosso.

Deve essere pronunciato

da labbra interiori.

Solamente il Verbo

può parlare di Sé.

E. Avveduto

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Piena realizzazione di questo progetto sarà Gesù. Ma la sua non sarà una condizione privilegiata ed esclusiva: assumendolo come modello della propria esistenza, gli uomini potranno nascere da Dio per il dono dello Spirito e diventare anch’essi figli di Dio, realizzando in sé stessi il progetto divino.

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