10 Maggio 2024 Giovanni 16, 20-23a

Giovanni Nicoli | 10 Maggio 2024

Giovanni 16, 20-23a

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».

Il dolore di una madre nel parto, viene dimenticato perché è venuto al mondo un uomo. Questo è proprio quello che avviene nella morte del Cristo. In questa morte nasce l’uomo nuovo, quello che Adamo non ha saputo diventare a causa della sua disobbedienza, quello che nessun uomo può diventare da se stesso.

Con la morte di Cristo l’uomo non deve più morire di morte definitiva: la morte di Cristo infatti espia i peccati dell’uomo. Inoltre la morte del Cristo sprigiona lo Spirito che è sorgente di vita nuova. La morte di Gesù rende possibile la nascita dell’uomo nuovo ri-creato dallo Spirito.

La gioia che Gesù annuncia ai suoi discepoli è una gioia dovuta alle apparizioni del Risorto da un lato; dall’altro è la gioia vera e duratura per essere divenuti nuove creature: l’albero della croce diventa l’albero della vita il cui accesso è nuovamente offerto all’uomo grazie alla morte di Gesù per noi.

Risuona in questo brano un brano delle beatitudini di Luca dove Gesù afferma:

“Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi che ora piangete, perché riderete”.

È il coraggio di colui che semina il vangelo per il regno: ha fame che questo vangelo venga seminato ed ha premura perché il seme seminato attecchisca. Ma la sazietà per questa fame non è immediata, è futura. Infatti questa seminagione è solitamente accompagnata dal pianto, dalla fatica, dagli insuccessi: domani si riderà per la gioia e la bellezza di quanto avvenuto.

Seminare il vangelo per il regno sembra un controsenso, ma in realtà non lo è. Non è una cosa scontata: uno può seminare il vangelo per sport, per finta, per mantenersi, per fare bella figura, per crescere nella carriera ecclesiastica. C’è uno scritto molto lungo di s. Agostino dove lui ci parla del fatto che troppi pastori, già in quei tempi, non custodiscono e curano il gregge ma lo sfruttano.

Condivido quanto ha affermato p. Turoldo nella sua autobiografia parlando della sua esperienza di Nomadelfia: “La ragione era che si aveva paura del vangelo. Perché: si può e si deve predicare il vangelo, ma praticarlo è sempre un rischio, sempre un pericolo. Il vangelo bisogna dosarlo, tenerlo sotto controllo! È l’eterna ragione dell’eterno conflitto tra storia e profezia, tra fede e prassi; il problema di sempre: il problema del “Capitolo delle stuoie” di Francesco e di qualunque altro si avventuri su quelle strade”.

Fa parte del gioco del seminatore: la fatica per costruire qualcosa di bello, per seminare qualcosa di vero, per compiere qualcosa di buono e di giusto, è una fatica in sé ed è una fatica perché tutti sembrano tirino indietro, anche all’interno della Chiesa. Sembra che il non scomodarci sia la cosa più importante. Coloro che non scomodano all’interno della Chiesa e del mondo sono i benvenuti perché lasciano che le cose vadano per la loro strada. Non fa niente se la vita di queste persone non ha senso né per sé né per il regno. L’importante è che non scomodino.

Noi invece ce la prendiamo con chi comincia a fare qualcosa di bello, con chi a suo rischio e pericolo lascia girare la creatività dello Spirito. Se uno non fa nulla dalla mattina alla sera, nessuno lo disturba: può rimanere nella chiesa tranquillamente.

Se uno si inventa di fare qualcosa di bello: iniziano le critiche (e queste fanno bene perché purificano quello che si fa), ma soprattutto iniziano i bastoni fra le ruote non per una ragione evangelica ma per opportunismo, per non smuovere ciò che è talmente quieto da apparire ormai non acqua che zampilla dal costato trafitto del Crocifisso, ma fanghiglia imbevibile. Noi, come le potenze della terra, agiamo per ragion di stato, per salvaguardare un potere raggiunto. Abbiamo paura di perdere posizioni e, anziché morire come il seme che messo sotto terra muore per poter germogliare, ci aggrappiamo alle nostre sicurezze e ci dimentichiamo del Cristo e della rivoluzionarietà del vangelo.

E normalmente anche chi comanda all’interno della chiesa preferisce chi non disturba pur vivendo da mollusco, piuttosto che uno che disturba cercando di provocare al vangelo. Normalmente l’atteggiamento nei confronti di chi non disturba è pieno di premure e di attenzioni, lo si tratta con le pinze, gli si lascia fare quello che vuole, non lo si scomoda mai, non si mette mai in dubbio il suo modo di non servire al vangelo. Per gli altri ci sono spostamenti immotivati, richiami, processi, diktat.

Ma al di là di tutto questo, che purtroppo è più che vero, credo che per noi sia importante quando compiamo delle scelte, scegliere secondo il vangelo ed essere disponibili a soffrire e piangere per questo stesso vangelo. Sì, perché se il chicco di frumento non cade nella terra e non muore rimane da solo, se muore crescerà!

E questo tenendo presente che la fatica e il dolore del parto non sono fine a se stessi, ma hanno come scopo la gioia per la nascita dell’uomo nuovo ri-creato dallo Spirito del Risorto.

Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.

Fedor Dostoevskij

La fede trasforma il dolore insensato in «doglie del parto», cioè fatica-per-la-vita. E come una neomamma, nonostante tutti gli esami che può aver fatto, non sa come sarà il proprio figlio appena nato, così anche a noi capita di non sapere quale vita sboccerà dalla fatica che stiamo vivendo.

Dehoniani

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