In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».
Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».
Siamo all’interno del grande discorso di addio che Gesù pronuncia ai discepoli nell’ultima cena. Gesù preannuncia che ancora un po’ e non lo vedranno e un po’ ancora e lo vedranno perché Lui va al Padre. È Gesù che preannuncia la sua morte, ancora un po’ e non mi vedrete, e la sua risurrezione, un po’ ancora e mi vedrete.
È nel non vederlo più, perché morto, che i discepoli si rattristeranno e piangeranno mentre il mondo, che è riuscito a liberarsi di lui, si rallegrerà. Sono i discepoli che si affliggeranno e cammineranno chi lontano da Gerusalemme, altri si chiuderanno nel cenacolo, altri ancora non crederanno, chi vorrà mettere le dita nelle piaghe dell’uomo della passione e chi invece correrà al sepolcro vuoto. È in questa dinamica di credere non credere, di vedo non vedo, che i discepoli riacquisteranno la gioia come dono del Risorto, come scoperta che il Signore è risorto.
Ogni sofferenza è un problema insolubile per l’uomo, una incomprensione che si aggiunge a tante altre. Ma l’attesa fiduciosa del Risorto ci immette in una dinamica di gioia che non è più la nostra ma che è suo dono, un dono naturale: eravamo tristi a causa della tua morte, ora siamo nella gioia perché ti riscopriamo e conosciamo risorto.
È difficile riuscire a seguire la velocità dei passaggi del vedere Gesù e del non vederlo. È difficile, in una cultura molto legata all’immagine e alla velocità dell’immagine, riuscire a fare sintesi.
L’immagine è veloce e la successiva si sovrappone alla precedente. L’immagine è ritenuta veicolo di verità: niente di più falso. Questo non solo perché si riescono a costruire le immagini che si vogliono al computer, ma anche perché la velocità dell’immagine che viaggia sull’autostrada del nervo ottico, non lascia tempo all’analisi e alla sintesi, alla riflessione e al discernimento. Non dimentichiamo che l’immagine è lo strumento prediletto della pubblicità che non è veicolo di verità ma veicolo di convincimento. L’immagine è indispensabile ma insufficiente. L’uomo ha bisogno di lentezze per discernere.
La velocità dei video messaggi che collegano in tempo reale non creano analisi, uccidono la riflessione e non lasciano la persona libera di godersi una città d’arte senza dovere necessariamente vedere tutto attraverso l’occhio del video telefonino.
Gesù che scompare, scompare perché è necessario che il vuoto lasciato da lui sia riempito dallo Spirito e dalla riflessione dell’uomo, del cristiano. Senza il vuoto del suo volto non c’è personalizzazione del messaggio e della testimonianza.
È l’adesione alla morte e alla risurrezione di Gesù che chiede che noi non lo vediamo più. È una situazione di distacco e di dolore, situazione che prelude però alla gioia del cristiano per avere scoperto la risurrezione del Signore Gesù, di se stesso, del fratello.
Che ci crediamo o no, nella nostra esistenza possiamo essere infelici per tante cose, ma possiamo trovare gioia per la conoscenza dell’amore del Padre. Noi siamo portati a pensare che quando siamo tristi non possiamo essere contenti. Ma la tristezza, oserei dire la depressione e il vuoto che porta con sé, sono luoghi di riflessione e di analisi, luoghi di vacuità dell’immagine, vacuità di sicurezze inutili. Non è vero che quando siamo tristi non possiamo essere contenti. Forse non possiamo essere allegri, ma contenti proprio no!
Il dolore e la gioia possono coesistere. Il dolore per la morte di Gesù e la gioia per la speranza della sua risurrezione; il dolore del parto per la nascita e la gioia perché è venuta al mondo una creatura. È possibile scoprire la gioia in mezzo al dolore.
La gioia non è qualcosa che semplicemente accade, è qualcosa che ogni giorno siamo chiamati a scegliere: è l’essere contenti dentro pur nelle burrasche del mare. È essere radicati sulla roccia della speranza del Risorto e il sapere che apparteniamo solo a Lui e che nessuno potrà mai separarci dall’amore di Cristo.
Allora scopriremo la bellezza del dolore del Cristo che muore per dare la vita; vita donata per aprire strade nuove di risurrezione per gli uomini. Allora il dolore sarà solo la gioia su cui camminerà per arrivare all’incontro col volto del Risorto.
Tutti gli accadimenti non saranno che luoghi in cui camminare per arrivare alla meta, non importa se belli o brutti, se tristi o felici, se entusiastici o depressi: l’importante che la strada, bella o brutta che sia poco importa, ci conduca al Risorto.
La vita non ti prepara mai a sufficienza alle sorprese che ti propone.
La pedagogia di Dio prevede, invece, una gradualità.
E la differenza tra Dio e il vivere consiste proprio in questo.
Che se la vita non ti prepara e ti getta nella mischia,
Dio ti sta accanto e dentro, affinché, sebbene tu non sia pronto,
almeno non sarai solo.
Collura
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