In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».
Come vorrei avere un po’ di pace, rimanere un po’ in pace. Come vorrei che tutte queste preoccupazioni finissero. Desidero ardentemente non avere più disgrazie. Troppe fatiche, troppi dolori: speriamo di avere un po’ di pace, adesso. Il “vorrei avere un po’ di pace” è un desiderio che abita le nostre giornate ed è un desiderio buono. Mi pare, però, che il più delle volte noi sbagliamo il bersaglio. Facciamo dipendere la pace della nostra vita, dalle cose che vanno bene o che vanno male: mi pare che questo tipo di dipendenza sia estremamente negativa e non porti a nulla.
Innanzitutto questo tipo di dipendenza mi obbliga ad eliminare dalla mia vita tutto quello che non va, tutto quello che soffro, tutto quello che mi crea preoccupazioni. È una parte piccola o grande della mia vita ed eliminando questa parte, piccola o grande che sia poco importa, io elimino una parte consistente della mia esistenza. Tratto quel tempo di vita poco gradevole, come un ospite indesiderato. Qualcuno che deve andarsene in fretta e a cui io non do ospitalità. Ma un conto è non fare salti di gioia di fronte ad una situazione non bella, altro conto è rifiutare quella situazione non vivendola.
La pace consegue dal nostro modo umano di trattare la nostra vita, preoccupazioni e sofferenze comprese. È lasciare che loro si sentano a loro agio in noi e noi ci sentiamo a nostro agio in loro. Ripeto: non si tratta di fare salti di gioia di fronte a certi situazioni di sofferenza e drammatiche; si tratta, invece, di viverle come cosa nostra, come parte della nostra vita, come parte importante della nostra vita.
La pace per noi è spesso ritenuta un intervallo fra due guerre, o tra due drammi, o tra due sofferenze. Questo modo di relazionarci con la pace non ci lascia in pace. Semplicemente esclude vita dalla nostra esistenza e crede che la pace dipenda da fattori esteriori. Ci condanniamo alla fuga, alla guerra e alla mancanza di pace in tal modo. La pace come tempo fra due guerre è la falsa pace dove c’è un vincitore e un vinto: dura fino a che il vincitore ha potere e il vinto non ha la forza per rialzarsi e ribellarsi.
È la pace delle armi che il mondo conosce da sempre: se vuoi la pace, prepara la guerra. La pace non è neppure quella che vive l’indifferente o lo stoico: gli può cadere il mondo in testa che l’uno se ne frega e l’altro rimane impavido, impassibile. Non è neanche la pax perniciosa, così chiamata in latino, che è la vita tranquilla di chi vive da schiavo dell’egoismo proprio e altrui.
La pace che Cristo ci dona nasce dal dono della sua vita per noi. In pace perché ci vediamo amati da uno che è morto in croce per noi. Mi sento amato, mi vedo amato. Non sono solo anche se non occupo un posto in un autobus super affollato. È bello riconoscere che l’amico ha un amore per te più forte della morte. Un amore che sa di risurrezione. Un amore che non tradisce prendendo come scusa il fatto che l’amico se lo merita oppure no, il fatto che l’amico abbia fatto delle nefandezze oppure no.
Qualsiasi cosa capiti io sono con te: questa è la pace del Risorto. È un amore che ci rende santi e familiari di Dio. Ci riconferma figli dello stesso Padre. Ed è proprio il suo essere per sempre con amore per noi che diventa fonte di pace perché nulla potrà incrinare la nostra relazione. È la pace interiore che può e deve gestire le realtà della vita, belle o brutte che siano. Se noi invece ci lasciamo gestire da loro la pace sarà solo una pausa sempre troppo piccola e corta, che ci toglie il fiato.
Gesù uomo della pace che ci dona la sua pace, umanamente parlando è un fallito. Che senso ha terminare tutto con la passione e la croce? Più fallimento di così! E invece no. Quello che ai nostri occhi è stato solo sofferenza e fallimento è stato invece la concretizzazione della convinzione che non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici.
Per questo il suo andarsene è gioia perché parla già di ritorno, e di ritorno risorgente. Ritorno che diventa fonte di vita nuova. Ritorno che fa risorgere. Ritorno che diventa sorgente di acqua viva che zampilla per l’eternità. Ritorno di pace perché entrata a due piedi nella vita di Dio, quella che pervade tutti i gangli della nostra esistenza, della nostra umanità, del nostro corpo.
E la pace ritorna a scorrere come sangue nelle vene di colui che si vede amato e si lascia amare dall’Amico.
La pace è l’uomo e questo uomo è mio fratello,
il più povero di tutti i fratelli.
La libertà è l’uomo e questo uomo è mio fratello,
il più schiavo di tutti i fratelli.
La giustizia è l’uomo e quest’uomo è mio fratello.
Turoldo
“ Una pace futura potrà essere veramente tale
solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso,
se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo,
di qualunque razza o popolo, se avrà superato quell’odio
e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso,
forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo.
E’ l’unica soluzione possibile”.
Hillesum
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
28 Dicembre 2025 Matteo 2, 13-15.19-23
Può sembrare uno scandalo, può sembrare il rovesciamento delle nostre logiche di forza, di potere, di successo, ma forse è questo il vero volto di Dio: un Dio che non sta fermo nei templi che gli abbiamo costruito, ma cammina con chi fugge, con chi dorme nelle tende o piange accanto alle macerie di una casa, o di una vita. E’ un Dio che non siede sui troni, ma è sulla strada e si nasconde tra le valigie, nei corridoi delle stazioni, tra le assi di un barcone, nei visi stanchi di chi non ha più casa. Un Dio insomma che è in tutti quei luoghi dove la vita si rifugia per non spegnersi.
L. Verdi
27 Dicembre 2025 Giovanni 20, 2-8
Arriva prima l’Amore, ma aspetta la Verità per entrare davvero nelle cose.
M. Epicoco
Nel Verbo fatto carne, Dio parla e ascolta, e la parola è il modo per rendere accessibile l’intimità. Possiamo e, per molti aspetti, dobbiamo accogliere ogni giorno il realismo dell’incarnazione, che si concretizza attraverso una cascata di verbi da cui la Liturgia della Parola di oggi sembra inondarci: udire, vedere, contemplare, toccare, testimoniare, annunciare, essere in comunione, correre, uscire insieme, credere: «perché la nostra gioia sia piena».
M. D. Semeraro
26 Dicembre 2025 Matteo 10, 17-22
Fare il bene può generare odio, accuse, dolore… persino morte ed è per questo che spesso è più comodo restare nelle “pantofole dell’indifferenza”, dove tutto appare tranquillo e nessuno ti disturba.
L. Vitali
Se superiamo una lettura doloristica del Vangelo ci accorgiamo che riceviamo una costante proposta di libertà: non è la sofferenza a donare grazia, ma è la grazia che permette di non naufragare anche quando arriva la sofferenza.
In questo senso essere testimoni di Gesù non significa fare catechismo alle persone che incontriamo (né stressarle perché facciano quello che a noi sembra opportuno), ma sprigionare la dolcezza del profumo di Vita Buona di cui siamo imbevuti perché chi ci sfiora ne odori la fragranza fino a riempirsi il cuore.
P. Lanza
Giovanni Nicoli | 5 Maggio 2026