Giovanni 16, 20-23a
 
 
 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».

 

Forse non c’è profezia più grande, più vera e più misteriosa, per quanto la cosiddetta tecnica e scienza voglia metterci le mani e il naso, di una donna gravida.

La profezia è donna perché la donna, nell’essere gravida, porta in sé un mistero di vita, di vita piena di dolore e di gioia al contempo, che sfugge ad ogni immaginazione e ad ogni capacità di comprensione mentale. È una profezia e come tale la si comprende solo amandola, accogliendola, vivendola con la pancia, con l’utero.

A questa profezia sono chiamate soprattutto le donne, ma a modo loro anche gli uomini.

L’essere pregne, l’essere pregni, di Dio, di vita, di gioia è uno dei misteri più belli e più profondi della nostra esistenza.

Tutti siamo chiamati a lasciarci ingravidare dalla Parola del Dio vivente per potere dare alla luce un figlio. Un figlio che è fonte di dolore e di gioia ma che, nel momento stesso in cui viene alla luce, non è più nostro.

La dimensione del pianto, la dimensione del dolore in vista del parto, in vista della vita, in vista di qualcosa che desideriamo e che vogliamo far nascere, è la dimensione della nostra esistenza.

Non c’è nulla di bello che possa venire alla luce senza fatica, senza dolore, senza pianto, senza patemi d’animo.

Diceva Thomas Merton: “le nostre sventure sono la semente delle nostre gioie”.

È una regola di vita: la natura per potere rifiorire deve morire, deve perdere le foglie, deve andare in letargo, deve piangere la potatura del tralcio, il sole deve tramontare per lasciare spazio alla notte e alla luna e per poter risorgere ad un giorno nuovo.

Così è giusto che l’uomo muoia per lasciare spazio al dono, alla vita del figlio. Se questo non avviene si entra in una dimensione di egoismo e di malsano attaccamento alla vita dove non c’è più spazio per la vita, quella vera. Il risultato è una società vecchia e triste, senza futuro e senza speranza.

Siamo chiamati a lasciarci ingravidare, siamo chiamati ad affrontare i dolori del parto. Questa è la strada per la gioia, quella vera.

Il problema non è avere o no delle sofferenze. Dio non vuole la nostra sofferenza. Non può essere vera la volontà di Dio riguardante la nostra sofferenza.

La sofferenza fa parte della nostra esistenza. Volontà di Dio è che questa sofferenza sia affrontata in modo cristiano: nella pace e nella speranza.

Nella pace perché Lui è con noi e soffre con noi. Nella speranza perché noi possiamo comprendere che i dolori presenti del parto non sono paragonabili alla gioia futura.

Una pace e una speranza basate sulla fiducia in Dio, sulla carità verso il fratello, sulla certezza che il Figlio ci sarà dato: promessa rinnovata in ogni Natale.

Accogliamo l’invito a vivere cristianamente questa sofferenza sapendo che nessuno potrà mai separarci dall’amore di Cristo: né spada, né pericoli, né dolori!

 

Tutti siamo chiamati a lasciarci ingravidare dalla Parola del Dio vivente per potere dare alla luce un figlio. 

Un figlio che è fonte di dolore e di gioia ma che, nel momento stesso in cui viene alla luce, non è più nostro. 

La dimensione del pianto, la dimensione del dolore in vista del parto, in vista della vita, 

in vista di qualcosa che desideriamo e che vogliamo far nascere, è la dimensione della nostra esistenza.

 

PG

Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

7 Febbraio 2026 Marco 6, 30-34

Hai bisogno di te
Hai bisogno di questo tempo
In cui non si cucina
E non si prega
Si sta
Chandra Livia Candiani

Non si può essere sempre “on line”:

occorre una zona d’ombra dove deporre le armi per ascoltare la vita, ascoltare l’eco del cuore e lasciare che l’un l’altra si raccontino di sé.

P. Lanza

6 Febbraio 2026 Marco 6, 14-29

Forse è il tempo di conoscere col cuore e di perdere la testa, se qualcosa vogliamo ancora comprendere. Conoscere col cuore e con la pancia, ci può permettere di superare la barriera del fiume di parole che viene ogni giorno riversato su di noi e contro di noi. Superare questo muro e capire, e comprendere.

PG

C’è dentro di noi come un sesto senso, una capacità di sentire la verità per ciò che realmente è. E per quanto la vita, le scelte, i peccati, le circostanze, i condizionamenti possono attutire questo senso di fondo che abbiamo, in noi continua a risuonare come disagio ciò che non corrisponde davvero alla Verità.

L. M. Epicoco

5 Febbraio 2026 Marco 6, 7-13

Nel viaggio, abbiamo bisogno di un compagno e nella vita, di compassione.

Haruki Murakami

Non portare nulla perché ciò che hai ti divide dall’altro, perché nessun uomo è ciò che possiede, così vivrai dipendente solo dal cielo e dal pane condiviso.

Ermes Ronchi

Share This