Giovanni 15, 1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Il vangelo di Giovanni è un canto di lode alla grazia di Dio, che è la sua vita. La Grazia di Dio non ha nulla a che vedere con la bravura morale o miracolistica dell’uomo. Spesso moralità e miracoli sono la negazione in terra della Grazia di Dio. La Grazia di Dio è la sua vita che si concretizza nell’annuncio del Vangelo ad ogni vivente. Non vi sono distinzioni di razze, di religioni, di appartenenza, di animali o di piante: tutto e tutti hanno diritto alla Grazia vitale di Dio. Questo è lo scopo della nostra esistenza.
La negazione della Grazia è un bambino che muore di fame. La negazione della Grazia siamo noi ricchi che stiamo a guardare i poveri Lazzaro che muoiono di fame. La negazione della Grazia siamo noi cristiani che abbiamo messo ad idolo della nostra esistenza la proprietà privata non più come luogo e strumento per il bene comune, ma come serva delle leggi inique del mercato dove c’è chi diventa matto per avere di più e per conservare di più e c’è chi muore di fame perché non ha nemmeno il necessario per una vita dignitosa.
La Grazia, la Vita di Dio, si manifesta e concretizza nel vangelo di oggi nella parabola del tralcio e la vite. Tre dimensioni della Grazia: il rimanere, l’essere potati e il portare molto frutto perché la nostra gioia sia piena.
Il rimanere del tralcio nella vite Cristo, è la via attraverso la quale la linfa passa, linfa che è la vita di Dio. La nostra vita non è chiamata a divenire altro rispetto alla nostra natura. Dio ci ha creati non per negare quello che siamo ma perché quello che siamo possa divenire in pienezza. La natura, la nostra natura, non è cosa cattiva, è cosa limitata e corruttibile che ha bisogno di continuo nutrimento per non morire e marcire, per potere essere vita e portare frutti. Non siamo noi la fonte inesauribile di vita: noi siamo ciò che la Vita serve. Gesù è venuto per servire e non per essere servito. Lui che è linfa vitale serve la vita ai tralci.
Rimanere nella Vite è questione vitale per i tralci. È questione vitale e, direi, questione semplice, quotidiana. Gesù ha scelto strumenti semplici e quotidiani per gestire il suo rapporto con noi. Siamo noi che andiamo poi a cercarne di straordinari. Gesù si fa pane per noi; è acqua che lava e che irriga; è linfa vitale; è olio che lenisce le ferite e consacra; è benedizione; è amore fra un uomo e una donna.
Elemento importantissimo di questa vita di Grazia è la potatura. Noi umani siamo sempre tentati di crearci delle sovrastrutture che non siamo poi capaci di gestire, che ci schiavizzano, che uccidono la vita. Ci costruiamo cose miracolistiche che annullano il profumo del pane; ci riempiamo di una burocrazia statale e religiosa che fa seccare la vita di tanti rami, se non addirittura la vigna; emaniamo leggi che ci permettano di salvaguardare i nostri diritti di forti a discapito di quelli dei deboli.
Sappiamo che nel mondo c’è il male e che il male va gestito per potere far crescere il grano buono. Ma è anche vero che troppe volte certe medicine sono peggiori della malattia. La potatura diventa un elemento essenziale della vita di Grazia. Non è qualcosa di morale dove noi diventiamo bravi mentre prima eravamo cattivi. È invece Dio Padre, il Vignaiolo, che taglia quei rami che hanno dato frutto ma che ora, se non fossero tagliati, non porterebbero più frutto. I tagli, come ogni taglio, fanno male e fanno lacrimare. Ma sono via naturale e necessaria perché la vita possa essere più piena e la linfa possa ritornare a scorrere non per fare foglie ma per fare frutti.
Siamo in un tempo di potatura, non è tempo di disperazione perché perdiamo dei rami secchi, perché siamo di meno, perché perdiamo privilegio. Se abbiamo senso la potatura è cosa buona, è morte per la vita, è morte per la risurrezione. La potatura vissuta come dono di Grazia, come dono di Vita di Dio, è essenziale perché finalizzata a portare molto frutto perché la nostra gioia sia piena e non un surrogato della stessa.
È questa linfa vitale che costituisce le cose, la vita. Non è né prima né dopo, né superiore né inferiore. Semplicemente è vita. È pane da mangiare e vino da bere donati ai commensali da Gesù. La Grazia è energia che unisce Dio, l’uomo e la creazione tutta che geme nelle doglie del parto in attesa del Redentore, ogni giorno. È acqua che irrora tutto ciò che è. Perché tutto porti frutto riconoscendo che certi rami che hanno portato frutto hanno raggiunto il loro momento mortale e debbono lasciare spazio ad altri perché la vite continui a portare frutti di vita per il mondo. La lacrima della potatura è grazia che indica che qualcosa è finito e che qualcosa d’altro comincia nel ciclo vitale della Vita.
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