Giovanni 16, 16-20
 
 
 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».

Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».

Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».

Siamo all’interno del grande discorso di addio che Gesù pronuncia ai discepoli nell’ultima cena. Gesù preannuncia che ancora un po’ e non lo vedranno e un po’ ancora e lo vedranno perché Lui va al Padre. È Gesù che preannuncia la sua morte, ancora un po’ e non mi vedrete, e la sua risurrezione, un po’ ancora e mi vedrete.

È nel non vederlo più, perché morto, che i discepoli si rattristeranno e piangeranno mentre il mondo, che è riuscito a liberarsi di lui, si rallegrerà.  Sono i discepoli che si affliggeranno e cammineranno chi lontano da Gerusalemme, altri si chiuderanno nel cenacolo, altri ancora non crederanno, chi vorrà mettere le dita nelle piaghe dell’uomo della passione e chi invece correrà al sepolcro vuoto. È in questa dinamica di credere non credere, di vedo non vedo, che i discepoli riacquisteranno la gioia come dono del Risorto, come scoperta che il Signore è risorto.

Ogni sofferenza è un problema insolubile per l’uomo, una incomprensione che si aggiunge a tante altre. Ma l’attesa fiduciosa del Risorto ci immette in una dinamica di gioia che non è più la nostra ma che è suo dono, un dono naturale: eravamo tristi a causa della tua morte, ora siamo nella gioia perché ti riscopriamo e conosciamo risorto.

È difficile riuscire a seguire la velocità dei passaggi del vedere Gesù e del non vederlo. È difficile, in una cultura molto legata all’immagine e alla velocità dell’immagine, riuscire a fare sintesi.

L’immagine è veloce e la successiva si sovrappone alla precedente. L’immagine è ritenuta veicolo di verità: niente di più falso. Questo non solo perché si riescono a costruire le immagini che si vogliono al computer, ma anche perché la velocità dell’immagine che viaggia sull’autostrada del nervo ottico, non lascia tempo all’analisi e alla sintesi, alla riflessione e al discernimento. Non dimentichiamo che l’immagine è lo strumento prediletto della pubblicità che non è veicolo di verità ma veicolo di convincimento. L’immagine è indispensabile ma insufficiente. L’uomo ha bisogno di lentezze per discernere.

La velocità dei video messaggi che collegano in tempo reale non creano analisi, uccidono la riflessione e non lasciano la persona libera di godersi una città d’arte senza dovere necessariamente vedere tutto attraverso l’occhio del video telefonino.

Gesù che scompare, scompare perché è necessario che il vuoto lasciato da lui sia riempito dallo Spirito e dalla riflessione dell’uomo, del cristiano. Senza il vuoto del suo volto non c’è personalizzazione del messaggio e della testimonianza.

È l’adesione alla morte e alla risurrezione di Gesù che chiede che noi non lo vediamo più. È una situazione di distacco e di dolore, situazione che prelude però alla gioia del cristiano per avere scoperto la risurrezione del Signore Gesù, di se stesso, del fratello.

Che ci crediamo o no, nella nostra esistenza possiamo essere infelici per tante cose, ma possiamo trovare gioia per la conoscenza dell’amore del Padre. Noi siamo portati a pensare che quando siamo tristi non possiamo essere contenti. Ma la tristezza, oserei dire la depressione e il vuoto che porta con sé, sono luoghi di riflessione e di analisi, luoghi di vacuità dell’immagine, vacuità di sicurezze inutili. Non è vero che quando siamo tristi non possiamo essere contenti. Forse non possiamo essere allegri, ma contenti proprio no!

Il dolore e la gioia possono coesistere. Il dolore per la morte di Gesù e la gioia per la speranza della sua risurrezione; il dolore del parto per la nascita e la gioia perché è venuta al mondo una creatura. È possibile scoprire la gioia in mezzo al dolore.

La gioia non è qualcosa che semplicemente accade, è qualcosa che ogni giorno siamo chiamati a scegliere: è l’essere contenti dentro pur nelle burrasche del mare. È essere radicati sulla roccia della speranza del Risorto e il sapere che apparteniamo solo a Lui e che nessuno potrà mai separarci dall’amore di Cristo.

Allora scopriremo la bellezza del dolore del Cristo che muore per dare la vita; vita donata per aprire strade nuove di risurrezione per gli uomini. Allora il dolore sarà solo la gioia su cui camminerà per arrivare all’incontro col volto del Risorto.

Tutti gli accadimenti non saranno che luoghi in cui camminare per arrivare alla meta, non importa se belli o brutti, se tristi o felici, se entusiastici o depressi: l’importante che la strada, bella o brutta che sia poco importa, ci conduca al Risorto.

 

 

La vita non ti prepara mai a sufficienza alle sorprese che ti propone.

La pedagogia di Dio prevede, invece, una gradualità.

E la differenza tra Dio e il vivere consiste proprio in questo.

Che se la vita non ti prepara e ti getta nella mischia,

Dio ti sta accanto e dentro, affinché, sebbene tu non sia pronto,

almeno non sarai solo.

 Collura

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10 Marzo 2026 Matteo 18, 21-35

Il perdono è innanzitutto un dono di Dio: è lui che vuole amarci nel perdono.

Il perdono che lui esprime per noi, lo ha espresso sulla Croce.

Nel Cristo Crocifisso i nostri peccati sono già tutti perdonati.

Il primo gesto che noi siamo chiamati a compiere è quello di accoglienza di questo perdono.

PG

“Il Giusto, del quale a Pasqua si celebra la resurrezione, è colui che, asimmetricamente, restaura la reciprocità, risponde all’odio con l’amore, offre il perdono a chi non lo domanda”.

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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30

Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.

M. Epicoco

Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.

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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

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