In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
Forse non c’è profezia più grande, più vera e più misteriosa, per quanto la cosiddetta tecnica e scienza voglia metterci le mani e il naso, di una donna gravida.
La profezia è donna perché la donna, nell’essere gravida, porta in sé un mistero di vita, di vita piena di dolore e di gioia al contempo, che sfugge ad ogni immaginazione e ad ogni capacità di comprensione mentale. È una profezia e come tale la si comprende solo amandola, accogliendola, vivendola con la pancia, con l’utero.
A questa profezia sono chiamate soprattutto le donne, ma a modo loro anche gli uomini.
L’essere pregne, l’essere pregni, di Dio, di vita, di gioia è uno dei misteri più belli e più profondi della nostra esistenza.
Tutti siamo chiamati a lasciarci ingravidare dalla Parola del Dio vivente per potere dare alla luce un figlio. Un figlio che è fonte di dolore e di gioia ma che, nel momento stesso in cui viene alla luce, non è più nostro.
La dimensione del pianto, la dimensione del dolore in vista del parto, in vista della vita, in vista di qualcosa che desideriamo e che vogliamo far nascere, è la dimensione della nostra esistenza.
Non c’è nulla di bello che possa venire alla luce senza fatica, senza dolore, senza pianto, senza patemi d’animo.
Diceva Thomas Merton: “le nostre sventure sono la semente delle nostre gioie”.
È una regola di vita: la natura per potere rifiorire deve morire, deve perdere le foglie, deve andare in letargo, deve piangere la potatura del tralcio, il sole deve tramontare per lasciare spazio alla notte e alla luna e per poter risorgere ad un giorno nuovo.
Così è giusto che l’uomo muoia per lasciare spazio al dono, alla vita del figlio. Se questo non avviene si entra in una dimensione di egoismo e di malsano attaccamento alla vita dove non c’è più spazio per la vita, quella vera. Il risultato è una società vecchia e triste, senza futuro e senza speranza.
Siamo chiamati a lasciarci ingravidare, siamo chiamati ad affrontare i dolori del parto. Questa è la strada per la gioia, quella vera.
Il problema non è avere o no delle sofferenze. Dio non vuole la nostra sofferenza. Non può essere vera la volontà di Dio riguardante la nostra sofferenza.
La sofferenza fa parte della nostra esistenza. Volontà di Dio è che questa sofferenza sia affrontata in modo cristiano: nella pace e nella speranza.
Nella pace perché Lui è con noi e soffre con noi. Nella speranza perché noi possiamo comprendere che i dolori presenti del parto non sono paragonabili alla gioia futura.
Una pace e una speranza basate sulla fiducia in Dio, sulla carità verso il fratello, sulla certezza che il Figlio ci sarà dato: promessa rinnovata in ogni Natale.
Accogliamo l’invito a vivere cristianamente questa sofferenza sapendo che nessuno potrà mai separarci dall’amore di Cristo: né spada, né pericoli, né dolori!
Tutti siamo chiamati a lasciarci ingravidare dalla Parola del Dio vivente per potere dare alla luce un figlio.
Un figlio che è fonte di dolore e di gioia ma che, nel momento stesso in cui viene alla luce, non è più nostro.
La dimensione del pianto, la dimensione del dolore in vista del parto, in vista della vita,
in vista di qualcosa che desideriamo e che vogliamo far nascere, è la dimensione della nostra esistenza.
PG
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
28 Giugno 2025 Matteo 8, 5-17
Gesù guarisce il nostro corpo dalla morte
e guarisce il nostro spirito dalla paura della morte.
Quindi possiamo diventare uomini nuovi che hanno i piedi che vanno,
orecchi che ascoltano la sua Parola, occhi che lo vedono,
bocca che lo proclamano, mani che lo toccano.
Quindi veniamo guariti per entrare in comunione con lui.
S. Fausti
27 Giugno 2025 Luca 15, 3-7
Da che cosa nasce la felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l’amato del mio cuore?». Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
E. Ronchi
Il Dio di Gesù, che è Padre, si muove lungo tutte le periferie umane per ricomporre in unità le fratture esistenziali, guarire ciò che chiede attenzione e cura, nutrire la fame, vestire la nudità pronto a perdonare anche l’imperdonabile.
P. Lanza
26 Giugno 2025 Matteo 7, 21-29
Io sono là dove è sempre stato l’uomo,
viaggiatore vincente del suo dolore
nel teatro dove non recita ma vive le parole.
Io sono là e niente mi confonderà,
niente mi perderà.
Roberto Vecchioni
Non chi dice ma chi fa.
Non chi parla ma chi agisce.
Non chi analizza ma chi ci prova.
Il regno dei cieli è quindi di chi ci prova.
L.M. Epicoco
Giovanni Nicoli | 19 Maggio 2023